Jesi osa con Puccini: Il Trittico conquista il Pergolesi
di Roberta Rocchetti
14 Ott 2026 - Commenti classica
La Fondazione Pergolesi Spontini inaugura la stagione lirica 2026 con l’esecuzione integrale del capolavoro pucciniano. Raffinata la regia di Paul Émile Fourny, eccellenti le prove vocali e la direzione di Stefano Vignati, per una serata che premia il coraggio delle scelte artistiche.
(Foto di Marco Pozzi)
Raramente messo in scena nella sua interezza, il Trittico di Puccini richiede un notevole sforzo di allestimento, costi, cast e pretende un pubblico attento, capace di fare un viaggio nell’eclettismo compositivo del genio lucchese che spazia dal verismo del Tabarro al lirismo di Suor Angelica per arrivare al giocoso intersecarsi sul pentagramma delle note del Gianni Schicchi, così come Verdi con Falstaff ha voluto concludere il suo percorso creativo con una commedia dopo tanto scandagliare i dolori dell’esistenza umana, così Puccini conclude il suo trittico con leggerezza, sottolineando il potere catartico della musica che conduce negli inferi solo perché si possa maggiormente apprezzare il ritorno alla luce, come appunto, per rimanere in tema Gianni Schicchi, succede a Dante dopo l’avventura con Virgilio.
Il debutto del Trittico avvenne al Metropolitan di New York nel dicembre 1918, essendo l’Italia e L’Europa ancora attanagliate dalle ultime nefaste code della Prima guerra mondiale con un ottimo successo, da allora tuttavia è stato spesso messo in scena smembrato di qualche sua componente per i motivi di cui sopra, cosa che amareggiava lo stesso compositore e qui entra in scena Jesi e il coraggio e la curiosità che da sempre contraddistingue la Fondazione Pergolesi Spontini nell’azzardare titoli inconsueti e/o inediti, avendo capito che se si vuole far continuare a vivere l’opera lirica essa non può adagiarsi sui soli ormai due o tre titoli che fanno sold out, e speriamo che questo coraggio contagi il più possibile chi non riesce ad uscire dalla comfort zone di Tosca, Traviata e poco altro, senza nulla togliere a questi immensi capolavori.
Sono le tre opere pucciniane, infatti, ad aprire la stagione lirica 2026, a cui seguirà il magnifico e anche questo ormai raro Don Pasquale di Donizetti, per passare a L’Esecuzione di Salvatore Passantino su libretto di Marco Malvaldi (noto per la serie di libri gialli I delitti del Barlume) che rappresenta una prima assoluta, chiudono la stagione Nabucco di Giuseppe Verdi e lo spettacolo di danza Querencia.
La regia di Paul Émile Fourny si è rivelata in questo caso particolarmente raffinata senza essere assente e presente senza essere invasiva, le giuste idee al posto ed al momento giusto per far sì che la bellezza della musica trovasse una spalla in una azione mai lasciata a sé stessa, con l’ausilio delle scene e luci di Patrick Méeus e dei costumi di Giovanna Fiorentini, un altro “trittico” ormai ben rodato al Teatro Pergolesi.



Il tabarro
Nel Tabarro la scena si apre sul molo sulla Senna, del resto Fourny ha ribadito che il filo conduttore delle tre vicende è l’acqua che scorre macinando esistenze, segnando morte e vita; sullo sfondo una livida Notre-Dame in primo piano un ponte sospeso, Fourny, immagina un finale più cruento se possibile del solito e Michele non si limita ad uccidere Luigi ma uccide anche Giorgetta, strangolandola con una sciarpa rosso sangue.
Massimo Cavalletti ha dato vita ad un Michele di grande forza ed equilibrio, pulsioni sotterranee di violenza prima repressa poi esplosa in un Nulla…Silenzio che gli ha permesso di esprimere appieno il proprio potenziale vocale, grande volume, bel timbro, sonorità piena che ha entusiasmato il pubblico che ha gremito il teatro.
Ottima anche la Giorgetta di Alessandra di Giorgio, sia sul piano attoriale che vocale il piglio drammatico/verista di questo difficile ruolo è emerso con decisione. Squillante, spavaldo, fresco, il giovane Luigi di Giulio Pelligra, dolcissima e valente la Frugola di Elena Antonini, Riccardo Liberatore ha disegnato un Tinca di grande drammaticità così come è emersa tutta la rassegnata fragilità del Talpa di Stefano Gennari.
Chiudono il cast Alessandro Pucci nel doppio ruolo del venditore di canzonette e dell’amante di Isabella Gilli.


Suor Angelica
A proposito di cast che nel Trittico è particolarmente complesso e composito, alcuni protagonisti li abbiamo trovati presenti in più di un titolo, è il caso di Alessandra di Giorgio che ritroviamo protagonista in Suor Angelica e il giovane soprano gestisce la propria vocalità con decisione portandola al lirismo necessario al cambio di ruolo, regalando al pubblico un Senza Mamma carico di pathos e di quella straziante soavità propria della dannata capacità di Puccini di commuovere anche i sassi.
Una scena quasi vuota a rendere ancora più angosciante la repressiva e punitiva disciplina a cui sono sottoposte le novizie che nel corso d’opera si trasforma in qualcosa di ancora più inquietante e straniante, prima con l’apparizione di una Zia Principessa a metà tra presagio di morte e minaccioso aracnide interpretata da una bravissima Arlene Miatto Albedas, poi con lo sfilare davanti a Suor Angelica di una figura celeste che le porge il veleno e quando ormai agonizzante di una serie di familiari ectoplasmi tra cui per ultimo il bambino perduto che le porge la mano per l’ultima stazione.
Ottimo il resto del cast:
La Badessa di Aloisa Aisemberg, il ritorno di Elena Antonini dal ruolo della Frugola a quello di suora zelatrice, la maestra delle novizie Roberta Sollazzo, Suor Genoveffa Francesca Maionchi, Suor Osmina Isabella Gilli, Suor Dolcina Louise Guenter, Le cercatrici Debora Simonetti e Elisa Luciani, la novizia Laura Tomasucci, le converse Midori Namikawa e Alina Khalilova.



Gianni Schicchi
L’atmosfera si alleggerisce infine col Gianni Schicchi in cui ritroviamo Massimo Cavalletti da truce assassino a geniale imprenditore di sé stesso che si arricchisce facendo leva sulla propria furbesca intelligenza, ancora una prova di duttile bravura da parte del baritono lucchese che si trova a suo agio tra le vicende toscane del protagonista dantesco, torna Francesca Maionchi dalle celle del convento di Suor Angelica e ci regala una splendida Lauretta, il suo O mio babbino caro si guadagna una meritata ovazione.
Sempre carismatica Arlene Miatto Albeidas che torna come Zita, la sua presenza in scena è sempre un valore aggiunto, torna anche Giulio Pelligra nel ruolo dell’amoroso Rinuccio che si è speso ottimamente nella sua Firenze è come un albero fiorito.
Nello Schicchi laregia è più composita, meno essenziale ma mai caotica, ogni pezzo incastrato alla perfezione in un puzzle mai fuori posto, tra idee simpatiche e sempre al servizio della drammaturgia.
Chiudono il cast:
Gherardo Riccardo Liberatore, Nella Luoise Guenter, Gherardino Mirta Belcecchi, Betto di Signa Stefano Gennari, Simone Kevin Baliviera, Marco Giacomo Medici, La ciesca Aloisa Aisemberg, Maestro Spinelloccio Alessandro Ceccarini, Messer Amantio Piersilvio De Santis, Pinellino Kevin Paoltroni, Guccio Samuele Lattanzi.
La direzione di Stefano Vignati alla guida dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana è stata duttile, capace di esprimere le diverse strutture emotive delle vicende così diverse tra loro, ma mai è mancata la partecipazione, mai il suono è apparso distratto rispetto alla vicenda, orchestra protagonista fondamentale, così come il Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno guidato da Pasquale Veleno.
Il Teatro Pergolesi continua appunto a dimostrare che i teatri, anche quelli dei piccoli centri, si riempiono tanto e forse di più osando titoli meno mainstream, speriamo che la lezion giovi.

