Ricordo di Marjane Satrapi, l’autrice di “Persepolis”
di Alberto Pellegrino
8 Giu 2026 - Fumetti, Letteratura
Pubblichiamo un approfondimento di Alberto Pellegrino su Marjane Satrapi, una delle più importanti figure della narrativa grafica, recentemente scomparsa.
La scomparsa di Marjane Satrapi (1969-2026) costituisce una grave perdita il mondo del fumetto contemporaneo, perché è stata una delle figure più significative della narrativa grafica internazionale per aver raccontato in modo essenziale e potente il rapporto tra Oriente e Occidente attraverso la rappresentazione della sua vita nell’Iran della rivoluzione islamica soprattutto per quanto riguarda il tema della libertà. Nata a Rasht e cresciuta a Teheran, apparteneva a una famiglia dell’alta borghesia e impegnata sul piano civile e culturale. La sua infanzia è stata segnata da alcuni tragici eventi della storia dell’Iran, come la rivoluzione islamica del 1979 e la guerra tra Iran e Iraq, esperienze che lasceranno un’impronta profonda nella sua sensibilità di artista. A quattordici anni i genitori l’hanno mandata a studiare a Vienna e, dopo quattro anni trascorsi in Austria, è ritornata in Iran per poi trasferirsi nel 1994 a Parigi, dove ha avuto inizio il percorso artistico che l’avrebbe portata a diventare una delle voci più originali del fumetto internazionale.
“Persepolis” è il primo capolavoro
Il successo arriva tra il 2002 e il 2003 con questo graphic novel scritto in lingua francese e pubblicato in quattro volumi. L’autrice iraniana racconta la sua autobiografia dall’infanzia fino alla partenza per Parigi senza trascurare quanto accade in quegli anni in un Iran segnato da una profonda trasformazione religiosa, politica e sociale, ma parla anche del mondo “occidentale” visto da una giovane donna alla ricerca di una propria identità come cittadina europea. L’opera presenta notevoli pregi per la capacità della Satrapi di trasformare una vicenda personale in una storia universale, comprensibile a lettori di culture e generazioni diverse, di affrontare temi della libertà, della memoria, dell’appartenenza, della condizione femminile senza cadere mai nella retorica, alternando momenti drammatici e ironici, riflessioni storiche e quotidianità familiare.
Assume una particolare importanza l’impiego di un linguaggio figurativo basato su un bianco e nero deciso ed essenziale che, nella sua apparente semplicità, conferisce alle sue tavole una straordinaria forza espressiva capace di esaltare emozioni e situazioni narrate, di rendere immediatamente accessibili eventi storici complessi e dolorosi anche ai molti lettori occidentali, raccontando la storia del suo Paese vista con gli occhi di chi quella storia l’ha vissuta.
Persepolis ha contribuito a ridefinire il ruolo del fumetto nella cultura contemporanea, a dimostrare come il linguaggio delle immagini sia in grado di raccontare la storia, di custodire la memoria, di dare voce a esperienze umane spesso dimenticate, per cui queste tavole, così essenziali e intense, restano una preziosa testimonianza del secondo Novecento, ma sono soprattutto un invito a guardare oltre i confini della propria nazione per andare alla ricerca di quello che accomuna le persone al di là delle differenze di etnia, di religione e di cultura.
Persepolis non è stato un fumetto “qualsiasi” ed è molto di più di un’autobiografia per immagini, perché presenta diversi livelli di lettura. È un romanzo di formazione nel quale una giovane ribelle sfida continuamente i limiti posti dallo Stato; è vittima del razzismo europeo; tenta il suicidio ma riesce a rimettersi in piedi grazie alla sua arte avendo finalmente una propria identità, mentre prima non sapeva se fosse una occidentale in Iran o una persiana in Occidente. È una grande saga familiare spesso interrotta da flashback sulla vita dei suoi parenti, dove hanno un ruolo fondamentale sia suo zio Anoosh, militante del partico comunista, prigioniero politico e vittima del regime, sia la nonna che è il vero fondamento morale dei quattro libri.
Persepolis è anche un libro politico sia perché denuncia i regimi repressivi e sanguinari dell’Iran, sia per mostrare soprattutto la faccia di un Paese vittima di tante ingiustizie e mostrare l’anima autentica, ironica, irriverente dell’Iran anche per far conosce al lettore occidentale aspetti di un mondo semisconosciuto, senza risparmiare critiche al razzismo e alla violenza intimidatoria del mondo occidentale. “Se il mondo occidentale imparerà a considerare gli iraniani esseri umani come tutti gli altri, e non nozioni astratte come fondamentalisti islamici – ha dichiarato la Satrapi – allora sentirò di aver fatto qualcosa di buono”.
Nel 2007 da questa opera è nato l’omonimo film d’animazione, diretto dalla stessa Satrapi e da Vincent Paronnaud, che ha ottenuto un vasto successo internazionale e ha vinto il Premio della Giuria al Festival di Cannes, facendo conoscere l’autrice a un pubblico ancora più ampio.
Trama di “Persepolis”
Nel 1980 Marjane è la protagonista e la narratrice della storia di una bambina di dieci anni che vive a Teheran, dove si è affermata la rivoluzione islamica; ha un duro impatto con la guerra e con l’estremismo religioso che colpisce in particolare le donne. Appartiene a una famiglia della classe medio-alta (suo padre è un ingegnere e sua madre discende da un’antica famiglia reale), è affascinata dalla politica e dalla filosofia, partecipa con i genitori alle manifestazioni popolari prima contro il regime dello Scià per la salvaguardia dei diritti civili, poi contro l’estremismo religioso del nuovo governo che impone misure particolarmente restrittive per le donne con l’obbligo d’indossare il velo in pubblico. La situazione spinge migliaia di iraniani a fuggire in Europa o negli Stati Uniti, mentre il governo reagisce in modo sempre più violento per mettere a tacere le proteste. Marjane trova una figura di riferimento nello zio Anoosh, un anziano un rivoluzionario comunista al quale s’ispira per mantenere le sue idee di uguaglianza e di resistenza contro gli oppressori. Anoosh viene successivamente arrestato di nuovo con l’accusa di essere una spia e giustiziato. Questo evento sconvolge profondamente Marjane. Scoppia la guerra con l’Irak e Teheran subisce numerosi bombardamenti che costringono i cittadini a nascondersi nei rifugi antiaerei. Per sopportare psicologicamente la situazione, molti cittadini organizzano segretamente feste in cui si consumano alcolici proibiti dal regime. I due anni di guerra spingono Marjane a ribellarsi, per cui interviene a lezione per contraddire gli indottrinamenti degli insegnanti, visitando il mercato nero per acquistare prodotti occidentali illegali come le videocassette. Marjane è traumatizzata dalla morte di una sua amica e i genitori decidono di mandarla a studiare in Austria per farla sfuggire alla guerra. A Vienna, Marjane inizia una nuova vita: studia al Lycée Français de Vienne e vive in una pensione gestita da suore. Inizialmente ha difficoltà a comunicare non conoscendo il tedesco, ma lentamente riesce a integrarsi, a fare amicizia, festeggia il Natale e frequenta le messa con la sua compagna di stanza. La ragazza è però costretta ad affrontare i pregiudizi europei contro gli iraniani e viene espulsa dalla pensione per aver risposto male a una suora che aveva espresso un commento xenofobo nei suoi confronti. Marjane va a vivere dalla sua amica Julie e ha uno shock culturale nello scoprire la libertà sessuale della ragazza. Marjane subisce una trasformazione fisica e ideologica, inizia a consumare droghe; la sua identità iraniana e i traumi vissuti a causa della guerra la portano a isolarsi dagli altri e condurre una vita sregolata. Si trasferisce nell’appartamento della dottoressa Frau Heller, e ha la sua prima relazione seria con Marcus, ma scopre che il giovane la tradisce; lo sconforto è tale che lascia l’appartamento e trascorre due mesi vivendo per strada all’addiaccio. Finisce per ammalarsi di polmonite e quasi viene stroncata dalla malattia, ma viene portata in ospedale in tempo. Marjane contatta i genitori e decide di tornare a Teheran e trova un nuovo clima politico: si celebrano i “martiri” morti per la patria; aumentano regole e controlli. Visto quanto hanno sofferto i genitori a causa della guerra, Marjane decide di tacere le sue vicissitudini europee. Tuttavia la sua situazione di vita è instabile, cade in depressione e cerca due volte di suicidarsi senza riuscirci. Considera questo un segno del destino e inizia un processo di recupero curando la propria salute, lavorando e studiando arte all’università. Per sfuggire alle restrizioni governative, Marjane e i suoi amici organizzano spesso feste segrete, e sono arrestati più volte dalla polizia. Inizia a frequentare l’artista Reza, ma la loro relazione è messa in difficoltà dalle autorità, che impone la separazione dei due sessi a meno che una coppia non sia sposata. Nel 1991 Reza propone a Marjane di sposarsi e lei accetta nonostante i suoi dubbi e quelli dei suoi familiari. Nel corso di una festa a cui Marjane partecipa, la polizia fa una retata; nell’inseguimento che ne deriva, un amico di Marjane muore cadendo da un edificio. Nel 1994 il matrimonio con Reza è in crisi: Marjane confida alla sua amica Farnaz, che non ama più Reza e vuole il divorzio. Farnaz le consiglia di restare con il marito, perché le donne divorziate sono emarginate dalla società, ma la nonna la spinge a separarsi. Dopo molte riflessioni, Marjane decide per il divorzio e i genitori approvano la decisione, quindi la invitano a lasciare definitivamente l’Iran per condurre una vita da donna libera ed emancipata in Europa. Marjane è accompagnata dalla famiglia in aeroporto e la nonna, come un ultimo saluto, le dice che “La libertà ha sempre un prezzo”. Nel 1996 le arriva a Parigi la notizia della morte dell’amata nonna.
Le altre opere di Marjane Satrapi
La Satrapi nel 2003 pubblica Taglia e cuci, un racconto brillante e ironico sulle confidenze e le aspirazioni di un gruppo di donne iraniane appartenenti alla classe colta. Sono chiacchiere al femminile tra persone emancipate che alternano risate e divertimento, pianti improvvisi e indignazione, che raccontano un Iran diverso da quello nascosto dietro i veli neri che rappresentano, per noi occidentali, un segno di oppressione, tristezza, mortificazione, mentre dietro di loro si nascondono persone cariche di vitalità e di arguzia che durante un pomeriggio, riunite intorno al samovar, parlano di sé e dei loro uomini senza complessi d’inferiorità. Sono donne che gettano la maschera dell’ipocrisia per rivelare l’accettazione e la critica delle ferree regole e convenzioni che modellano la vita degli esseri umani, soprattutto delle donne che devono pagare il prezzo più duro per le libertà negate.
Gli uomini di casa sono assenti sulla scena come una specie di “Convitati di pietra”, dato che il genere maschile è presente nelle chiacchiere di queste donne riunite in una vera e propria seduta catartica, impegnate a discutere sulle difficoltà di vivere in una società maschile e maschilista, mostrando una straordinaria energia nel cercare e conquistare ogni possibile spazio di affermazione personale secondo la propria natura, cultura, forza di volontà, anche con le armi dell’ironia e della scaltrezza. Il carattere degli uomini viene analizzato senza formalismi e stereotipi, ma sulla base degli scambi quotidiani tra i due sessi con lo sguardo scanzonato e complice di una sorellanza solidale. Gli uomini sono messi a nudo con le loro debolezze e ingenuità, il loro cinico opportunismo, si fissati spazi mentali e fisici ritenuti inviolabili, che servono a definire pensieri, speranze e desideri da condividere solo tra donne, dai quali gli uomini sono rigorosamente banditi. Dalle chiacchiere di queste donne di ceto elevato nasce il ritratto universale, arguto e irriverente che mette a nudo la piccineria e la meschinità degli uomini che hanno costruito questa società, ma anche l’amore che (pur in modo sotterraneo, distorto, patogeno) lega i due sessi e li rende complici nel bene e nel male. Nello stesso tempo vi è la ricerca per trovare un difficile equilibrio nei rapporti tra i due sessi, di “mercanteggiare” spazi di autonomia e di libertà per sfuggire a norme in apparenza rigide e non aggirabili, che invadono il privato e pongono a dura prova l’inventiva delle donne per sfuggire alle sanzioni poste da un regime pervasivo e totalizzante.
La Satrapi sa cogliere pienamente gli aspetti di un mondo apparentemente lontano con questo “taglia e cuci” femminile che, attraverso gli aneddoti narrati, mette in risalto regole, tradizioni, convenzioni antiche, ma anche emozioni, attese, timori, sconfitte e piccole rivincite di queste donne. Generazioni a confronto, passato e presente che si rincorrono e s’intrecciano, dove le donne più anziane (la nonna di Marjane e la zia Parvine) assumono una funzione di guida, non solo per ragioni anagrafiche, ma per essere nate e cresciute in un’epoca che aveva visto un progressivo allargarsi degli orizzonti femminili e incoraggiato un’emancipazione in seguito negata. Le più anziane sono le più coraggiose e severe nel condannare un sistema oppressivo, mentre le più giovani, intrappolate nella rigidità degli schemi sociali, vorrebbero fuggire verso un mondo più libero.



Pollo alle prugne (2004) è il “romanzo della maturità” di Marjane Satrapi, un racconto poetico e drammatico sul potere dell’amore, dell’arte e della memoria, che mette ancora in evidenza la sua capacità d’intrecciare vicende personali e storia collettiva con uno stile profondo ed essenziale. “Poiché nessun tar riusciva più a procurargli il piacere di suonare, Nasser Ali Khan decise di morire. Si distese nel letto…” Questo è l’incipit di un vero e proprio romanzo a fumetti nel quale la Satrapi si allontana dalla lettura autobiografica, politica e sociale di Persepolis per raccontare la storia dell’ultimo legame che unisce un uomo col mondo del passato, quando il presente si rivela vuoto e privo di senso per cui il protagonista Nasser Ali, che è stato un famoso suonatore di tar, non ha più nessuno scopo per vivere per cui, in una struggente malinconia, decide di lasciarsi morire d’inedia e tristezza, dopo che la moglie in uno scatto d’ira ha rotto il suo prezioso strumento musicale. Ambientato nel 1958, il racconto cela dietro il dolore del musicista anche la frustrazione di un matrimonio combinato, la sofferenza per amore infelice, la delusione e la nostalgia per il passato. La storia è raccontata anche attraverso flashback, digressioni, numerosi riferimenti e citazioni della poesia e letteratura persiane; rappresenta un affresco intimista e nostalgico della vita di Nasser Ali e della società iraniana scissa tra modernità e tradizione vista con gli occhi del morente protagonista costretto a riflettere sulle sue scelte e sul valore di concetti assoluti come famiglia, matrimonio, futuro.





Giusto ricordare una donna coraggiosa e un’artista che ha reso il fumetto un’arma politica, capace di far riflettere e scuotere le coscienze.