“Londra” il romanzo di Ferdinand Céline
di Alberto Pellegrino
21 Nov 2025 - Letteratura, Libri
Recensione del romanzo “Londra” (Adelphi, 2025), un nuovo grande romanzo di Ferdinand Céline riemerso dai manoscritti trafugati.
Il nostro amato-odiato Ferdinand Céline, scrittore geniale, razzista, antisemita, non finisce mai di sbalordirci perché è uscito ora un suo nuovo romanzo intitolato Londra (Adelphi, 2025) riemerso nel 2021 da quella grande quantità di manoscritti che era stata trafugata alla fine Seconda guerra mondiale. Il libro esce dopo Guerra (Adelphi, 2023 e da noi recensito: https://www.musiculturaonline.it/la-guerra-un-breve-romanzo-di-celine-riemerso-dal-passato/) che raccontava le avventure di guerra di Ferdinand che era stato ferito sul fronte delle Fiandre e che praticamente fugge insieme alla prostituta-amante Angèle, che ha accettato di seguire il maggiore Purcell per diventare la sua amante ufficiale.
In questa nuova opera il narratore, Ferdinand, è un disertore che scappa dalla guerra e arriva a Londra nel 1915 e che per nascondersi vive e frequenta il malfamato quartiere a luci rosse di Leicesters. Il romanzo, che è un ennesimo capolavoro scritto intorno al 1934, si distende per 493 pagine con il moltiplicarsi di trame, peripezie, colpi di scena e un proliferarsi di personaggi, tanto che i curatori hanno ritenuto utile mettere alla fine del testo un Regesto dei personaggi con nome, attività, carattere e legami. Il libro (diviso in tre parti Londres I, II, III) è una impressionante macchina romanzesca che si avvicina a Viaggio al termine della notte, che rimane il capolavoro assoluto dell’autore. Ferdinand frequenta il milieu malavitoso, i bordelli, i bar, i music hall, i teatri e gli “spettacoli osé dell’Empire Theater, in cui si svolgono i traffici della prostituzione e della droga.
Un romanzo della prostituzione o un manuale di sopravvivenza per disertori?
La Londra di Céline è una città sulfurea, quasi infernale: “Mai fidarsi del nulla, è solo una promessa. Tu arrivi, piove. La morte è a teatro, tu ti sbrighi, non c’è più posto. La casa non è divertente, ma in una bara tocca comportarsi bene […] “A Londra cominciavo a interessarmi ad altro che alle mie infermità personali e ai miei ronzii e alle mie ferite. Buon segno, mi avvio a diventare interessante. […] È una città curiosa Londra e più che seria per un verso, e riservata assai.” che permette all’autore di proporre un realismo senza socialismo, un’indagine sulla condizione umana ben lontana da ogni esistenzialismo, uno sguardo sulla storia del secolo privo di filosofia.
Guerra e Londra aprono una nuova breccia nell’immaginario del più acuto e al tempo stesso più sguaiato scrittore del Novecento con una nuova processione di fatti, situazioni, aforismi, affermazioni triviali e descrizioni che permettono di avere uno sguardo nuovo e interessante sulla vita durante la Grande guerra, raccontata senza retorica, con le incertezze e trasgressioni (“Io non sono per la perifrasi… Non mi deciderò mai a scrivere che i miei personaggi si abbracciano appassionatamente dandosi baci ardenti”).
Il libro, pieno di “passeggiatrici” e papponi, può essere definito “un romanzo della prostituzione”, perché ci mostra le prostitute “al lavoro” con esplicite scene di sesso, con i riti celebrati nei bordelli, con la brutalità dei prosseneti e dei clienti; inoltre, intorno a questo mondo si muovono nobili decaduti, borghesi nevrotici, donne che sono salite nella scala sociale, emarginati che vivono di violenza e in mezzo alla miseria. Questo geniale affresco di uno spaccato della società, nel quale nessun altro scrittore ha avuto voglia d’immergersi e d’indagare, può essere definito anche un “Manuale di sopravvivenza ad uso dei disertori” che conducono un gioco di equilibrismi tra povertà ed esaltazione sessuale, tra la necessità di non morire di fame e sfuggire alla polizia per non essere imprigionati e rispediti sui campi di battaglia delle Fiandre.
Questo racconto, che vive tra storia e invenzione fantastica, è presentato con un linguaggio lontano dal “bello stile”, un linguaggio spudoratamente compiaciuto della propria volgarità, ma che ha il fascino di quella petit musique che costituisce l’intima poesia di Céline: “Lavori regolari me li ero goduti fino alla feccia, e di quelli pallosissimi, che ti abbruttiscono fino al gozzo. Non ne volevo più sapere, parlo dei lavori di prima della guerra, in ammirazione del padrone canaglia, ladro e stronzo. Amen! Io sono nato nel ’93, cioè nell’Ottocento! Faccio lo spiritoso! La medaglia militare l’ho messa via, e una! Ho detto. Per quanto ci guadagnavo in considerazione fra i malavitosi mi procurava dieci volte più invidia. L’abolizione dei privilegi. E poi non era da me fare il gradasso. Di natura sono timido e delicato come un morto, quasi. Me la sono tolta, e pure l’uniforme”.
L’autore alla fine definisce gli esseri umani e la principale tra le istituzioni sociali con questa sua prosa implacabile e mefitica: “Dentro, l’uomo è una stazione della metropolitana, ci sono livelli e livelli, più uno scende in basso più lo schifo cresce. […] La famiglia è uno stupro che continua, guerra o non guerra”.
In Londra, come in Guerra, per entrare nella narrazione bisogna farsi condurre in un vagabondaggio che riguarda l’anima, i pensieri, la psicologia di uno scrittore che rifiuta questa etichetta (écri-vain) e sostiene con sarcasmo che ama definirsi un “cronista” (croniqueur) deciso a raccontare le cose come le vede, che vuole descrivere la realtà concreta, filtrata attraverso l’immaginazione che sprigiona una sua forza “adatta a quella specie di morti che siamo noi, a metà ricordi, a metà delirio”
I personaggi principali del romanzo
Il personaggio più vicino a Ferdinand è Cantaloup, uno sfruttatore di prostitute che guida il protagonista attraverso la capitale inglese da nord a sud e da est a ovest, cercando di non far cadere questo disertore nelle mani della polizia, d’introdurlo nei meandri più oscuri della metropoli.
Il secondo personaggio importante è la sua amante Angèle, la protagonista di espliciti brani erotici (“Le vedo ancora contrarsi fino a spezzarsi, le belle gambe di Angèle, mentre le esponevo per filo e per segno, vibrante, implacabile, intimo da crepare, quello che succede in fondo alla vita. C’avevo quell’estro. Non ho sempre avuto tirature da centomila copie. In realtà la mia prima lettrice fu Angèle”). Il rapporto con questa donna, condivisa con il maggiore Purcell, è uno dei filoni narrativi più interessanti del romanzo, perché il protagonista finirà per sposarla, anche se poco dopo, per un pestaggio, la donna perderà la ragione: “Volevo farle tutto. Volevo rientrare in tutta la sua vita io, fino a dove c’è l’origine di tutto, dove non esiste più niente, niente più guerra, niente più paura della guerra, niente più orecchio, niente più genitori, niente più Londra, nient’altro che la gioia, di vivere tutto come un filamento di lampadina”.
È l’unica persona verso cui mostra dell’affetto, fino al punto di recarsi a trovarla nel manicomio gestito da suore, dove la donna è finita ricoverata e dove “fabbrica una dopo l’altra bambole di pezza, che culla, mette a letto, dà loro il seno da poppare e poi distrugge, per costruirne una nuova la mattina dopo. Desiderio di maternità?”. Céline non dà una risposta perché il suo io narrante riconosce di avere grossi limiti in materia sentimentale. “Io non ho l’amore come gli altri. Quelle cose lì non le conosco. Io voglio la cosa calda in bocca, voglio mangiare la vita, io. Il resto me ne sbatto”.
Angèle è la prostituta dal sesso insaziabile, a volte perverso e contorto, che in Guerre ha denunciato il suo protettore Cascade e lo ha fatto condannare a morte. Ora che è diventata una donna ricca, provvede con generosità al mantenimento di Fernand, con il quale ha rapidi rapporto sessuali, approfittando dell’assenza del maggiore Purcell, quando va in missione nelle Fiandre o è occupato nella sua fabbrica di maschere a gas.
Il terzo personaggio è Borokrom, vecchio anarchico disilluso, impresentabile, ubriacone, erotomane, pianista spesso cacciato dai locali dove suona, che accompagna Ferdinand nelle sue deambulazioni londinesi. “Il nostro preferito era Stephan Borokrom, un amico. Non ascoltavamo molto quel che blaterava. Lo aspettavamo. Lo accompagnavamo un tratto verso casa sua. […] Con Borokrom non ci si annoiava un attimo. Sapeva suonare fisarmonica e pianoforte niente male”.
Questo estremista bombarolo, dai mille nomi, dalle mille carte d’identità, abita in un soffitta piena di molti strumenti musicali e molti libri. Céline tutto sommato lo disprezza, nonostante l’uomo abbia dei tratti di umanità che lo rendono simpatico, le sue mani sanno trarre melodie da vari strumenti musicali, sa raccontare fiabe ai bambini, però è sempre sporco, spesso ubriaco, affamato: “Conosco poche persone che disprezzo come lui e lui lo sa. Tutto il porto di Londra riempito di merda non mi basterebbe per annegarlo”.
Ferdinand e Borokrom frequentano regolarmente l’Empire Theater e i bar dei dock, dove un giorno Bijou, un duro della banda, si lancia in una dimostrazione di danza che finisce in una rissa a coltellate durante la quale Ferdinand viene tramortito da un pezzo di formaggio olandese lanciato da Borokrom e Bijou resta gravemente ferito. Dopo una corsa su di un carretto, i tre compari sono medicati da Yugenbitz, un povero medico ebreo che diventa un personaggio-chiave, perché rievoca la figura del Dottor Follet che incoraggerà la vocazione medica di Céline. Questo medico ebreo si prende cura di Ferdinand, il quale dice “non ero mai stato lusingato da nessuno prima d’ora, la prima lusinga che ho ricevuto è quella del sig. Yugenbitz. Gli avrei leccato le mani, sarei morto sul posto io per questo povero coglione ebreo”.
Il medico lo assume come assistente e gli instilla la passione per la medicina: “Avrei voluto, credo, guarire tutte le malattie degli uomini, che non soffrano mai più ste carogne”. È una persona buona e generosa, a cui Ferdinand deve la rivelazione della sua vocazione medica. In questo caso l’antisemitismo dello scrittore sembra cedere il posto alla contrapposizione tra i ricchi e i poveri, tra benestanti e miserabili, poiché la stessa condizione di miseria unisce ebrei e non ebrei.
In una esistenza, dove si alternano speranza e disperazione, questo medico ebreo è uno dei pochissimi personaggi positivi capace, con la sua bontà, di suscitare l’ammirazione di Céline e questo rappresenta per lui una grande sorpresa: “Allora sì che mi ha fatto felice. Mai nessuno mi aveva fatto così felice. L’ho guardato ben bene. Non mi stava mica coglionando. Non mi voleva nemmeno inculare. Voleva per davvero che cerco di capire quello che c’era scritto, spiegato nei suoi libri di medicina, che m’istruisco un po’ invece di non fare niente. Sicché non gli interessavo solo in quanto lavoratore, soldato? magnaccia? ladro? disertore? stronzo? buffone? Gli interessavo semplicemente come me, come uomo? Era la prima volta che mi succedeva. Manco ci credevo. Mai nessuno, specie se istruito, aveva fatto attenzione a quello che pensavo o non pensavo. Non è che pensavo cose importanti, ma soltanto per cercare di pensare anch’io con la mia testa. […] Se trovavo il modo di liberarmi dalla fame, dalla prigione, dalla guerra, di non essere per sempre malato, rimbambito o abbattuto da un amico o dalla bomba, allora avrei dovuto, tornata la pace come si dice, buttarmi su uno, dieci, venti lavori ignobili, onestissimi e minchiosissimi, nella galera di un altro balordo ferocissimo, ricchissimo, furbissimo, un padrone insomma”. Così la scoperta della professione medica diventa per Céline un viatico verso una nuova comprensione dell’umanità: “In fondo mi trasformava pure la mentalità a me, quel lavoro. Mi piaceva trovarmi dove tutto si fa sensibile”.
Perché Céline ha scritto questo romanzo
Nell’ultima pagina di Guerra Céline aveva scritto. “La vita è così enorme che ti ci perdi dappertutto” ed è da questa affermazione che riparte il protagonista di Londra, l’apprendista magnaccia che vive in un bordello venuto a conoscere le leggi della vita sulle rive del Tamigi. “È bello il Tamigi. È la notte del mondo che scorre sotto i ponti. Si alzano come braccia per farla passare”.
Una caratteristica della metropoli inglese è la nebbia che invade molte pagine del romanzo, una metafora naturale per chi è costretto a vivere nella clandestinità per evitare di essere rimandato in guerra. In mezzo a tante avventure e disavventure, Ferdinand è sempre vigile, per metà osservatore distaccato e per l’altra metà interprete pienamente coinvolto da quella umanità che costituisce il mondo cittadino: anche in mezzo a un’orgia, una rissa, una ubriacatura per vincere la paura di dover di nuovo indossare una divisa ed essere rispedito in trincea, questo ragazzo va avanti giorni dopo giorno, vivendo una vita confusa e priva di prospettive. Eppure questo ribelle, in mezzo a tanta miseria e perversione, finisce per conoscere il prossimo e, pur attraverso il cinismo e il sarcasmo, riesce a trovare una sua personale forma di compassione.
Impressionante è anche l’uso del linguaggio che fanno di Céline un lontano ma significativo parente di Joyce, l’autore di quell’immenso capolavoro che è Ulixes. Nonostante il linguaggio sia volontariamente provocatorio, le scene erotiche siano estremamente crude, la violenza circoli spesso in diversi episodi, il romanzo Londra rappresenta un modo per raccontare l’esperienza vissuta dell’autore nella prima guerra mondiale, costituisce una specie di percorso per uscire dall’adolescenza e raggiungere la maturità. Ci troviamo di fronte al desiderio di fuggire dall’inferno della guerra che infuria in Francia, al bisogno di liberarsi dalla tutela opprimente della famiglia, all’esperienza di vivere in un quartiere come Soho che, oltre a essere il centro nevralgico del racconto, rappresenta un modo per entrare in contrasto con una contro-società, dove i valori della piccola borghesia non hanno alcun peso, dove tutto è visto alla rovescia rispetto alla morale e al costume comuni.



