Intervista al regista Carlo A. Bachshmidt
a cura di Francesca Bruni
8 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Dal G8 di Genova alle ferite ancora aperte della nostra società: Carlo A. Bachschmidt, raggiunto al telefono da Francesca Bruni, racconta un cinema che non cerca risposte facili, ma mette la memoria davanti alle nostre responsabilità e costringe il presente a fare i conti con il proprio passato.
Ci sono film che raccontano la realtà e altri che provano a scavare dentro di essa, mettendo in discussione ciò che pensiamo di conoscere. Il cinema di Carlo A. Bachschmidt appartiene a questa seconda categoria: un cinema documentario che nasce dall’osservazione, dall’ascolto e dalla necessità di confrontarsi con le ferite ancora aperte della nostra storia recente.
Architetto di formazione, Bachschmidt ha costruito nel tempo un percorso profondamente legato alla comunicazione sociale e alla ricerca audiovisiva. Il G8 di Genova del 2001 rappresenta uno dei nodi centrali della sua esperienza, prima ancora che cinematografica, civile e professionale: da quell’esperienza nasceranno lavori come Black Block e La provvista. Con La scelta, invece, ha seguito per dieci anni la vicenda della lotta No Tav in Val di Susa, interrogandosi sulle ragioni profonde di una scelta individuale e collettiva.
Nel suo cinema la memoria non è mai soltanto un esercizio del passato. È uno strumento per leggere il presente. Lo dimostra anche Persone, presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 2024, dove Bachschmidt affronta la storia della deistituzionalizzazione psichiatrica attraverso le vicende dell’ex manicomio Santa Maria della Pietà e del Progetto Giuseppina, mettendo in dialogo quella rivoluzione con le nuove forme tecnologiche di controllo e di cura.
Con Carlo A. Bachschmidt abbiamo parlato di cinema documentario, memoria, responsabilità, archivi, politica e del rapporto sempre più complesso tra individuo, società e tecnologia. Ma soprattutto di cosa significhi oggi filmare la realtà senza limitarsi a registrarla: cercando, attraverso le immagini, le domande che la realtà continua a porci.
INTERVISTA
Il tuo cinema sembra nascere sempre dall’esigenza di conservare una memoria che rischia di essere rimossa. Quando capisci che un fatto storico o sociale merita di diventare un documentario?
Diciamo che la consapevolezza di cui parli nella domanda nasce, da una parte, dalla passione e, dall’altra, dalla conoscenza. Dunque, secondo me, non può che esserci prima di tutto la volontà di conoscere ciò che è accaduto, prima di decidere che quel qualcosa meriti di essere ricordato.
Nel mio caso sono autodidatta, nel senso che la mia formazione non è quella dell’archivista, né del videomaker, né del fotografo: sono architetto. Però la mia esperienza di vita e professionale mi ha portato a incrociare il G8 e a viverlo anche nella fase successiva alle giornate di Genova, che comprende l’intero periodo dei dieci anni dei processi.
È in questo contesto che ho avuto modo di conoscere, insieme agli altri consulenti e agli avvocati, tutto il materiale che è stato reso disponibile proprio in occasione dei processi. Un materiale che ci è servito, da una parte, per ricostruire i fatti e sostenere le posizioni di moltissime persone, sia imputate sia parti offese; dall’altra, più in generale, per noi genovesi, per dare un senso ai ricordi frammentati che ciascuno aveva nell’immediatezza degli eventi e che, con il passare del tempo, finivano per confondersi con le diverse ricostruzioni, i sentito dire, le testimonianze scritte e quelle verbali.
Quel materiale ci è servito anche per ricollocare noi stessi nello spazio e nel tempo, perché alcuni di noi, in determinati momenti di quelle giornate, ne avevano completamente perso la percezione, e quindi per dare un senso alle cose che avevamo vissuto. Ovviamente, proprio per il loro forte impatto emotivo, ciò che ciascuno di noi aveva visto e vissuto rappresentava soltanto una parte, un frammento, all’interno di un contesto assai più complesso.
Dunque, le ragioni per attribuire valore e significato a un archivio sono molteplici. Queste sono state le principali per me e, forse, anche per altri che hanno lavorato su quei materiali.
Nel 2011 hai realizzato il documentario Black Block, dove racconti le vite cambiate di alcuni Black Block che avevano partecipato al G8 di Genova. Secondo te dopo una vita incentrata su ideologie politiche estremiste si può riuscire ad avere una vita normale?
Non credo che si possa parlare di ideologie estremiste. Sono scelte politiche, scelte di vita: non c’è nulla di estremista, ma piuttosto un posizionamento politico radicale, del tutto legittimo, da parte di alcuni manifestanti. Non di tutti, ovviamente. Genova, come altri contesti di mobilitazione, è stata una situazione alla quale hanno partecipato persone con esperienze, culture e formazioni politiche molto diverse.
Le persone che ho intervistato e reso protagoniste di Black Block appartenevano al gruppo di coloro che erano stati arrestati alla scuola Diaz e, successivamente, molti di loro erano stati portati a Bolzaneto. L’intenzione era restituire una storia e un volto a persone che, durante i processi, per chi non li aveva frequentati o seguiti, non avevano un’identità. Sono persone che hanno deciso di metterci la faccia per ricostruire la propria esperienza, dopo averlo già fatto in tribunale, anche davanti a una telecamera, rendendo così pubblico il loro racconto.
Le vite di moltissime delle persone che hanno partecipato a quelle giornate sono cambiate. I protagonisti del documentario, che avevano vissuto e subito le violenze del blitz alla scuola Diaz e poi le torture a Bolzaneto, hanno reagito a quell’esperienza in modi diversi.
Muli, il berlinese protagonista di Black Block, come molti altri ha deciso innanzitutto di tornare a Genova dopo alcuni anni, anche in seguito alla costituzione come parte offesa e quindi alla necessità di venire in Italia a testimoniare. Lo hanno fatto nella consapevolezza che quella ricostruzione avrebbe contribuito a determinare ciò che viene definito “verità giudiziaria”, cioè la ricostruzione dei fatti a cui giunge una sentenza.
Per molti di loro è stato un passaggio importante, perché ha rappresentato un modo per affrontare, non dico superare, Genova: tornare dopo anni nei luoghi in cui erano accaduti fatti che conoscevano bene e farlo anche all’interno di un’aula di tribunale, dunque in una sede delle istituzioni e dello Stato, quello stesso Stato che nel 2001 aveva agito contro di loro. Muli, in particolare, si è poi avvicinato alla terapia, inizialmente attraverso un percorso personale. Successivamente è diventato formatore, seguendo a sua volta dei corsi di formazione. Quindi sì, la sua vita è cambiata, perché è riuscito a trasformare quell’esperienza in qualcosa da mettere a disposizione di altre persone che, in manifestazioni successive, avevano subito, non dico le stesse violenze, ma esperienze in qualche modo simili. Ha deciso di impegnarsi in quella direzione.
Una domanda mia personale: i Black Bloc, esattamente, chi sono? Tante volte si tende a considerarli degli estremisti, ma sarebbe interessante capire quali siano le loro ideologie e, più precisamente, chi siano i Black Bloc. Anche io, a volte, ho fatto fatica a comprendere fino in fondo il senso della loro posizione.
Black Bloc, letteralmente, è il “blocco nero”. A partire dagli anni Novanta venivano definiti così gruppi di manifestanti vestiti prevalentemente, se non completamente, di nero e considerati tra le componenti più radicali dei movimenti, anche per il ricorso ad azioni di danneggiamento di beni e strutture.
Che cosa vogliano i Black Bloc non credo abbia una risposta univoca, se non forse da parte di chi partecipa direttamente a queste forme di mobilitazione. Esistono anche altri blocchi identificati attraverso dei colori, perché dal punto di vista mediatico è più semplice e immediato distinguerli in questo modo.
Dopo il G8 di Genova e, più in generale, dopo la fine degli anni Novanta, i Black Bloc vengono periodicamente “riesumati” come categoria, perché in molte manifestazioni radicali compaiono gruppi di persone vestite di nero. Ma non si tratta di un’organizzazione con una sede, una struttura stabile o un manifesto comune: all’interno di questi gruppi possono ritrovarsi persone con provenienze, esperienze e posizioni politiche anche molto diverse tra loro.
Perché anche il fatto di rompere le cose, gli oggetti: per quale motivo? È una cosa che a volte mi sono chiesta: perché lo fanno?
Io posso risponderti sulla base di quello che ho letto e, dunque, la mia risposta vale quanto potrebbe valere la tua se avessi letto le stesse cose: da questo punto di vista non c’è nessuna differenza.
Coloro che scelgono forme di protesta così radicali possono avere tattiche e obiettivi diversi. Questo era già emerso durante il G8 di Genova, in particolare osservando alcuni gruppi provenienti dal Nord Europa, soprattutto tedeschi. Le modalità di azione, così come gli obiettivi individuati, potevano essere differenti.
I tedeschi, almeno per quello che ho potuto osservare, mi sono sembrati più chiari e selettivi nella scelta degli obiettivi: le loro azioni erano rivolte soprattutto contro quelli che consideravano simboli del capitalismo e delle grandi multinazionali. Già nelle piazze di Genova, nel 2001, alcuni di loro avevano discusso molto animatamente con altre persone appartenenti agli stessi gruppi perché danneggiavano negozi di piccoli commercianti o automobili utilitarie.
Il loro obiettivo, invece, erano soprattutto banche, società finanziarie, assicurazioni, automobili di grossa cilindrata e, più in generale, quelle realtà che, dal loro punto di vista, rappresentavano il sistema economico ritenuto responsabile delle forme di violenza e delle disuguaglianze contro cui protestavano.
Dunque, dipende sempre dal punto di vista da cui si guarda. Per esempio, i No TAV sostengono che chi realizza il TAV, pur sapendo che quella linea ferroviaria non rappresenterà la soluzione a un problema che, secondo loro, ormai non esiste più, perché i grandi flussi commerciali non passano più da lì, modifica, per dirla in modo gentile, un territorio; in realtà, loro sostengono che lo devasta.
A quel punto la domanda è: perché vengono distrutti i boschi e modificato il territorio della Val di Susa? La risposta di chi realizza l’opera è: «Perché stiamo costruendo un’infrastruttura che migliorerà i collegamenti».
Dall’altra parte, allora, si può chiedere: perché danneggi il cantiere del TAV? La risposta è: «Perché quel cantiere è responsabile della devastazione del territorio contro cui protesto».
Una risposta, dunque, c’è sempre. Dipende dal punto di vista da cui si osserva e si interpreta un’azione.
Sei stato anche consulente tecnico nei processi legati al G8 di Genova. Quanto questa esperienza diretta ha influenzato il tuo modo di raccontare la realtà attraverso il cinema?
Sicuramente la mia esperienza nel campo dell’audiovisivo nasce proprio da lì. Non avevo avuto una formazione specifica in precedenza, ma mi sono avvicinato a questo mondo attraverso l’esperienza dei processi sul G8, la raccolta del materiale d’archivio e, naturalmente, una mia passione per l’audiovisivo in generale.
Questa esperienza mi ha portato, come è accaduto anche ad altre persone, a sentire la necessità di restituire ciò che emergeva dai processi e dal lavoro di ricostruzione che stavamo facendo. Nel frattempo, erano usciti diversi documentari, ma molto dipendeva dalla capacità del singolo videomaker o regista di offrire una sintesi di quanto era emerso. Alcuni erano riusciti anche a spiegare, a grandi linee, determinate dinamiche.
Quando però i processi arrivano a raccontarti nel dettaglio persino le ragioni per cui alcuni fatti sono accaduti, senti la necessità di restituire anche quella complessità. Così, nei dieci anni dei processi, parallelamente alle consulenze e al lavoro svolto con il gruppo della segreteria legale del Genoa Legal Forum, abbiamo prodotto diversi video, tra cui Diritti negati, Legittima difesa e OP ordine pubblico, dedicati al G8. Ogni due anni circa realizzavamo un DVD, sia per raccontare ciò che emergeva dai processi, sia per raccogliere fondi destinati alle spese legali.
Al termine di questo percorso è arrivata la proposta di Fandango. Domenico Procacci mi disse che, se avessi avuto un’idea per realizzare un documentario, sarebbe stato disponibile a prenderla in considerazione. Così è nato Black Block.
È nato, quindi, da una lunga esperienza di conoscenza dei fatti, delle persone e dei materiali, più che da un percorso tradizionale di formazione cinematografica o da una scuola di regia.
Mi puoi parlare del tuo ruolo all’interno del Genoa Social Forum?
All’interno del Genoa Social Forum, inizialmente facevo parte di un’associazione genovese che si chiamava Sondagenova e che, insieme ad Arci e al centro sociale Zapata, aveva promosso, a livello cittadino, il percorso che avrebbe poi portato alla nascita del Genoa Social Forum.
Inizialmente si trattava di una sorta di patto di lavoro: molte realtà avevano già cominciato a incontrarsi e a discutere in vista dell’appuntamento del G8 del 2001. Nel 2000, dunque circa un anno e mezzo prima, abbiamo iniziato a seguire, inizialmente in maniera informale e ciascuno a suo modo, un percorso che in città era già avviato. Successivamente è emersa, anche a livello nazionale, la necessità di costituire un coordinamento più strutturato, con l’obiettivo di conoscersi, confrontarsi e concordare le iniziative comuni per quella settimana, che sarebbe poi diventata quella del controvertice.
Il mio ruolo è stato quello che in seguito è stato definito di segreteria organizzativa. Ero, in qualche modo, dietro le quinte di tutte le riunioni: mi occupavo dei verbali, dell’organizzazione e dei rapporti con le istituzioni. Era un ruolo prevalentemente tecnico, che qualcuno doveva svolgere e che, naturalmente, richiedeva una persona del territorio. L’ho svolto insieme al portavoce genovese del Genoa Social Forum, Massimiliano Morettini, che all’epoca era presidente di Arci Liguria.
Ho mantenuto questo ruolo fino alla fine delle giornate del G8. Successivamente si è trasformato in qualcosa di completamente inaspettato, che ovviamente nessuno di noi aveva immaginato, tantomeno io, sono diventato coordinatore della segreteria del Genoa Legal Forum, il gruppo di avvocati e consulenti che avrebbe poi seguito i procedimenti giudiziari legati al G8.
Secondo te, perché al G8 di Genova le cose non sono andate come avrebbero dovuto?
Intanto bisognerebbe chiedersi, non sono andate come avrebbero dovuto rispetto a chi? Perché non si può escludere che, dal punto di vista di qualcun altro, siano andate esattamente come dovevano andare. La domanda sottintende che le cose non siano andate come previsto, soprattutto per quello che è accaduto nelle piazze e durante cortei che erano stati concordati con le autorità.
Non credo di poter dare una risposta univoca. È emersa nel tempo una complessità di fattori. Sicuramente, da una parte, ci sono stati problemi nell’organizzazione e nella gestione dell’ordine pubblico, soprattutto nel coordinamento tra Polizia e Carabinieri, ma non soltanto. Dall’altra, c’è stata una preparazione che, per alcuni reparti, aveva caratteristiche più vicine a una logica militare che a quella tradizionale dell’ordine pubblico. Il manifestante finiva così per essere percepito come una sorta di “nemico”. E questo dice molto anche sul modo in cui alcuni reparti erano stati preparati per venire a Genova.
Tutto questo, secondo me, rimanda però anche a una responsabilità politica. La spiegazione non va ricercata soltanto all’interno dell’apparato di sicurezza e dell’organizzazione dell’ordine pubblico, ma anche nelle scelte politiche compiute prima del vertice. Non c’è mai stata una reale volontà di conoscere e di confrontarsi con il cosiddetto movimento. E questa volontà era mancata anche in precedenza, durante il governo di centrosinistra sotto il quale era stata impostata gran parte dell’organizzazione del G8.
Ricordiamo che Berlusconi vince le elezioni a maggio e forma il governo a giugno, quando una parte consistente dell’organizzazione era già stata definita. Il nuovo governo prende quindi in carico un dispositivo che era stato predisposto nei mesi precedenti e sostanzialmente lo conferma. Erano già stati stabiliti gli investimenti destinati al G8, quelli per le forze dell’ordine e anche le risorse assegnate al Genoa Social Forum per gestire l’accoglienza delle migliaia di persone che sarebbero arrivate in città.
Alcuni reparti delle forze dell’ordine erano stati preparati nei mesi precedenti anche attraverso specifiche attività di addestramento e nuove dotazioni, con l’obiettivo di affrontare eventuali azioni attribuite al cosiddetto Black Bloc.
Tra gli atti che abbiamo consultato, e in particolare nella documentazione relativa all’indagine parlamentare, abbiamo trovato materiali che descrivevano nel dettaglio la preparazione delle forze dell’ordine. Emergevano, per esempio, reparti specificamente preparati sia all’interno della Polizia, in particolare i reparti mobili, sia tra i Carabinieri, con le CCIR, le Compagnie di contenimento e intervento risolutivo, formate proprio attraverso tattiche specifiche per affrontare determinate situazioni di piazza.
A Genova, però, io quelle tattiche non le ho viste mettere in campo, almeno non nel modo in cui erano state descritte. Erano tattiche che avrebbero dovuto consentire di affrontare i cosiddetti Black Bloc e, quantomeno, di isolare e arrestare alcune delle persone responsabili delle azioni più violente. Ho visto utilizzare modalità di intervento di questo tipo in Francia, in Germania e in Inghilterra; in Italia, personalmente, non le ho mai viste applicare in quel modo.
In ogni caso, quello che voglio dire è che ciò che è accaduto, e che nella domanda viene indicato come qualcosa che “non sarebbe dovuto accadere”, secondo me chiama in causa una responsabilità politica e istituzionale. Già prima del G8, il rapporto con il Genoa Social Forum era stato sostanzialmente ricondotto a una questione di sicurezza e di ordine pubblico, affidando quindi un ruolo centrale alla Polizia e al suo capo dell’epoca, Gianni De Gennaro.
Il problema è che il capo della Polizia non può essere l’unico interlocutore di un rapporto che, inevitabilmente, ha anche una natura politica. Il Genoa Social Forum è stato così trattato prevalentemente come un problema tecnico di gestione dell’ordine pubblico. Questo, secondo me, ha impedito anche alle stesse forze dell’ordine di conoscere realmente chi avessero di fronte. Nel corso dei processi abbiamo ascoltato più volte appartenenti alle forze dell’ordine raccontare che, nonostante le disposizioni e le ordinanze che avrebbero dovuto conoscere, in determinate situazioni non sapevano effettivamente quali manifestanti avessero davanti.
Tutto questo può essere ricondotto certamente anche a problemi di coordinamento. Ma sia che si parli di mancato coordinamento, sia che si considerino le condotte repressive messe in atto da alcuni reparti nei confronti dei manifestanti, entrambe le questioni, secondo me, rimandano comunque a una responsabilità politica e istituzionale.
La scelta di fondo è stata quella di lasciare alla gestione dell’ordine pubblico una parte molto rilevante del rapporto con il Genoa Social Forum, facendo della Polizia il principale interlocutore istituzionale del movimento. E questo, a mio avviso, era già avvenuto prima delle elezioni del 2001.
Hai raccolto molta documentazione riguardo ai fatti avvenuti al G8 di Genova; perché, a tuo parere è molto più semplice usare la violenza quando non viene ammessa la libertà di pensiero?
Vengono messe insieme due cose che, però, non sempre coincidono. L’uso della forza da parte delle istituzioni – che, come dice bene Enrico Zucca, dovrebbe essere definito appunto “uso della forza” e non “uso della violenza” – può essere legittimo per contrastare azioni violente, come il lancio di un sasso, o determinate forme di resistenza. Usare la forza contro un giornalista che sta svolgendo il proprio lavoro è invece qualcosa che, in una manifestazione, non dovrebbe accadere. Nel caso di Genova, credo che quel giornalista sia stato colpito non per il ruolo che stava esercitando in quel momento, ma perché si trovava all’interno di un gruppo di persone che venivano considerate pericolose o comunque da allontanare.
Dunque, in quel momento il libero pensiero c’entra poco. Durante una carica, quando un dirigente decide che una piazza deve essere sgomberata, il libero pensiero ha poco a che fare con quello che sta accadendo.
Il libero pensiero, invece, c’entra molto se torniamo alla domanda precedente e alle ragioni politiche per cui quella piazza è stata gestita in quel modo. Perché la Polizia ha dovuto, o ha ritenuto di dover, gestire quella piazza in maniera anche spregiudicata? Perché alcuni appartenenti alle forze dell’ordine lo hanno fatto e altri no? Secondo me, perché si sentivano politicamente coperti. Ma non perché ci fosse Fini nella caserma di Forte San Giuliano. La questione è più ampia e riguarda il fatto che entrambi gli schieramenti politici non avevano realmente costruito un’interlocuzione con quel movimento.
Questo è importante ricordarlo, perché altrimenti si rischia di ricondurre tutto alla responsabilità dei singoli carabinieri o poliziotti, mentre esiste anche una responsabilità istituzionale.
Noi abbiamo ottenuto le autorizzazioni dalle autorità di pubblica sicurezza senza che ci fosse mai una vera e seria interlocuzione, a livello nazionale, con i due governi che si sono succeduti: prima quello di centrosinistra e poi quello di centrodestra. Con gli enti locali, invece, abbiamo potuto costruire una collaborazione concreta per individuare gli spazi che sarebbero stati necessari per le manifestazioni e per l’accoglienza.
Abbiamo incontrato anche De Gennaro, che negli incontri di fine giugno confermò la possibilità di svolgere le manifestazioni durante il vertice. Ma gran parte del lavoro preliminare lo avevamo fatto attraverso il sindaco Giuseppe Pericu e la presidente della Provincia Marta Vincenzi. Le istituzioni locali avevano lavorato alla messa a disposizione di aree, scuole, palestre, campeggi e di tutta una serie di spazi della città necessari per accogliere le persone che sarebbero arrivate a Genova.
Noi prevedevamo circa centomila presenze. Il 21 luglio, invece, le persone che arrivarono in città furono molte di più.
Ma tu eri presente quando spararono a Carlo Giuliani?
No, non ero lì in quel momento.
Tra le documentazioni trovate ne esistono alcune che ti hanno particolarmente scioccato, pensando che un essere umano non arrivasse mai a così tanto degrado?
No, scioccato no. Ho letto i racconti e sicuramente i più gravi sono quelli relativi a Bolzaneto. Non mi hanno scioccato, ma mi hanno ricordato i metodi propri dei regimi dittatoriali, nei quali non è tanto il libero pensiero a essere messo in discussione, quanto l’esistenza stessa del diverso, che in questo caso veniva etichettato come “zecca comunista” e considerato qualcosa di non tollerabile.
Da una parte, tutto questo mi ricorda la fragilità di uno Stato e delle sue istituzioni quando l’uso della forza si allontana così profondamente dal ruolo che quelle persone ricoprono. Stiamo parlando di pubblici ufficiali e, dunque, di persone che esercitano una funzione istituzionale. Anch’io, come chiunque, posso commettere degli abusi e posso essere accusato di aver violato i diritti di un’altra persona, ma sono un civile. Qui, invece, parliamo di pubblici ufficiali che non soltanto non devono commettere reati, ma hanno anche il dovere di rilevare e denunciare quelli eventualmente commessi dai loro colleghi. Una cosa che, nei fatti più gravi del G8 di Genova, evidentemente non è avvenuta.
Un margine di libertà così ampio nell’esercizio della forza mi porta a chiedermi quanto la politica sia stata assente oppure quanto quella politica coincidesse con quel tipo di azione repressiva. Una delle due. Nel caso di Genova penso soprattutto alla prima: la mancanza di una reale interlocuzione politica ha contribuito, secondo me, a creare in alcuni appartenenti alle forze dell’ordine un senso di impunità, la convinzione di poter sfogare, attraverso il ruolo che esercitavano e in maniera evidentemente impropria e illegittima, le proprie frustrazioni sulle persone.
E quando dico “persone” intendo chiunque. È evidente che una persona possa essere fermata per ragioni diverse, come è accaduto a Genova, e non necessariamente perché sia l’autore di un reato. Ma anche se lo fosse, una volta fermata non va picchiata, torturata o umiliata: va semplicemente fermata e sottoposta alle procedure previste dalla legge.
Quando questo principio viene meno, come è accaduto a Genova, Bolzaneto rappresenta probabilmente la parte più triste e più bassa dell’intera vicenda.
Secondo te, questo disastro politico e umano poteva essere in qualche modo evitato?
Eh beh, sì, certo. Se il mondo girasse al contrario. Nel senso che non lo sappiamo: tutte le ipotesi sono valide.
Se ci fosse stato un governo, per esempio, di sinistra, secondo te sarebbe successo così oppure no?
Sicuramente sì. Il governo di centrodestra, lo ripeto per la terza volta, non è l’unico elemento in causa. C’entra anche la formazione delle forze dell’ordine che, è bene ricordarlo, era stata finanziata e impostata durante il precedente governo di centrosinistra. Dunque, dal mio punto di vista, sono rilevanti le responsabilità politiche sia del centrosinistra sia del centrodestra.
Il centrosinistra aveva già mostrato a Napoli, nel marzo del 2001, quando era ancora al governo, quale potesse essere l’impostazione nella gestione della piazza. In una dimensione diversa e più contenuta, a Napoli si erano già viste alcune dinamiche che avremmo poi ritrovato a Genova. Per questo penso che, se il centrosinistra fosse rimasto al governo, avrebbe probabilmente utilizzato sul piano della comunicazione argomenti diversi per giustificare il comportamento delle forze dell’ordine, prendendo naturalmente le distanze dalle azioni dei Black Bloc. Magari avrebbe insistito maggiormente sulla distinzione tra i manifestanti e i Black Bloc, presentando questi ultimi come infiltrati all’interno di un movimento sostanzialmente pacifico.
Il centrodestra, invece, ha teso maggiormente a ricondurre tutto a un unico contesto. Le dichiarazioni di Berlusconi successive al blitz alla scuola Diaz arrivavano a indicare nella sede del Genoa Social Forum un punto di riferimento dei Black Bloc. La conseguenza politica e mediatica era quella di mettere sotto accusa lo stesso Genoa Social Forum, sostenendo l’esistenza di un rapporto tra il movimento organizzato e i gruppi responsabili degli scontri e dei danneggiamenti.
Siccome tutta questa ricostruzione è stata, a mio parere, una montatura necessaria anche sul piano mediatico per giustificare il disastro di quei giorni, il centrodestra ha certamente contribuito a sostenere questa versione, concentrando l’attenzione anche su figure come Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, che all’epoca venivano indicati come possibili responsabili politici di quanto era accaduto. Se ci fosse stato un governo di centrosinistra, forse sul piano mediatico non si sarebbe arrivati alle stesse conclusioni. Ma la questione di fondo, secondo me, rimane un’altra: sono le condizioni politiche e istituzionali che hanno reso possibile quella situazione.
Per questo, rispetto a ciò che è accaduto nelle piazze, considero poco rilevante che al governo ci fosse il centrodestra o il centrosinistra. Se è vero, come è stato sostenuto, che a livello internazionale la gestione delle grandi mobilitazioni contro i vertici era ormai diventata una questione anche per gli apparati di sicurezza e di intelligence dei diversi Paesi, Genova rappresentava sicuramente un appuntamento particolarmente importante. Non si trattava soltanto di gestire una manifestazione, ma di confrontarsi con un movimento internazionale che, dalla fine degli anni Novanta, era cresciuto a ogni controvertice.
Genova rappresentava, in qualche modo, l’apice di quella successione di mobilitazioni. Per questo, rispetto alla domanda che mi poni, non credo che la presenza di un governo di centrodestra anziché di centrosinistra avrebbe determinato una differenza sostanziale.
In La scelta racconti dieci anni di lotta in Val di Susa. Come si evita, quando si affrontano temi così divisivi, di cadere nella propaganda senza rinunciare a un punto di vista?
Dunque, la propaganda appartiene più, purtroppo, a chi fa politica. Può appartenere anche agli autori di libri o di cinema, sicuramente, però ci deve essere una ragione per cui fanno propaganda a favore di qualcuno o di qualcosa. Quantomeno, spero per loro che vengano pagati per farlo.
A me, invece, come autore interessa molto il punto di vista, che non deve necessariamente essere bipartisan. Non mi interessa fare il cosiddetto giornalista che mette a confronto molti punti di vista diversi. Realizzo, come ho fatto sul G8 e poi in Val di Susa, documentari che sono di parte: su questo non c’è dubbio. Però quello che mi interessa è far emergere un punto di vista preciso.
Il mio punto di vista, come autore, emerge indirettamente attraverso una scelta: quella di lasciare la parola a chi quelle esperienze le ha vissute fin dall’inizio e, in alcuni casi, continua tuttora a viverle. Credo di riuscire – ma naturalmente bisognerebbe lasciare la parola ai critici e al pubblico – a esprimere un punto di vista autoriale attraverso il racconto diretto delle persone che hanno vissuto le storie che scelgo di raccontare.
Trailer del film “La scelta” (2022)
Non credo di fare propaganda, perché sono molto più interessato al racconto umano e politico, alla politica intesa anche come scelta di vita, che al racconto ideologico. Raccontare le ragioni ideologiche che stanno alla base di un’organizzazione o di un movimento è sicuramente interessante, ed è qualcosa che ho conosciuto direttamente nella mia esperienza, ma non è ciò che mi interessa mettere al centro di un racconto, in questo caso cinematografico.
So che, come spettatore, potrei aspettarmi da un documentario anche qualcosa che a me interessa meno: il racconto dell’ideologia. A me interessano soprattutto le storie umane. Mi interessano le persone che raccontano ciò che hanno vissuto.
In questi due casi si tratta di racconti di vita all’interno di percorsi di militanza politica, che inevitabilmente contengono anche una dimensione ideologica, ma che nei film vengono raccontati attraverso il vissuto quotidiano, le scelte personali, i desideri più intimi. E quindi attraverso ciò che, in fondo, può appartenere anche agli spettatori: quello che ciascuno desidera, cerca o considera importante realizzare nel corso della propria vita.
È una dimensione che va oltre l’ideologia e riguarda il senso che si attribuisce alla propria vita, i sentimenti, i valori e tutti quegli aspetti dell’esistenza che sono fondamentali per chiunque, non soltanto per chi ha scelto un percorso di militanza politica.
Con Persone cambia il contesto, ma resta centrale il tema della dignità umana. Che cosa ti ha colpito maggiormente nell’incontro con i protagonisti del “Progetto Giuseppina”?
Persone, che poi è il film sul progetto Giuseppina, racconta un’esperienza che, in qualche modo, ha un senso e una continuità con le altre due. Nella tua domanda c’è un termine che trovo molto azzeccato e che ritorna sempre nella mia intenzione di raccontare: “dignità”.
Muli esprime una sua dignità al di là delle violenze di cui è stato vittima. Non impersona la vittima classica che, a distanza di anni, continua a lamentare i torti subiti: dopo averli raccontati anche duramente, riesce a uscire da quella vicenda e a riscattarsi attraverso una scelta di vita. In maniera diversa, la stessa cosa hanno fatto i No TAV nel corso di ormai trent’anni, perché hanno continuato a sostenere e a riconfermare le ragioni alla base della loro scelta. Parliamo anche delle stesse persone che hanno contribuito a fondare il movimento No TAV: nel frattempo si sono succedute diverse generazioni, ma alcune delle scelte fondative sono rimaste le stesse.
Nel progetto Giuseppina, e quindi in Persone, ci sono invece gli operatori sanitari della cooperativa che, insieme all’ex direttore del manicomio di Roma, hanno seguito alcune delle persone considerate più difficili, quelle che richiedevano maggiore attenzione, all’interno di una struttura che si stava trasformando da manicomio in qualcos’altro. Era il periodo successivo alla legge Basaglia, quando bisognava superare i manicomi, riconvertire quelle strutture e restituire le persone alla società oppure inserirle in strutture protette, costruendo, quando possibile, dei percorsi di integrazione.
Già allora, quindi, a partire dagli anni Ottanta e poi negli anni Novanta, a Roma nasce un’esperienza che, grazie alla passione e alla serietà di questi operatori, restituisce dignità anche ai protagonisti del film. Quando abbiamo realizzato Persone non erano più in vita ed erano trascorsi molti anni, quindi potevamo ricostruire le loro storie soltanto indirettamente, attraverso i racconti degli operatori. Ma proprio quel lavoro permette di restituire loro una dignità, perché riguarda la possibilità di ciascun essere umano di scegliere, naturalmente in relazione alle proprie possibilità, ma anche ai propri desideri.
Ritorna sempre, dunque, il senso che ciascuno di noi attribuisce alla propria vita. Non siamo tutti uguali: ognuno ha il proprio contesto, il proprio percorso e può avere anche un proprio obiettivo, se riesce a individuarlo. E molto spesso ci viene chiesto di trovarlo da soli e, quindi, anche di essere capaci di costruircelo.
Nel contesto romano dell’ex manicomio, questo percorso era ovviamente accompagnato dagli operatori sanitari. Quegli operatori sono riusciti a restituire, tra virgolette, alla società cosiddetta “normale”, che poi normale non è, persone che convivevano da sempre con la malattia e che, in alcuni casi, erano state a lungo recluse in quelle strutture.
Prima parlavamo di Bolzaneto, ma esistono altri contesti nei quali sono state praticate forme di violenza e di coercizione altrettanto gravi. In questo caso non c’erano le forze dell’ordine e non si trattava di punire qualcuno per le sue idee o per un’ideologia diversa, ma di controllare una diversità che non si riusciva a comprendere e a gestire se non attraverso strumenti coercitivi, l’uso massiccio di farmaci, l’elettroshock e altre pratiche.
Dunque, sì, la parola “dignità” che hai usato mi sembra centrale e rappresenta un elemento di continuità tra le tre esperienze che ho raccontato.
Trailer del film “Persone” (2024) che sarà trasmesso a breve dalla RAI
I tuoi documentari danno spesso voce a chi, nella narrazione ufficiale, è rimasto ai margini. È una scelta etica, politica o semplicemente cinematografica?
No, risponderei che è una scelta politica. Tra le tante questioni cosiddette politiche, mi è sempre interessato capire come chi detiene il potere affronti le minoranze e le diversità. Per me è irrilevante quale sia il colore politico, anche se naturalmente diventa rilevante nel momento in cui quel potere viene raggiunto legittimamente attraverso le elezioni e, quindi, attraverso la formazione di un governo.
Siamo in un sistema democratico e, se vivessimo in un altro sistema, probabilmente il problema si porrebbe in termini completamente diversi. Il problema nasce quando un sistema democratico non sa, o non vuole, misurarsi con le minoranze. Le minoranze possono certamente non avere ragione, nel senso che la decisione finale viene ricondotta alla volontà della maggioranza, ma la qualità di un sistema democratico si misura anche nella sua capacità di confrontarsi con chi rappresenta una posizione minoritaria.
Tra il G8, i No TAV e molte altre questioni emerse soprattutto a partire da quegli anni, secondo me si è visto quanto questa volontà di confronto sia spesso mancata. Oggi direi che una parte consistente della classe politica non sa neppure più cosa significhi riconoscere questa possibilità, perché la minoranza viene considerata semplicemente la parte che ha perso.
Di conseguenza, diventa quasi inutile che esprima un proprio indirizzo o una propria posizione. Al massimo, questa possibilità viene considerata legittima finché la minoranza manifesta pacificamente e senza produrre un conflitto con chi detiene il potere.
Viviamo in un’epoca in cui immagini e video possono essere manipolati con estrema facilità. Che responsabilità ha oggi un documentarista nel distinguere i fatti dalla loro rappresentazione?
Diciamo che un documentarista ha una responsabilità rispetto alle immagini che utilizza. In Black Block, La scelta e Persone ho utilizzato materiale girato da me, dal direttore della fotografia Stefano Barabino oppure proveniente da archivi. La mia esperienza come documentarista è relativamente breve e la mia formazione non mi porta a rispondere alla tua domanda in termini teorici, quindi posso farlo soprattutto sulla base della mia esperienza.
Credo di aver sempre reso chiaro che cosa fosse materiale d’archivio e che cosa fosse materiale girato per il film, sia dal punto di vista tecnico e formale, sia dal punto di vista narrativo. Oggi, però, con le nuove tecnologie – e forse la tua domanda va proprio in questa direzione – siamo sempre più esposti a immagini e sequenze visive generate o manipolate. Alcune sono facilmente riconoscibili come tali, altre molto meno e potrebbero consentire a un regista o a un autore di costruire una rappresentazione di fatti reali che, in realtà, non è mai avvenuta.
Secondo me dipende sempre dall’intenzione. Era possibile manipolare le immagini anche prima dell’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma oggi abbiamo strumenti che rendono queste operazioni molto più semplici e accessibili. Potremmo, per esempio, realizzare un nuovo documentario sui fatti di Genova partendo dalle immagini dell’epoca, modificandole e facendo sì che una determinata situazione si sviluppi in un modo diverso da come si è realmente svolta. Un’operazione del genere pone problemi molto diversi se quelle immagini vengono utilizzate in un processo oppure all’interno di un’opera cinematografica.
Tornando alla tua domanda, credo che la responsabilità rimanga sempre autoriale. La questione interessante, per me, non è tanto se l’autore utilizzi materiale cosiddetto “fake”, cioè immagini generate o elaborate digitalmente attraverso gli strumenti dell’intelligenza artificiale, quanto se sappia spiegare perché lo ha utilizzato e, soprattutto, se dichiari di averlo fatto.
Si può produrre un film interamente realizzato con gli strumenti di cui disponiamo oggi oppure costruirlo mescolando, per esempio, immagini reali e immagini generate. Quello che conta è la coerenza del progetto e l’onestà con cui viene proposto il racconto, rendendo comprensibile allo spettatore la natura delle immagini che sta guardando. Il punto, quindi, non è tanto l’utilizzo di questi strumenti in sé, perché fanno ormai parte della tecnologia con cui lavoriamo e che probabilmente utilizzeremo sempre di più, quanto la responsabilità con cui decidiamo di usarli.
Questi materiali sono stati utilizzati nel modo sbagliato, soprattutto dai giovani. E poi manca il dialogo.
Il dialogo mancava anche prima. Prima il problema era la televisione, poi sono arrivati i social e adesso, in qualche modo, siamo di nuovo al punto di partenza. La questione è sempre la stessa: qual è la formazione che viene data ai giovani?
Ci sono ragazzi che, grazie alla famiglia, alla scuola, al contesto in cui vivono – ognuno ha la propria storia – impiegano il proprio tempo e le proprie energie in attività diverse dallo stare davanti a uno schermo. Quando invece lo schermo viene utilizzato quasi esclusivamente per accedere ai social, può instaurarsi un rapporto problematico, fino a forme di dipendenza, con conseguenze anche sul benessere psicologico. Sono problemi che riguardavano la condizione dei giovani già prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, diventata accessibile al grande pubblico a partire dal 2022 e sviluppatasi molto rapidamente negli anni successivi, fino a diventare uno strumento alla portata di tutti.
Ma questo è uno dei problemi, non è il problema. La questione fondamentale, secondo me, è mettere al centro l’essere umano e le sue necessità, che non possono essere soltanto quelle dell’intrattenimento. L’intrattenimento, del resto, esisteva ben prima dell’intelligenza artificiale.
Che cosa significa? Significa che non bisogna demonizzare la tecnologia, ma interrogarsi sulla responsabilità della formazione che questi ragazzi ricevono, sia in famiglia sia a scuola. Perché se la tecnologia e l’intrattenimento attraverso i social vengono utilizzati semplicemente per assecondare le richieste dei giovani o come una sorta di anestetico rispetto alla vivacità che naturalmente esprimono, allora il problema è un altro.
Un giovane è pura energia: vuole conquistare il mondo, vuole fare molte cose, non ha ancora necessariamente chiaro in quale direzione andare e quindi sperimenta esperienze diverse. Ridurlo a una presenza passiva davanti a uno schermo è una scelta, più o meno consapevole, che spesso facciamo noi adulti. Da questo punto di vista, la responsabilità è innanzitutto degli adulti, mentre la tecnologia può accelerare processi di impoverimento culturale e di desensibilizzazione. I rapporti umani rischiano così di diminuire e di diventare, per così dire, una delle principali vittime di questa trasformazione.
Naturalmente, non si può generalizzare. Ho scoperto, anche con una certa sorpresa, che ci sono giovani che, talvolta più dei loro genitori, sono perfettamente consapevoli di questi rischi e sono i primi a cercare alternative o, comunque, a moderare l’uso di queste tecnologie.
Poi, evidentemente, esiste una dimensione commerciale. Nulla è realmente gratuito e questi strumenti rispondono anche a finalità economiche. Il profitto che ruota intorno ai social e all’intrattenimento è enorme; altrimenti non avremmo a disposizione, apparentemente gratis, tutte queste applicazioni. Ma, oltre all’intrattenimento, c’è un altro aspetto che spesso sottovalutiamo e che considero ancora più importante: gli investimenti nelle tecnologie di sorveglianza e di controllo.
Attraverso i social e tutto ciò che abbiamo volontariamente condiviso, abbiamo consentito a pochissimi soggetti di raccogliere una quantità enorme di informazioni su di noi. Le nostre attività, i nostri interessi, le nostre relazioni e le nostre preferenze possono essere registrati, analizzati e utilizzati per costruire profili estremamente dettagliati. La cosa interessante è che questa forma di schedatura, che un tempo avremmo associato soprattutto a un sistema autoritario, non ci è stata imposta con la forza. Io dico che, in qualche modo, ci è stata proposta con il sorriso, e noi abbiamo accettato di parteciparvi e di condividere spontaneamente una quantità enorme di informazioni.
Dunque, sì, ci troviamo, per così dire, al di là del bene e del male. Non si tratta necessariamente di immaginare un sistema autoritario o fascista nel quale qualcuno ci imponga con la forza determinati comportamenti. Il punto è più sottile: alcune trasformazioni della nostra vita quotidiana ci sono state progressivamente proposte e noi stessi le abbiamo accolte e accettate senza porci particolari problemi. E quando qualcuno ce ne ha mostrato i rischi, spesso abbiamo preferito ignorarli, perché i vantaggi immediati che ne ricaviamo ci soddisfano più della fatica che comporterebbe rinunciarvi.
Una responsabilità, dunque, ce l’abbiamo tutti. Non possiamo considerarci semplicemente vittime al cento per cento.
Hai deciso di scrivere un libro su Carlo Giuliani ma sotto una chiave diversa, con aspetti mai affrontati; perché secondo te non c’è stato un vero processo? Pensi che questo libro possa scuotere e spronare l’opinione pubblica?
«Spronare» non lo so, mi sembra un termine un po’ ambizioso. Mi interessava soprattutto mettere insieme la documentazione ufficiale, sia quella prodotta attraverso gli atti nel corso degli anni, sia quella raccolta dalla stessa famiglia Giuliani nel tentativo di arrivare a un processo che, come sappiamo, non c’è mai stato e non ci sarà.
L’obiettivo del libro era questo: ricomporre questa storia come una sorta di giallo civile, ripercorrerla e interrogare il lettore sulle ragioni per cui non si è arrivati a un processo. Non è soltanto una questione giudiziaria, perché, al di là delle motivazioni contenute nel provvedimento di archiviazione, che possono sembrarci incredibili ma rientrano nelle possibilità previste dal sistema giudiziario, non è certo l’unico caso in cui una delle parti può gridare all’ingiustizia. Esistono molti casi di presunta ingiustizia, ma le regole del gioco sono quelle e, in questo caso, sono state applicate in quel modo.
Dal punto di vista della famiglia, sicuramente questo ha rappresentato un danno, sia per loro sia per la ricostruzione complessiva dei fatti del G8. Il libro insiste molto sul fatto che piazza Alimonda non può essere considerata un episodio isolato, perché ciò che accade lì si inserisce all’interno di circa due ore e mezza di scontri, iniziati con la famosa carica dei carabinieri contro il corteo delle Tute Bianche, una carica che negli atti processuali è stata giudicata illegittima e durante la quale furono utilizzati anche oggetti non regolamentari.
Questo per dire che il libro non pretende di farci scoprire una nuova verità. La ricostruzione sulla quale si basa è sostanzialmente quella che emerge dagli atti ufficiali. La cosa interessante, semmai, è provare a individuare il filo che collega la dimensione giudiziaria, quella dello Stato inteso come soggetto politico, quindi il governo, e quella dello Stato rappresentata dagli apparati di sicurezza.
Si tratta di tre dimensioni istituzionali che, nel corso degli anni, hanno avuto ruoli e responsabilità differenti rispetto alla possibilità di ricostruire fino in fondo ciò che era accaduto. Un eventuale processo avrebbe potuto far emergere circostanze nuove, che non hanno avuto modo di essere approfondite in un dibattimento. Questo non significa necessariamente che avrebbero modificato l’esito dell’archiviazione. È anche possibile che alla fine si sarebbe arrivati comunque al riconoscimento della legittima difesa. Non possiamo saperlo.
La famiglia Giuliani, infatti, non contestava soltanto la conclusione della legittima difesa, ma anche l’assenza di un luogo giudiziario nel quale potesse emergere e confrontarsi una ricostruzione più ampia. È quello che cerca di fare anche il libro: non descrivere quei trenta secondi come un episodio a sé stante, ma ricollocarli all’interno della complessa situazione di piazza di quel pomeriggio, e in particolare di quanto accade tra via Tolemaide e piazza Alimonda.
Bisognava anche cercare di capire come, nel corso degli anni, si siano articolate le diverse responsabilità istituzionali: prima sul piano giudiziario, poi su quello politico e, successivamente, nuovamente rispetto agli apparati di sicurezza.
Un esempio è Mario Placanica, che nel corso del tempo ha fornito dichiarazioni diverse su quanto accaduto. Anche quest’anno, con la sua intervista al Corriere, ha proposto una ricostruzione significativamente diversa, lasciando aperti interrogativi che un dibattimento avrebbe potuto contribuire a chiarire. Lo stesso Placanica avrebbe avuto la possibilità di affrontare questi aspetti nella sua deposizione al processo contro i 25 manifestanti, nel quale era stato chiamato a raccontare il proprio ruolo e ciò che era accaduto. In quella sede aveva sostanzialmente confermato la ricostruzione allora acquisita agli atti; negli anni successivi ha invece fornito altre versioni, per ragioni che noi non possiamo conoscere.
Questa stratificazione di dichiarazioni ha inevitabilmente lasciato spazio alle interpretazioni più diverse. Placanica, che da molti anni non appartiene più all’Arma dei Carabinieri, continua con le sue dichiarazioni a riaprire interrogativi e a produrre letture differenti di quanto accaduto.
Scrivere un libro mi sembrava quindi utile perché su Carlo Giuliani è stato scritto moltissimo, ma su piazza Alimonda e sulla ricostruzione complessiva di quel fatto non mi sembra sia mai stato realizzato un libro capace di raccogliere organicamente la documentazione che si è sedimentata nel corso di venticinque anni. Per questo mi sembrava un lavoro utile, almeno per chi vuole provare a comprendere quella vicenda attraverso gli atti e i documenti che abbiamo oggi a disposizione.
Con Placanica nessuno ci ha mai parlato, nel senso che non c’è mai stata la possibilità di farlo. Ha avuto le sue versioni e ogni tanto ricompare, magari perché gli servono anche un po’ di soldi, diciamolo, visto che ormai non fa più niente.
Ha fatto la sua scelta fin dall’inizio. Quando era ancora carabiniere si è esposto mediaticamente e, secondo me, è difficile pensare che un appartenente alle forze dell’ordine, a meno che non sia autorizzato dal proprio comando a parlare pubblicamente, possa andare in televisione a raccontare, tra l’altro, versioni diverse dello stesso fatto. In questo modo ha messo in difficoltà sé stesso, l’Arma dei Carabinieri e, più in generale, la credibilità delle istituzioni. Ha danneggiato prima di tutto sé stesso e poi anche l’Arma, dalla quale successivamente è stato congedato.
Secondo me, Placanica è stato ascoltato fin troppo. Avrebbe dovuto parlare nelle sedi istituzionali e giudiziarie nelle quali era chiamato a farlo e, per il resto, continuare a svolgere il proprio lavoro. Invece ha scelto una strada diversa. Sono scelte che, probabilmente, in una situazione come la sua finiscono per avere conseguenze anche sulla persona: quello che inizialmente era stato rappresentato come un eroe è diventato, successivamente, una vittima.
In realtà, credo che in una vicenda del genere una persona non dovrebbe essere rappresentata né come un eroe né come una vittima, tanto più che stiamo parlando di un pubblico ufficiale che si trovava nell’esercizio delle proprie funzioni.
Quella della morte di Carlo Giuliani rimane comunque una storia complessa e tragica. Credo sia preferibile lasciare parlare gli atti e la documentazione disponibile, per quanto incompleta, piuttosto che affidarsi alle successive dichiarazioni di Placanica, che nel corso di venticinque anni ha fornito ricostruzioni differenti di quanto accaduto.
Hai detto tantissime cose interessanti, quindi direi che siamo a posto. Ci fermiamo qui. Grazie mille per l’intervista!
Grazie a voi, buon lavoro!






