Interviste a Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti


a cura di Francesca Bruni

13 Ott 2026 - Approfondimenti live, Interviste

A Gualtieri Francesca Bruni ha incontrato Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti in occasione della presentazione dei loro nuovi lavori discografici (rispettivamente La macchia mongolica e Percuotendo, in cadenza). Due interviste esclusive tra memoria, identità, spiritualità e il potere della musica di attraversare il tempo.

Alcuni percorsi artistici, pur attraversando strade differenti, continuano a condividere una medesima tensione verso la ricerca, la memoria e il significato profondo dell’esistenza. Quelli di Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti appartengono indubbiamente a questa categoria. Due protagonisti fondamentali della storia musicale italiana, capaci di trasformare l’urgenza espressiva dei CCCP e dei CSI in un linguaggio che, ancora oggi, continua a interrogare il presente.

In occasione della presentazione a Gualtieri dei rispettivi lavori discografici, La macchia mongolica, ripubblicato in una nuova edizione, e Percuotendo in cadenza (https://www.musiculturaonline.it/zamboni-e-ferretti-le-strade-che-si-ritrovano/), ho avuto l’opportunità di incontrare entrambi gli artisti e approfondire alcuni aspetti della loro ricerca musicale e umana.

Zamboni ci accompagna idealmente nelle immensità della Mongolia, dove il rapporto tra individuo e collettività diventa occasione per riflettere sull’identità, sulle radici e sulla necessità di riscoprire il senso dell’appartenenza. Una dimensione nella quale la musica, liberata in gran parte dalle parole, lascia spazio all’immaginazione e alla costruzione di un proprio universo interiore.

Ferretti, invece, ci conduce in un territorio dove la parola si fa suono, la memoria diventa presenza e le canzoni, spogliate delle loro architetture originarie, rivelano significati inattesi. Ne emerge una riflessione intensa sul trascorrere del tempo, sulla spiritualità e sulla capacità quasi taumaturgica della musica di trasformare chi la interpreta e chi l’ascolta.

Due visioni differenti, due sensibilità artistiche inconfondibili, ma un’unica consapevolezza: la musica non è soltanto espressione artistica, ma uno strumento attraverso il quale interrogare sé stessi, riconoscere le proprie radici e tentare di comprendere il mistero dell’esistenza.

(ph Marco Pacini)

INTERVISTE

INTERVISTA A MASSIMO ZAMBONI

In La macchia mongolica la dimensione intima incontra quella collettiva. Quanto è difficile far convivere queste due dimensioni dell’essere umano?

Non è difficile, se hai la Mongolia intorno. In Mongolia impari quello che dovremmo sapere sempre: la vita del singolo non conta nulla. Nella Mongolia rurale, ovviamente, nessuno potrebbe vivere isolato, come individuo. Hai bisogno degli altri uomini e delle altre donne, di una famiglia, degli anziani, dei bambini, dei cavalli, delle vacche, dei cammelli, degli yak: dell’intero insieme della vita, in cui ciascuno sostiene l’esistenza degli altri.

È un po’ come questa tenda: se prendi i singoli elementi, non c’è niente che stia in piedi da solo. È stato bello verificarlo mentre la montavamo. Il cannicciato, i pali, le colonne: nessuno di questi elementi ha una vita propria, eppure sono tutti fatti di materiali organici. Quando li metti insieme, la struttura acquista una solidità sconcertante: se la tocchi, non si muove nulla, ed è capace di resistere a quaranta gradi sottozero e a venti fortissimi. C’è un solo accorgimento importante: si prende quella corda che sta al centro e la famiglia la tiene ben salda in basso. La tenda diventa così il simbolo dell’unità familiare.

Anche la disposizione degli spazi rispecchia questa unità e, al tempo stesso, le gerarchie: gli uomini si collocano da una parte, le donne dall’altra, senza confusione. Il capofamiglia occupa il suo posto e, in fondo, c’è la zona dell’altare con tutte le divinità familiari. Tutto questo aiuta a capire molte cose.

Perché hai scelto proprio oggi di aggiungere “Forme Perfette” a quell’album? Cosa racconta del tuo presente?

“Forme Perfette” mi è arrivata come un regalo dopo la pubblicazione di La macchia mongolica, in occasione della prima ristampa dell’album.

Non avevo ancora avuto modo di presentarla, anche se è una canzone che mi è piaciuta moltissimo fin da quando l’ho ricevuta. Quando ho cominciato a pensare alla ristampa, ho capito che sarebbe stata perfetta, perché parla proprio di La macchia mongolica: anche l’autore ha vissuto la stessa esperienza con sua figlia.

Mi sembrava l’inserimento giusto. C’era anche il desiderio di fare un passo indietro, di non considerare l’album soltanto una creatura mia, ma di interpretare una canzone che mi era arrivata già compiuta, finita, al di là di qualche ritocco al testo.

Nei tuoi lavori l’“Altrove” è spesso un luogo capace di trasformarci. Oggi, di fronte a identità sempre più chiuse, può ancora essere una forma di ricchezza?

In realtà, il problema è che le identità sono molto chiuse e sempre più rattrappite, ma è vero anche il contrario: stiamo perdendo la consapevolezza della nostra identità familiare, genealogica, territoriale, geografica e storica. Lo sfaldarsi di questa capacità identitaria lascia aperti degli ingressi che non sono sempre positivi.

Siamo abituati a pensare alla mescolanza dei popoli, a una sorta di livellamento, in cui non ci siano prevalenze o supremazie. Sono parole che fanno inorridire già solo a pronunciarle. Allo stesso tempo, però, la necessità di accettare tutti gli altri su un piano di parità deve poggiare su fondamenta solide, individuali e familiari, che siano ancora una volta chiare. Altrimenti, diventiamo banderuole che si agitano senza sapere perché, senza capire più nulla.

Questo è un disco quasi interamente strumentale: quanto è importante, per te, lasciare all’ascoltatore uno spazio libero in cui costruire il proprio viaggio, senza che le parole ne determinino il significato?

Hai già dato tu la risposta: era esattamente quello che volevo, lasciare a ognuno la possibilità di costruirsi la propria Mongolia, il proprio spazio intimo o esteriore. Senza essere guidati dalle parole, che per noi sono così importanti. Specialmente per me e per Giovanni, che siamo abituati a prestare molta attenzione alle parole e a lavorare a lungo su di esse. Questa volta, però, non indichiamo una strada da seguire, e questo mi sembra un grande arricchimento per l’album.

A sei anni dalla prima pubblicazione, riascoltare oggi La macchia mongolica significa anche fare i conti con il tempo che è passato. C’è qualcosa, in questo disco, che oggi ascolti in modo diverso rispetto ad allora?

Forse oggi lo ascolto con una consapevolezza ancora maggiore. La Mongolia mi arriva addosso, nel senso che è costantemente presente nelle mie azioni. Non è una presenza che determina il mio quotidiano concreto, ma quello mentale, il mio orizzonte di pensiero. I richiami che arrivano continuamente dalla Mongolia, spesso inaspettati, in qualche modo selezionano i miei pensieri e danno loro un ordine. Ormai questa presenza mi accompagna da quasi trent’anni: mi si è appollaiata sulle spalle.

INTERVISTA A GIOVANNI LINDO FERRETTI

Il tuo ultimo lavoro discografico “Percuotendo in cadenza” è un viaggio alle tue origini ed un percorso interiore per ritrovare spazi che forse avevi smarrito o per ritrovarne di nuovi?

È una domanda per cui non saprei distinguere tra ciò che è nuovo e ciò che è stato smarrito. C’è un’insoddisfazione quotidiana legata al fatto che, alla mia età, riflettere sulla vita significa arrendersi all’evidenza che esiste un mistero che la sovrasta. Non so se si tratti di cose che ho dimenticato o di cose nuove a cui non mi sono ancora affacciato: è ciò che manca. Molte volte, però, mi sembra che quello che arriva come qualcosa di nuovo sia in realtà qualcosa che avevo soltanto dimenticato, e che quindi non è così nuovo come potrebbe sembrare.

Parlando del successo avuto con CCCP e CSI, sono stupito dalla reciprocità, perché mi pare che sia il palco dei CCCP sia quello dei CSI producano benessere in chi li ascolta. Chi arriva a un concerto ne ricava gratificazione, ne trae beneficio, e la stessa cosa accade sul palco. Se mi guardo indietro, mi rendo conto di essere stato guarito. Ho sempre saputo che la musica è terapeutica, a volte addirittura taumaturgica, capace di fare miracoli. Prima di tornare sul palco ero un essere molto più allo stadio larvale; ritrovarsi lì, invece, ti fa capire che succedono cose che vanno ben oltre la razionalità e la capacità di comprendere. Ognuno, però, deve fare la propria parte. A volte non è neanche troppo utile ripensare continuamente alle cose: va bene anche accettarle. Io non ho mai deciso di nascere, mi sono ritrovato qui. Ci sono cose che è meglio accettare per quello che sono, perché non sono spiegabili. Ogni spiegazione, in realtà, rischia di ridurle a una banalità.

Hai scelto per questo disco di spogliare le canzoni e rileggerle attraverso percussioni e strumenti a corde. Che cosa succede a un brano quando gli si toglie l’arrangiamento originario? Si scopre la sua struttura più profonda oppure si rischia di tradirne la natura?

Io sono innamorato delle parole e ho sempre abusato, in senso positivo, delle persone a cui volevo bene e che mi stavano intorno, chiedendo loro di aggiungere la musica alle mie parole. A volte è stata la musica a inventarsi le parole, altre volte sono state le parole a essere costrette dalla musica. È un gioco reciproco, in cui dare e avere si compensano.

È una bella domanda. In origine, per esempio, avrei pensato che le canzoni non potessero reggersi senza la loro musica. Scoprire che, una volta nate, acquisiscono caratteristiche che prima erano inimmaginabili è stata una sorpresa. Ho capito che, in realtà, è possibile. Sul palco sono molto legato alle parole: non le cambio mai, è difficilissimo. A volte posso togliere una parola che, trent’anni dopo, mi sembra di troppo, ma mi stupisce il modo in cui, con il passare degli anni, le parole continuino ad arricchirsi di significato.

Mi stupisce anche il fatto che le canzoni possano ritrovare una veste nuova, ma è uno stupore che devo alle persone con cui lavoro. Non avrei immaginato, per esempio, che Simone (il percussionista Simone Beneventi ndr) potesse realizzare un lavoro di questo genere sui brani. Ero già rimasto sorpreso quando mi ero ritrovato a cantare canzoni accompagnato soltanto dalla voce e dal violino. È una dimensione popolare, che faceva già parte del mio immaginario: quella del cantore, per cui, con l’aiuto di un violino, puoi fare praticamente qualsiasi cosa. Poi mi sono ritrovato persino a cantare con la sola voce e la zampogna: una cosa quasi impossibile, ma anche lì c’è qualcosa di mitico, di arcaico.

Con Simone, invece, gli ho dato carta bianca, riconoscendo il valore della sua formazione musicale, quella di un musicista colto, cresciuto nelle scuole di musica e al conservatorio, che ha dedicato il suo percorso alla musica. Sono riflessioni che mi accompagnano da molto tempo. Quando ho cominciato a rielaborare le canzoni con Ezio (il violinista, chitarrista e polistrumentista Ezio Bonicelli ndr) per voce e violino, lui mi raccontò la storia della nascita della musica, legata a una riflessione di Pitagora. Un giorno, camminando per le strade, Pitagora avrebbe sentito un fabbro battere il martello e, ascoltando quel ritmo, avrebbe cominciato a ragionare sulle concordanze, dando origine alla prima idea della musica come scienza. Mi rendo conto, così, di essere una pulce su un essere immenso che racconta, in fondo, la storia dell’umanità.

La musica ti aiuta a scoprire ulteriori significati nelle parole. Quelle delle canzoni nate con i CCCP, per esempio, sono molto legate a un momento storico, ma anche a una fase della vita: la giovinezza, la strafottenza, l’arroganza. Ritrovarle trent’anni o quarant’anni dopo e scoprire quanta dolcezza e quanta serenità contengano è una sorpresa, resa possibile proprio dalla musica.

È stato quindi molto interessante il lavoro che Simone ha fatto sulle canzoni. Gli avevo chiesto soltanto percussioni, senza aggiungere nient’altro. Anche perché è bello da vedere sul palco.

In “Percuotendo, in cadenza” la parola non sembra semplicemente appoggiarsi alla musica: sembra quasi generarla. Quanto è importante per te la valenza “musicale” delle parole veicolate dalle sue molteplici modulazioni vocali?

È una riflessione che è cominciata ai tempi dei CCCP e che non finirà mai, perché credo che le parole possiedano già una loro musicalità. Quando devi mettere delle parole sulla musica, devi trovare una concordanza che vada al di là del loro significato. Sono riflessioni che gli uomini fanno da sempre, quindi è un problema difficile, che non si può risolvere una volta per tutte.

La parola, di per sé, è musicalità. Sulla faccia della Terra servono un’incredibile varietà di lingue, perché sono tante le possibilità espressive. È un dispiacere, quasi una colpa, quando si perde una lingua, perché si perde una possibilità di raccontare il mondo secondo una prospettiva specifica.

Il fatto che io, per esempio, sia innamorato della lingua italiana mi permette di scandagliare le parole. Non posso utilizzare altre lingue. Ho nelle orecchie, come si diceva prima, la musicalità del latino, ma si tratta di un latino di seconda, terza, quarta mano. Le parole italiane, invece, continuano a stupirmi anche a 73 anni.

A volte le canzoni nascono davvero da sole. Racconto spesso una storia, perché è clamorosa, ma ce ne sono tante altre simili. Ci sono canzoni che non vogliono saperne di venire alla luce e sulle quali devo lavorare moltissimo, con fastidio e persino con rabbia. Altre, invece, nascono all’improvviso. In certi momenti percepisco qualcosa che affiora da un indistinto brusio: è semplicemente il resoconto di ciò che mi stava succedendo sulla spiaggia in Bretagna, mentre i CSI cominciavano a suonare per la prima volta.

In “Percuotendo in cadenza” uno degli elementi centrali è la memoria. Se potessi tornare indietro e guardare oggi quella persona che eri, come la rivedresti? E, soprattutto, come ti vedi adesso rispetto a ciò che sei stato?

È una diretta conseguenza di tutto questo. Per certi versi mi sento ancora il bambino che sono stato, per altri sono ancora il cantante dei CCCP. Come Percuotendo in cadenza, anche il mio lavoro precedente aveva un’altra parola chiave: Moltitudine. La moltitudine è la gente che mi trovo davanti, ma sono anch’io una moltitudine, perché ognuno di noi è, a sua volta, una moltitudine.

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