Interviste al regista Julian Temple e il fotografo John Tibery
a cura di Francesca Bruni
3 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti live, Interviste
Dal cinema ribelle del regista britannico Julian Temple allo sguardo punk del fotografo dei Sex Pistols John Tiberi: interviste ai due artisti presenti al Lucca Film Festival 2026, a cura di Francesca Bruni.
(Le foto sono state messe a disposizione dall’ufficio stampa del Lucca Film Festival)
JULIEN TEMPLE
Il 30 settembre il regista Julien Temple ha presentato – con la moderazione di Alessando Romanini – il suo film La grande truffa del rock’n’roll, datato 1980, storico mockumentary che racconta la vita dei Sex Pistols narrata dal loro agente e scopritore, Malcolm McLaren, accusato dal cantante Johnny Rotten di aver manipolato contro di lui lo stesso film. Nonostante le accuse di parzialità scatenate nel pubblico, il lavoro inaugurò la carriera di Temple come regista e autore di video musicali, caratterizzati dall’inconfondibile combinazione di found footage, animazione e sequenze girate appositamente. Temple ha presentato a Lucca anche il suo ultimo film, I am Curious Johnny.
INTERVISTA
Lei ha realizzato molti video e documentari musicali, tra cui “Oscenità e furore” (The Filth and the Fury) sui Sex Pistols, mi racconta di come viene creato un documentario musicale? E cosa significa, per lei?
L’ho fatto soprattutto per la mia passione per la musica. Non credo che altrimenti li avrei potuti realizzare, anche se ho fatto comunque un film come “I Am Curious Johnny” su un argomento di cui non ero appassionato.
I film musicali che ho realizzato, invece, sono film in cui sento una vera e propria passione o connessione con la musica. E per musica non intendo solo come si suona la chitarra, ma cosa significava la musica all’epoca, da dove veniva, il significato sociale della musica, che è molto importante per me, e anche il luogo dal quale la musica proviene, che è anch’esso molto importante. Quando mi perdo nel luogo, come nel film “Dr. Feelgood”, dove c’è una piccola isola piena di terminal petroliferi, mi perdo e sento il luogo, la sua anima… e la musica.
Credo che avrei anche potuto realizzare qualcosa di cui non mi piacessero le musiche… ma non so quanto sarebbe stato bello!
Ci racconta del fenomeno punk che si viveva ai tempi dei Sex Pistols a Londra, e come era percepito al di fuori di Londra e dell’Inghilterra in quel periodo?
Beh, a New York c’era una versione del punk, ma era una cosa diversa. Era più legata all’ambiente delle scuole d’arte, più borghese. La grande differenza, in realtà, con i Sex Pistols e il punk in Inghilterra era che si trattava di un fenomeno più operaio, più legato a persone emarginate, arrabbiate. Persone che avevano una rabbia davvero incandescente, ed era fantastico.
Era un momento in cui avevi davvero la sensazione di vivere qualcosa di simile alla Rivoluzione francese, e lo stavi vivendo in prima persona. Forse era una percezione anche un po’ ingenua, visto che, in fondo, quella cosa non è durata neanche molto. Anche se credo che l’influenza del punk sia ancora molto più viva di quanto si pensi. Anzi, a me piace definirlo «non-morto», come uno zombie che ha bisogno di svegliarsi.
Io avevo ricevuto una buona istruzione, ma vivevo in un alloggio popolare; quindi, conoscevo bene quella rabbia e sapevo come si sentivano certe persone. Ma mio padre era un uomo istruito e io ho studiato a Cambridge; quindi, non ero esattamente il punk tipo. Però quelle idee mi hanno ispirato molto e Malcolm ha avuto una grande influenza su di me. Era un’energia catalizzatrice. E credo che abbia cambiato la mia vita e trasformandomi in quello che sono come regista. In gran parte, viene tutto da lì.
Ha lavorato con molti artisti, tra cui i Duran Duran e i Depeche mode, mi racconta di queste esperienze? Magari anche qualche aneddoto…
Ho lavorato con i Depeche Mode quando erano giovanissimi, praticamente agli esordi. Anzi, sembravano avere dodici anni o poco più, e anch’io ero giovane! (ride, ndr).
Mi piaceva quel tipo di musica elettronica semplice che facevano agli inizi. Mi piacevano i Depeche Mode, ma loro erano ragazzi normalissimi dell’Essex. Ho girato un video in un Woolworths, in una specie di supermercato economico, dove loro si divertivano a giocare con le calcolatrici e con tutte le cianfrusaglie che c’erano in giro. La cosa mi era piaciuta molto.
Con i Duran Duran ho lavorato quando erano già molto famosi. Non era proprio il mio genere: io ero un punk rocker e loro sono arrivati dopo. Era come se le case discografiche avessero ripreso in mano le redini e dicessero: «Vai in soffitta, c’è un baule pieno di costumi. Scegline uno, scendi e vestiti come… beh, come ti pare». Era tutto molto più innocuo e rassicurante.
Quindi, non era proprio la mia musica, però loro mi piacevano. È curioso, ma mi piacevano davvero! E in realtà mi piace anche la canzone che ho fatto con loro, Come Undone. Quella mi piace molto; parlava della perdita, del crollo, di qualcosa che va in pezzi. Insomma, non è esattamente il mio genere, ma li apprezzo.
Quanto ai Depeche Mode, all’inizio li trovavo meno new romantic dei Duran Duran.
Scriverà un libro?
Sì, esatto. Dovrebbe uscire a maggio dell’anno prossimo, sarà un memoir dal titolo “Rebel Eye”.
JOHN TIBERI
La mostra “John Tiberi: Punk Gaze 50 Years”, a cura di Alessandro Romanini, a Palazzo Guinigi, nell’ambito del Lucca Film Festival, celebra i cinquant’anni dall’uscita di “Anarchy in the U.K.”, primo singolo dei Sex Pistols (potete leggere a questo link la mia intervista a Romanini: https://www.musiculturaonline.it/intervista-al-critico-darte-alessandro-romanini/). John Tiberi non è stato solo il tour manager e fotografo dei Sex Pistols – già manager dei 101’ers, prima che diventassero Clash – ma ha anche vissuto da protagonista quegli anni di profondo cambiamento.


INTERVISTA
Ha immortalato i momenti più salienti della vita e carriera dei Sex Pistols, secondo lei, perché sono diventati un fenomeno culturale?
La sua domanda ha due aspetti: uno riguarda il loro essere fotogenici, l’altro la loro dimensione culturale.
Erano una sorta di gruppo archetipico, quello che oggi potremmo definire un gruppo classico, ma negli anni Settanta rappresentavano qualcosa di completamente nuovo. Erano ancora molto giovani e ognuno di loro aveva caratteristiche diverse, ma sono riusciti a sviluppare un elemento comune, un elemento molto… “laudable” (encomiabile, n.d.r.), che è una parola inglese orribile. Diciamo che era qualcosa di molto coinvolgente, di molto attraente.
Quasi si potrebbe dire che lo hanno trasferito nella loro musica, perché all’inizio era molto grezza, in un certo senso, ma anche estremamente eloquente. E riuscivano quasi a portare il pubblico dalla loro parte, a coinvolgerlo e a farlo partecipare, nonostante la reputazione di gruppo aggressivo che si erano costruiti. In realtà era esattamente il contrario: c’era una sorta di chimica.
È questo che mi ha attratto principalmente. La fotografia è venuta dopo, ma probabilmente faceva parte della stessa chimica. A guardarli, c’erano elementi della loro immagine che richiamavano molto… e al tempo stesso erano assolutamente unici. Era quindi molto importante riuscire a catturarli, perché avevano una qualità unica ed erano consapevoli che nella loro immagine c’era qualcosa di nuovo. E poi c’era anche il tipo di teatro che mettevano in scena, quella sorta di teatralità che faceva parte della scena, del concerto.
Che atmosfera c’era quando li fotografavi?
Steve era molto fotogenico. In realtà lo erano tutti. Steve era davvero molto espressivo davanti alla macchina fotografica. Era interessante da fotografare. Non aveva alcuna barriera. Anche John. Però erano persone molto diverse tra loro.
Io lavoravo con loro e quando sei nel mondo della musica o del cinema, e forse soprattutto in questi ambienti, passi molto tempo ad aspettare. Poi, all’improvviso… arriva una grande energia e succede tutto. Ma c’è anche tanta attesa. E io potevo scattare delle foto proprio nei momenti in cui non facevano niente, mentre aspettavano. Ed era un momento perfetto per fotografarli.
Che cosa è rimasto oggi dei Sex Pistols, dal punto di vista culturale? Che cosa è rimasto di loro?
Hanno ancora una grande energia, ma si sono separati da John. John continua a portare avanti quella stessa energia per conto suo, in modo indipendente. È piuttosto interessante. Quest’anno, quindi, i Sex Pistols suonano senza John alla voce, mentre John continua la sua carriera per conto suo. Eppure, in qualche modo, sembrano essere ancora legati.
Che cosa rimane oggi della scena punk?
L’energia che entrambi continuano a esprimere è ancora piuttosto innovativa. In realtà, Steve Jones e i Sex Pistols fanno le stesse canzoni di allora, ma le affrontano in modo diverso. In realtà, quello che voglio dire è che la scena punk di allora è ormai, in gran parte, un’operazione nostalgica. Non è più la stessa cosa… E questo perché le motivazioni che negli anni Settanta avevano dato origine a quel movimento e che poi erano venute meno stanno tornando. Non sono sicuro che oggi i Sex Pistols, ormai sulla settantina, comprendano la situazione quanto la comprendevano allora. Anche perché non erano dei teorici: negli anni Settanta erano parte attiva di quella situazione, la vivevano direttamente.
Oggi è tutto molto diverso, ma alcuni degli stessi elementi stanno tornando, soprattutto per quanto riguarda quello che viene definito endgame, la fase finale. La gente parla proprio di endgame. Il sistema si sta sgretolando, i sistemi si stanno sgretolando, e c’è bisogno di svilupparne di nuovi o di improvvisare.
E proprio dall’improvvisazione nascono cose nuove. E questo è positivo.
L’Inghilterra era sommersa da tumulti sociali e crisi economica, il punk era diventato un movimento di protesta per cambiare il sistema sociale; quindi, la moda diveniva stracci con spilli da balia che rappresentavano simbolicamente povertà e trasgressione. È così? E secondo lei cosa significava far parte di quel movimento?
Credo che tu abbia colto un po’ quella che potremmo definire un’espressione autentica e senza filtri, che non consiste tanto nel protestare, quanto nel rappresentare. Volevano che la loro posizione, la loro condizione, la loro stessa esistenza fossero riconosciute e rappresentarle pienamente, esserne orgogliosi. Erano orgogliosi di essere della classe operaia, di avere un’istruzione limitata. Ma volevano dimostrare che questo non li rendeva inferiori. Anzi, in un certo senso dimostrarono quasi il contrario: che proprio questo dava loro maggiori possibilità di improvvisare e di trovare soluzioni diverse.
A volte, avere una formazione molto strutturata può limitare la creatività, e loro ne erano piuttosto consapevoli. Steve è diventato molto articolato nel modo di esprimersi e ha imparato a suonare la chitarra; John ha inventato i testi in un modo assolutamente unico. E facevano tutto questo, come dicevo, attraverso l’improvvisazione. Credo che sia proprio questa la chiave. È qualcosa che ritroviamo anche nelle situazioni in cui ci troviamo oggi: spesso ci troviamo davanti a una situazione che deve essere affrontata e bisogna capire come creare qualcosa di nuovo e come cercare delle soluzioni, invece di chiedere ad altri di dirci quali sono le soluzioni.







