Intervista al critico d’Arte Alessandro Romanini
a cura di Francesca Bruni
30 Set 2026 - Arti Visive, Interviste
Cinquant’anni di punk tra ribellione, provocazione e industria culturale: Alessandro Romanini racconta la mostra John Tiberi: Punk Gaze 50 Years dedicata allo sguardo di John Tiberi, fotografo e tour manager legato alla storia dei Sex Pistols e riflette su ciò che resta, oggi, di quella voglia di rompere le regole.
In occasione della mostra John Tiberi: Punk Gaze 50 Years, allestita a Palazzo Guinigi nell’ambito del Lucca Film Festival 2026, abbiamo raggiunto al telefono Alessandro Romanini, curatore e critico d’arte da anni impegnato nell’esplorazione dei rapporti tra arte contemporanea, cinema e cultura visiva. Romanini ha curato numerose esposizioni e progetti dedicati alla ricerca artistica contemporanea, con particolare attenzione alle contaminazioni tra differenti linguaggi espressivi.
Alessandro Romanini è docente di Teoria della Percezione e Psicologia della forma e di Teoria e Analisi del Cinema e dell’Audiovisivo presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara.
È Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Ragghianti di Lucca, Direttore della sezione Cinema e Arti Visive del Lucca Film Festival – Europa Cinema.
La mostra dedicata a John Tiberi, fotografo e tour manager legato alla storia dei Sex Pistols, rappresenta così l’occasione per tornare alle origini di una delle più importanti rivoluzioni culturali del Novecento. Attraverso fotografie e filmati, Punk Gaze 50 Years racconta la nascita del punk e le tracce che quella stagione ha lasciato nella musica, nell’arte, nella moda, nel cinema e nell’immaginario contemporaneo.
Con Romanini abbiamo parlato di punk, fotografia, trasgressione e industria culturale, ma anche di ciò che resta oggi di quella capacità di rompere gli schemi e trasformare la ribellione in un nuovo linguaggio.
INTERVISTA
La mostra “John Tiberi: Punk Gaze 50 Years” nasce nel cinquantesimo anniversario di “Anarchy in the U.K.”, un brano che ha segnato una frattura nella cultura musicale e non solo. Perché avete scelto di raccontare questo anniversario attraverso lo sguardo fotografico di John Tiberi?
È chiaro che, come ha appunto anticipato, segna una frattura non solo nel campo musicale, perché l’Inghilterra viveva un periodo tutt’altro che brillante dal punto di vista economico e sociale, senza contare poi gli eventi internazionali, la Guerra fredda, la crisi petrolifera: non era proprio un periodo allegro. E poi non dimentichiamo che, quando i Sex Pistols pubblicarono questo disco, avevano vent’anni. Si erano formati quando ne avevano diciannove, come spesso dico anche ai miei studenti.
Credo però che questa energia dirompente rischi di essere raccontata sempre in maniera un po’ pomposa o, al contrario, troppo romantica. John Tiberi, invece, non era soltanto il fotografo più o meno ufficiale dei Sex Pistols: era loro compagno, studio manager, tour manager. Li ha accompagnati e accuditi anche durante il viaggio a Berlino, dove hanno scritto Pretty Vacant e altri brani importanti. Ci sembrava quindi interessante perché, oltre al feticismo di vedere i Sex Pistols, Tiberi restituisce anche uno spaccato della scena generale: quella dello squatting, legata alle difficoltà economiche, delle rivolte, del Notting Hill Carnival e, più in generale, di una società segnata dalla mancanza di ammortizzatori sociali ed economici.
In questo senso, è interessante capire come i giovani abbiano trovato in quel movimento, in quel fenomeno che non era soltanto musicale, una sorta di utopia, ma anche un canale di sfogo per tutta una serie di frustrazioni.
Mi è sembrata quindi, all’interno del festival, un’ottima possibilità utilizzare le fotografie di John Tiberi, che è stato anche molto coinvolto nella selezione ed è venuto personalmente per l’installazione.
Il punk è stato anche un modo di guardare il mondo, oltre che un genere musicale. Che cosa raccontano le fotografie di Tiberi di quella Londra del 1976 che forse la musica, da sola, non riusciva a raccontare?
Mi permetti di sottolineare una cosa interessante, che abbiamo fortemente voluto: un abbinamento tra le fotografie di John Tiberi e i film di Julien Temple. Sono un po’ i due corrispettivi: uno sul piano dell’iconografia cinematografica, da The Great Rock ’n’ Roll Swindle in poi, e Tiberi sul piano fotografico.
Entrambi ci raccontano, ovviamente, di un periodo in cui, facendo un paragone con oggi, sembrava tutto impossibile: un vero e proprio “no future”, “senza futuro”. Ma in realtà questi ragazzi raccontano soprattutto, secondo me, una filosofia: quel do it yourself, cioè il “fallo da te” quando nessuno te lo fa fare. È una filosofia che ha dato vita a dischi, a una cinquantina di case discografiche, alcune delle quali magari sono durate per un solo disco, alle fanzine, a case editrici improvvisate con le fotocopie, a film girati in Super 8 come quelli di Temple o di Derek Jarman.
Il paragone che faccio sempre con gli studenti è che oggi, in un cellulare, hai tutto: telecamere, montaggio, giochi. Ma manca quella spinta eversiva che, invece, in quel periodo era fondamentale, perché se volevi vedere qualcosa, dovevi fartela.
Mi viene in mente una frase che ha detto John Tiberi: “There is no future, so grab it”. Come a dire: se non c’è futuro, prenditelo. È quasi un paradosso. Credo che sia anche, senza voler fare niente di didattico o formativo, un messaggio piuttosto educativo, o comunque uno stimolo, perché oggi, con le tecnologie, i ragazzi possono fare tutto.
E c’è un altro paradosso, di cui parlavo con Julien Temple e che lui sottolinea spesso. Dice: noi volevamo far collassare l’industria della comunicazione, soprattutto quella discografica, ma poi, in realtà, ci ha pensato Internet. Senza fare morti e feriti. Quello che traspare dalle fotografie di John Tiberi e dal movimento è soprattutto questa energia, questa volontà utopistica di cambiamento. Perché non ci sono solo i Sex Pistols: ci sono anche i Clash, le registrazioni in studio, momenti di vita privata. E Tiberi sottolinea anche in maniera ironica, conoscendoli, come, ad esempio, la mente eversiva dei Sex Pistols, il cantante di My Way, fosse in realtà originariamente un hippie, con una famiglia disastrata. Lui, come tutti gli altri, ha trovato in questa avventura un modo per esprimersi, quando nessuno glielo permetteva, tantomeno la BBC o la EMI Records.
Curare una mostra significa anche stabilire un dialogo tra opere, epoche e pubblico. Qual è stato il criterio con cui avete costruito il percorso di Punk Gaze 50 Years e che tipo di esperienza volevate offrire al visitatore?
Il principio su cui ci siamo trovati immediatamente d’accordo con John Tiberi era quello di non proporre un percorso rigido e unidirezionale, ma di esporre dei blocchi, tra virgolette, tematici: alcuni più sociali, altri più musicali, altri ancora legati alla temperie culturale del periodo.
Volevamo lasciare allo spettatore la possibilità di costruirsi un proprio percorso soggettivo, qualcosa che restituisse quasi un’idea atmosferica, direi persino olfattiva, di ciò che si respirava e di come si viveva in quel tempo. Ognuno avrebbe potuto costruire una narrazione ulteriore, personale: immaginarsi come sarebbe stata la vita allora, come sarebbe stato esserci.
Questa era, più o meno, la volontà: lasciare, se devo usare una frase virgolettata, la “dittatura dello spettatore”.
John Tiberi ha fotografato personaggi e momenti destinati a diventare parte dell’immaginario punk. Quanto conta, secondo lei, la capacità del fotografo di essere dentro la scena senza diventare semplicemente un osservatore esterno?
Secondo me conta molto. Anche nell’introduzione ho scritto che è un occhio dall’interno dell’occhio del ciclone, qualcosa che partecipa. E secondo me è proprio questo che traspare dalle fotografie: non c’è una ricerca di perfezione tecnica o una messa in posa eccessiva. C’è l’occhio esperto di un fotografo che, però, spesso sembra dirigersi verso particolari apparentemente insignificanti, che poi si rivelano determinanti nella narrazione. Non sono fotografie costruite: sono immagini che vogliono restituire quell’energia vitale, quella realtà. Quindi meno tecnica, meno estetica e più etica. È una frase abusata, ma questo è!
I Sex Pistols hanno costruito anche attraverso l’immagine la propria identità: abiti, provocazioni, copertine, atteggiamenti. Quanto il punk degli esordi è stato, consapevolmente o meno, anche una rivoluzione visiva?
Anche questo spero che traspaia dalla mostra e dagli scritti. È un’avventura che coinvolge molti personaggi: da John Tiberi a Julien Temple, passando per Malcolm McLaren e Jamie Reid, che non è soltanto un grafico, ma anche una mente pensante, un artista.
I riferimenti diretti a movimenti come il dadaismo e, soprattutto, il situazionismo sono molto presenti: dagli abiti di Vivienne Westwood agli slogan e alle creazioni di McLaren, fino a tutta la grafica di Jamie Reid, a partire dalla copertina di God Save the Queen, quel famoso collage.
Secondo me, quindi, va sfatata un po’ questa leggenda dell’inconsapevolezza, così come quella secondo cui nessuno di loro sapesse suonare. Non solo Glenn Matlock, ma, insomma, se ascoltiamo le linee di batteria del batterista, si capisce che c’era una certa capacità. Lo ha dimostrato anche l’ingegnere del suono Woods quando ha registrato l’LP. Insomma, era qualcosa di molto più consapevole di quanto ci immaginiamo, secondo me, anche dal punto di vista artistico.
C’è una fotografia della mostra che, personalmente, considera particolarmente significativa o che le ha fatto cambiare prospettiva sul punk e su quella stagione?
Sì, ce ne sono più di una, ma, se dovessi sceglierne una o almeno un paio, direi quella che ritrae Malcolm McLaren con una maglietta su cui è scritto “Cash from Chaos”. È un’immagine che indica un po’ quello che vediamo anche nel film The Great Rock ’n’ Roll Swindle: come alle spalle ci fosse una costruzione, un’operazione che oggi definiremmo di marketing, ma che forse ha trasceso le aspettative ed è diventata qualcosa di più di un semplice epifenomeno.
L’altra, invece, credo sia quella con Sid Vicious sulla moto. È quasi un urlo, un gesto che secondo me è simbolico di questa energia del puer barbaricus, che poi, se andiamo a vedere, dai Romani in poi, passando per gli Apache parigini e così via, è qualcosa di più o meno stabile nella storia. Già sui vasi greci ci si lamentava dei giovani e delle nuove generazioni!
Viviamo in una società nella quale immagini e provocazioni vengono consumate in pochi secondi sui social. È ancora possibile produrre uno “shock” culturale paragonabile a quello provocato dal punk negli anni Settanta?
Secondo me l’asticella si sta alzando sempre di più, anche a livello fisiologico. Perché, ovviamente, come ha detto lei, vedendo migliaia di immagini ogni giorno, praticamente cenando con stragi, bombardamenti e così via, lo shock oggi si sposta più sul piano culturale che su quello estetico. Penso a quei personaggi, come i punk di allora, e ce ne sono anche oggi, magari in latitudini meno attese, che scelgono qualcosa di lontano dal mainstream, dimostrando però capacità, carattere e talento. Ecco, secondo me è questo: è meno estetico e più etico, giocando un po’ sulla formula, sul calembour. Perché oggi, a livello fotografico, siamo esposti ogni giorno a centinaia di migliaia di immagini. È chiaro che, nonostante questo, uno scatto realizzato da qualcuno con un occhio particolare, capace di cogliere un soggetto in un certo modo, continua ad avere effetto. Penso alle fotografie di McCurry, per esempio. La capacità di combinare la scelta del soggetto, l’inquadratura, la profondità di campo e la tematica ha ancora un grande impatto.
Siamo circondati da un milione di immagini, ma spesso prive, più o meno, di un vero fondamento comunicativo. Quindi il nostro sistema percettivo, la nostra retina, il nostro sistema nervoso sono ancora in grado di cogliere delle strutturazioni forti, particolari.
Però, come le dicevo, penso che oggi la rivoluzione sia soprattutto di carattere culturale. Lo ha dimostrato anche Vivienne Westwood, nell’evoluzione dal total punk a un’estetica che è diventata anche politica, con le sue posizioni sull’ambiente e sulle provocazioni legate a questi temi.
C’è una contraddizione che trovo particolarmente interessante: il punk voleva distruggere le icone e oggi è diventato esso stesso un’enorme icona. Secondo lei è una sconfitta, una vittoria o semplicemente il destino inevitabile di ogni movimento culturale?
Io credo che sia un po’ un destino a cui non ci si può opporre. Nel senso che era già successo nella letteratura, tra virgolette, di protesta delle colonie romane, che poi venivano riconquistate dal centro dell’Impero. È stato così, in qualche modo, per tutti i movimenti incendiari, che poi sono diventati slogan o addirittura sono finiti sulle magliette. Questo è imponderabile e imprevedibile, però secondo me testimonia anche una resistenza al tempo. Lo vedevo anche, e l’ho citato nel testo introduttivo, nel fatto che tanti scrittori, musicisti e pure registi dichiarano la loro gratitudine al punk: dal regista di Trainspotting al fratello di Sinéad O’Connor, che è uno scrittore noto in Inghilterra, per non parlare dell’autore di The Beach e così via.
Ma più che alle spille o alle Dr. Martens, penso a questa capacità di volerci esprimere comunque. Come mostrava la copertina del primo numero di Sniffin’ Glue, di Mark Perry: una chitarra con una sola corda, accompagnata dalla scritta “One-chord wonders”, le meraviglie di una sola corda. Non hai bisogno della Fender perfetta: se hai qualcosa da dire, puoi farlo. Era quello che facevano con le fanzine come Sniffin’ Glue: si mettevano a scrivere, fotocopiavano e spedivano.
Quindi, ecco, questa esigenza di espressione, secondo me, è anche ciò che ha permesso al punk di resistere nel tempo e di portarlo poi a un grado superiore. Perché, vede, adesso mi viene da ridere: mi ha provocato un pensiero che era inconscio. In Persepolis, sia nel fumetto sia nel film, c’è la ragazzina che si ribella a Teheran, l’adolescente con la maglietta su cui c’è scritto “Punk is not dead”, ma con un errore, perché manca la “a”. Ecco, però dà l’idea di come il punk sia ormai qualcosa di riconosciuto, più che nell’immaginario, nella memoria collettiva, credo, a tutte le latitudini.
Dopo cinquant’anni, cosa resta davvero dell’“Anarchy” cantata da John Lydon?
Resta, secondo me, nelle intenzioni. Resta un’attitudine che si trasmette. Anche perché, essendo insegnante universitario, vedo molti giovani che sono stanchi di un certo tipo di delega della propria vita e del proprio pensiero. In qualche modo, tutti ci siamo aggrappati, nel corso delle generazioni, a chi era venuto prima di noi e aveva saputo dire o fare qualcosa di diverso, comunque di autonomo, a prescindere dal risultato, dal successo e così via.
Credo che resti soprattutto questa forza eversiva nella volontà di esprimersi. Ma, al di là del meccanismo di McLaren e compagnia, dell’economia e del marketing, quello che resta è la gratuità del gesto. Se dovessi riassumerlo con un’altra formulina un po’ così, composta sul momento, direi proprio questo: la gratuità.
Come nelle performance dadaiste e situazioniste, nelle serate futuriste: esperienze che non mirano a fare qualcosa per diventare famosi o ricchi, ma che ti spingono a sputare sul pubblico, a metterti in gioco, a coinvolgerti in quell’energia. Forse è una prerogativa unicamente della giovinezza, che però lascia anche qualche scoria nell’età adulta e, diciamo pure, nella senescenza, vista la mia età!
Se un giovane entrasse oggi nella mostra senza conoscere quella storia, quale domanda vorrebbe che si portasse a casa?
Bella domanda, perché in realtà è già successo con alcuni visitatori: magari avevano sentito parlare del punk, ma non avevano una vera idea di chi fosse chi e di cosa fosse quella storia.
Credo che, soprattutto i giovani, si portino dietro questa energia che è propria del movimento. Ho fatto un monitoraggio molto superficiale, senza telecamera, semplicemente osservando, e vedo che sono incuriositi. Magari oggi, senza voler fare il sociologo, hanno difficoltà a incanalare questa energia, oppure la disperdono in tanti microrivoli, tra i social e attività più o meno partecipate. Sono incuriositi anche dalle didascalie e dalle piccole storie, soprattutto quando scoprono che molti di quei protagonisti avevano diciannove anni. In tanti si aspettavano di vedere persone di trent’anni. È un’altra sorpresa che ho notato: quando si rendono conto che erano loro coetanei, o addirittura più giovani, si domandano, innanzitutto, perché l’abbiano fatto; poi perché abbiano continuato a farlo e quale gratificazione abbiano ottenuto. E soprattutto rimangono sconvolti quando scoprono che lo facevano semplicemente per farlo, per il gusto di esibirsi e di esprimersi. Ecco, così, senza uno scopo ulteriore.
Credo che il visitatore esca dalla mostra con la domanda sul perché l’abbiano fatto e, soprattutto, sul perché dovrebbe o potrebbe farlo anche lui, come spettatore, come osservatore, come visitatore.
Se oggi dovesse individuare un possibile equivalente del gesto punk del 1976, dove lo cercherebbe: nella musica, nell’arte, nella strada, nella rete o forse in qualcosa che ancora non abbiamo imparato a riconoscere?
Allora, magari non le fornisco una risposta univoca, però io lo vedo molto nel crossover, negli incroci tra queste zone di confine tra arte, musica e digitale. Penso ai “garage”, tra virgolette, della Silicon Valley e a quelli dove ormai compongono i giovani di Harlem, ma anche di Lagos, Accra e Abidjan. Io lavoro molto con l’Africa e le garantisco che oggi il punk è più lì che qua. Lo vedo all’incrocio tra queste realtà multietniche che hanno bisogno di imporsi, che nessuno spinge a farlo ma che sentono comunque questa esigenza. Non vogliono necessariamente ottenere particolari risultati, ma semplicemente affermare e vedere riconosciuta la propria identità, come accadeva a quei ragazzi delle periferie che non comparivano nelle statistiche thatcheriane, o pre-thatcheriane. E lo fanno utilizzando i nuovi mezzi, con una dinamica molto hacker. Quindi, se dovessi darle un’immagine, penso a personalità afrodiscendenti o multiculturali, surfer multiculturali e tecnologici. Persone che surfano con disinvoltura tra musica e cultura, creando forme ibride.
Ecco, oggi la cosa importante, secondo me, è proprio questa possibilità di ibridare musica e immagine. Molti artisti lavorano con registi, registi che lavorano con scultori, musicisti che dipingono o pittori che fanno musica. È soprattutto questo che vedo nei nuovi continenti, come l’Africa.
Bene, l’intervista è finita. Grazie per gli spunti interessanti che ci ha fornito, speriamo sia di ispirazione per i nostri lettori, specie per i giovani.
Grazie a voi. A tal proposito, quello che le volevo dire prima, ma non ci sono riuscito, è che i ragazzi sono invece molto incuriositi. Ed è proprio questo che mi piace. Quando vado a vedere qualche concerto e ci sono i sessantenni come me, ma anche i ventenni, mi rendo conto che questi ultimi non sono affatto degli “sdraiati”, come spesso si dice dei ragazzi di oggi. Se si forniscono loro degli stimoli, non perché abbia fatto la mostra, ma in generale, poi si interrogano. E avendo una certa facilità di accesso alle informazioni, basta dare loro tre nomi: vanno su Google, prendono il telefono, cercano. Il giorno dopo li vedi che ascoltano, guardano, curiosano, cercano magari una maglietta di una marca che riprende i punk.
C’è questa reazione a catena che, secondo me, è molto interessante.
Quindi la ringrazio tanto, perché è stata veramente un’intervista stimolante.






