Intervista al regista Giovanni Veronesi


a cura di Francesca Bruni

6 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

In occasione del Lucca Film Festival 2026 il regista Giovanni Veronesi, presente al festival per presentare il suo ultimo film Dio ride, ci ha rilasciato un’intervista parlando della comicità come forma di libertà e il bisogno di un nuovo linguaggio per il cinema italiano.

Giovanni Veronesi al Lucca Film Festival (Foto di Laura Casotti)

In occasione della sua presenza al Lucca Film Festival 2026, Giovanni Veronesi ha portato Dio ride, un film che guarda al Seicento per parlare, in realtà, al nostro tempo. Al centro c’è Frate Leopoldo, un uomo apparentemente lontano dall’idea di ribellione, ma capace attraverso la risata di mettere in discussione il potere e le sue certezze. Una figura che diventa metafora di un cinema che non accetta più confini troppo rigidi tra commedia e dramma, tra leggerezza e profondità.

Nell’incontro con Veronesi emerge un autore che, dopo una lunga carriera segnata anche dal successo de Il ciclone e dalla stagione del cosiddetto “cinema toscano”, sembra rivendicare oggi una libertà ancora maggiore. «Sono arrivato all’età della pensione», racconta con la sua consueta ironia, «e adesso sono finalmente libero di poter dire quello che voglio». È proprio questa libertà a guidare Dio ride: un film che parla di comicità, spiritualità e potere, ma anche della necessità di trovare un linguaggio nuovo per raccontare un presente che sembra averne disperatamente bisogno.

Per Veronesi, ridere non significa fuggire dalla realtà, ma guardarla in faccia e, talvolta, riuscire persino a metterla in crisi. Perché, come ricorda il regista, «il potere ha paura della comicità».

Giovanni Veronesi al Lucca Film Festival (Foto di Laura Casotti)

INTERVISTA

Lei viene dalla commedia, ma in Dio ride sembra quasi voler dimostrare che ridere e affrontare temi profondi non sono affatto due cose incompatibili. Perché il cinema italiano tende ancora a considerarle categorie separate?

Questo è un problema di certe persone, di una certa intellighenzia del cinema e anche di una certa critica, che hanno sempre pensato che la comicità fosse qualcosa di leggero, di superficiale. La maggior parte delle volte potevano anche avere ragione: certi film, certe commedie realizzate negli ultimi trent’anni sono insufficienti, sono brutte. Però questo non significa che la commedia non sia, invece, forse il genere più difficile da fare, perché comprende entrambi gli altri: la comicità e il dramma.

Ha raccontato spesso personaggi che cercano una strada per sottrarsi alle regole del proprio tempo. Frate Leopoldo è forse il personaggio più “ribelle” che abbia mai raccontato, proprio perché non si considera un ribelle?

Lui è inconsapevole di essere un ribelle, proprio come tutti gli eroi sono inconsapevoli di esserlo: nessuno parte da casa sapendo di essere un eroe, un profeta o un santo. In realtà, lui non è né santo né profeta, ma un analfabeta che parla alla gente grazie al dono di far ridere e di avvicinare la risata a Dio, a Gesù. Ed è proprio per questo che veniva considerato un eretico. Credo che, se c’è un’analogia tra il mio film e i tempi che viviamo oggi, sia proprio questa: la risata può essere uno strumento molto efficace, soprattutto per dire di no al potere.

Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino

Il film è ambientato nel Seicento, ma parla di un tema sorprendentemente contemporaneo: il rapporto fra chi esercita il potere e chi riesce a conquistare un pubblico senza avere quel potere. Quanto le interessava parlare indirettamente anche del presente?

Parlare del presente è sempre importante quando si fa un film. Anche se ci si nasconde dietro un’epoca lontana come il Seicento, naturalmente bisogna avere ben chiara la metafora che si vuole raccontare. In questo film la metafora c’è ed è rivolta soprattutto alle nuove generazioni: vorrei che imparassero a parlare un linguaggio nuovo, perché quello che usiamo noi è vecchio, sa di muffa, soprattutto quando si parla di potere. Nel film si capisce bene che il potere, prima di cambiare, prima di modificare il proprio percorso, impiega molto tempo; gli uomini, invece, ci mettono molto meno.

Nel suo ultimo film un uomo viene percepito come pericoloso perché riesce a parlare alle persone attraverso la gioia e la risata. È ancora questo, oggi, il vero potere della comicità: riuscire a mettere in crisi ciò che sembra intoccabile?

Credo di sì. La comicità, la satira e l’ironia sono armi che vengono impugnate troppo di rado e, ogni volta che lo sono seriamente, vengono allontanate. Questo significa che il potere ha paura della comicità, perché lo mette in ridicolo e riesce a far capire alle persone quali sono gli errori che sta commettendo.

Con La Valanga Azzurra ha raccontato una parte della sua memoria personale trasformandola in memoria collettiva. Con Dio ride fa qualcosa di molto diverso, ma anche qui parte da una domanda profondamente personale. È arrivato a un punto della carriera in cui sente il bisogno di raccontare meno “storie” e più ossessioni?

Non sono proprio ossessioni, sono necessità. Sono arrivato all’età della pensione: mi hanno mandato un assegno e mi hanno detto, in sostanza, “Va bene, adesso ci pensiamo noi a te. Non devi più pensarci tu: mettiti da parte, stai zitto, prendi questo assegno e fatti i fatti tuoi”. A quel punto, invece, ho pensato: “Perché no? Va bene, prenderò questo assegno e adesso sono finalmente libero di poter dire quello che voglio”. Se ci pensate voi a me, non devo più pensarci io. Non devo più compiacere per forza il sistema, il pubblico. Adesso posso dire davvero quello che voglio. E quindi non sono ossessioni: sono necessità.

Al Lucca Film Festival per presentare il film “Dio ride”

Lei è uno degli autori che hanno contribuito a costruire quella stagione che abbiamo chiamato “cinema toscano”. A distanza di trent’anni, cosa è rimasto davvero di quella stagione e cosa invece era soltanto un’etichetta giornalistica?

Cos’è rimasto? Siamo invecchiati tutti. In genere, quando un autore riesce a colpire nel segno, è perché ha un feeling particolare con il pubblico del proprio tempo. Quando abbiamo fatto Il ciclone, per esempio, insieme a Leonardo (Pieraccioni, n.d.r.), eravamo in perfetta sintonia con il pubblico di allora, che chiedeva un rinnovamento del cinema, un cambiamento, un linguaggio nuovo. E noi glielo abbiamo dato. Adesso siamo di nuovo in uno di quei momenti in cui ci sarebbe bisogno che emergesse un linguaggio nuovo, proiettato verso il futuro, anche nel cinema.

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