Western all’italiana in letteratura
di Alberto Pellegrino
24 Feb 2026 - Letteratura, Libri
Esiste un western all’italiana anche in letteratura ed è nato in Puglia; il suo caposcuola è Omar Di Monopoli.
C’è un western all’italiana non solo nel cinema ma anche in letteratura ed è ambientato in Puglia. Il suo caposcuola è lo scrittore Omar Di Monopoli, pseudonimo di un autore nato a Bologna da genitori pugliesi nel 1971, vive a Manduria, scrive per la radio, per il cinema e per alcuni quotidiani, insegna scrittura creativa per la Scuola Holden. Ha esordito con il romanzo Uomini e cani (Isbn Edizioni, 2007) che è stato poi ripubblicato dal Adelphi nel 2018. Si tratta del primo western corale e violento ambientato in un Salento lontano da quello patinato delle pubblicazioni turistiche, abitato da uomini pronti a usare il fucile e i cani da combattimento, a farsi giustizia da soli ignorando la legge, pertanto, quando il Comune di Languore decide d’istituire un parco naturale, il territorio comincia a coprirsi di cadaveri in un’orgia di violenza e di sangue. Questa specie di giungla, ancora divisa tra città e campagna o mondo, viene rappresentata con una scrittura asciutta, densa ed efficace che ricorda la letteratura americana del primo e secondo Novecento, i fumetti della Marvel, il cinema di Quentin Tarantino.


Le altre opere di Omar Di Monopoli
Dopo l’apparizione di questa prima opera divenuta un successo all’interno di una ristretta cerchia di appassionati e di alcuni esperti di sociologia della letteratura, è uscito nel 2008 un secondo romanzo intitolato Ferro e fuoco ancora più violento, il terribile specchio di una società feroce e razzista dove elementi della criminalità organizzata si scontrano in un susseguirsi di tradimenti e vendette all’interno di un paesaggio segnato dalla miseria e dalle prevaricazioni, da devastanti incendi dolosi, dallo sfruttamento degli immigrati vittime di una nuova e vergognosa schiavitù. Omar Di Monopoli completa questa trilogia con la pubblicazione di La legge di Fonzi (2010), a cui segue la raccolta di racconti Aspettati l’inferno (2014).
Nel 2017 arriva nelle librerie, pubblicato da una importante casa editrice nazionale, Nella perfida terra di Dio (Adelphi), un romanzo che è stato valutato dalla critica come il migliore lavoro di questo autore. La storia, ambientata nel triangolo Lecce-Brindisi-Taranto con al centro il paese immaginario di Rocca Bardata, si presenta come un noir mediterraneo dove non c’è intreccio poliziesco, ma solo una serie di scontri violenti tra boss tradizionali e boss emergenti con le loro donne, latitanti e forze dell’ordine in una società dove i tradizionali furti di bestiame e di frutti di mare sono stati sostituiti dal traffico di rifiuti tossici, dal mercato della droga, dallo sfruttamento della prostituzione e della manodopera maschile.
La Puglia descritta da Omar Di Monopoli non è quella edulcorata e patinata, ma una terra violentata dalla corruzione e dal malaffare, dalle atmosfere gotiche di narrazione che è nello stesso tempo epica e orrorifica: “Cerco di descrivere – dice lo scrittore – un mondo che fa fatica a staccarsi dalle tradizioni per immettersi nella contemporaneità. Il mio tentativo è stato quello di raccontare un Sud universale, delle vicende che potrebbero spostarsi ovunque. Mi sono sempre sentito uno scrittore fieramente di genere. Utilizzo la realtà come sfondo, come teatro delle mie storie. Ma poi scrivo in maniera espressionista, mi diverto a marcare la differenza tra bianco e nero, tra bene e male, come accade nel western o nei fumetti. Fin da ragazzino ho capito che l’arte, la scrittura e il cinema sono anche modi per salvarsi, se cresci in luoghi come la Puglia, paradisi naturalistici che però nascondono ancora problemi di corruzione o mancanza di lavoro”.
Nel 2011 avviene un altro salto di qualità editoriale quando Brucia l’aria, l’ultimo romanzo di Omar Di Monopoli, viene pubblicato nella prestigiosa collana “Narrativa Feltrinelli” con una consacrazione nazionale e internazionale dell’autore. La storia parte dal lontano 1990, quando un incendio doloso sconvolge la costa salentina e viene trovato il cadavere di un vigile del fuoco (Livio Caraglia) in odore di mafia. Dopo venti anni i suoi figli, divenuti adulti, risiedono in Puglia con un diverso stile di vita: il più giovane Gaetano non rispetta la legge e frequenta un vecchio boss (Pilurusso), mentre Rocco, da quando è uscito dal carcere dove ha scontato una condanna per omicidio, tenta di rifarsi una vita onesta e pensa di far rinascere un antico amore. Quando Precamuerti, un boss latitante affiliato alla Sacra Corona Unita, ritorna per imporre il proprio potere sul territorio, i fragili equilibri sociali vengono infranti e si scatena un inferno di violenza e di sangue, di vendette e di morte.
Un nuovo western pugliese
Si può ormai parlare di una scuola del western all’italiana, perché il pugliese Giuseppe Galliani ha pubblicato il suo romanzo d’esordio intitolato Questa feroce bellezza (Einaudi, 2026), una corposa opera di 328 pagine, con 32 personaggi adulti e 7 minorenni, scritta con una stile rapido ma elegante, essenziale ma poetico, dove la rappresentazione della cruda e violenta realtà socio-politica di una Puglia alternativa e sanguinaria si fonde con una descrizione lirica del paesaggio e con il poetico evolversi delle stagioni. In questo romanzo siamo ancora una volta lontani dalla Puglia urbana con le sue cattedrali e opere d’arte, con le sue università e strutture turistiche, con i fertili campi di grano del Tavoliere, con i verdi uliveti e vigneti della pianura salentina, perché l’azione si svolge sull’Altopiano Murgianico e nella Fossa Brandanica, lontano dal quel mondo compreso tra le colline e il mare che i flussi turistici hanno reso famoso.
Queste Murge, ancora selvagge o ritornate selvagge per lo spopolamento e il degrado ambientale, sono ormai distanti da quel florido altopiano di un tempo contrassegnato da una fiorente attività agricolo-pastorale. Oggi l’ambiente è caratterizzato da spazi semidesertici, da laghetti artificiali pensati un tempo per l’agricoltura, da zone ritornate paludi, da canyon e praterie, da forre e boschi dove convivono volpi e cinghiali, variopinte specie di uccelli e soprattutto branchi di lupi divenuti i signori incontrastati di questi territori. Gli ultimi segni di antropizzazione di queste terre sono gli opifici abbandonati, le case coloniche fatiscenti occupate da immigrati clandestini, le rare masserie dove ancora esistono degli allevamenti di ovini e bovini.
In questa “terra di nessuno”, dove la presenza dello Stato risulta spesso negativa, ci si muove a cavallo e con rombanti fuoristrada che hanno fatto irruzione sulle strade sconnesse o sui tratturi, trasformando e rompendo il silenzio di questo mondo arcaico che è diventato il tragico teatro di omicidi, vendette e regolamenti di conti, nel segno di una violenza che colpisce indiscriminatamente uomini, donne e bambini, tanto che gli stessi i lupi sembrano guardare con stupore questi esseri umani diventati più feroci di loro.


All’interno del romanzo si snodano e s’intrecciano diversi filoni narrativi governati con sapienza dall’autore, il quale sa conciliare la violenza dei comportamenti con un linguaggio colto e incisivo che non vuole essere gentile, ma che usa un puntuale registro poetico per segnare lo scorrere del tempo e delle stagioni, il susseguirsi delle albe e dei tramonti, il cadere della neve e della pioggia, l’incombere delle nebbie e delle “bave di fumo” che escono dai camini o salgono dai fuochi accessi all’aperto, la calda luce del sole e la gelida luce lunare. L’autore sa usare in modo preciso termini tecnici legati al mondo agricolo; sa impiegare con lieve snobismo termini ormai desueti nella lingua italiana, per cui i canneti diventano fragmiti, gli arbusti sono alaterni, i campo bruciati dal sole sono denominati una gariga.
Il personaggio principale è Jan Dabrowski, cresciuto in Germania e diventato un tenente del Corpo Forestale, il quale vive con la moglie Greta, biologa e donna di eccezionale carattere, padre di due figli di 11 e 14 anni. Ha il compito quasi impossibile di controllare e cercare di salvaguardare un territorio immenso con il supporto del sergente Erriquez, suo unico collaboratore, per cui i due s’impegnano a fare il possibile per salvare il salvabile, oppure si limitano a essere testimoni impotenti di azioni illegali commesse da altri.
C’è la famiglia Bunget composta da rumeni di seconda generazione, divenuti ricchi allevatori e proprietari terrieri; fondata da Florian un saggio patriarca rispettato da tutti e da poco defunto, dalla moglie Maddalena, dal dodicenne Gheorge assassinato in condizioni misteriose, dal giovane Costinel che cerca la verità sulla morte del fratello per soddisfare la sua voglia di vendetta. C’è la giovane straniera Iman che vive in un camper con i suoi cani, che cerca di avere un futuro dignitoso dopo essere arrivata attraverso la via dei Balcani, mentre la sua famiglia è stata rispedita con violenza nel paese d’origine.
Ci sono i Mahmuti, albanesi dediti alla pastorizia ma anche al traffico della droga; infine s’intravede il popolo quasi invisibile degli immigrati africani sfruttati ed emarginati, un mondo a parte, dal quale emerge il bellissimo personaggio mite e potente di Francis, amico del russo Anatolij. C’è anche la criminalità organizzata di marca italiana guidata da Branco, un boss spietato e violento, che viene eliminato quando diventa uno scomodo peso per i poteri occulti. Dietro tutto questo si staglia la figura del “Comandante” appartenente a un corpo militare non specificato, un uomo corrotto e corruttore, un violento manovratore di traffici illeciti e accaparratore di denaro sporco, il regista occulto di scontri sanguinosi con decine di cadaveri tra clan che si contendono il pianeta-droga.
Ultima figura di rilievo è Naafes Sharabat, ex colonnello dell’esercito afgano, ex docente di letteratura a Tbilisi, un astuto latitante e un abile stratega, un spietato combattente, al servizio di diverse “Agenzie” non meglio identificate, denominato il “Maestro”, il quale guida un personale esercito di mercenari super addestrati che usa contro avversari e concorrenti per il controllo del territorio.
In questo mondo feroce e senza leggi, dove il male sembra destinato sempre e comunque a trionfare, alla fine una qualche forma di giustizia primordiale viene ristabilita riguardo all’omicidio del ragazzo Gheorge, nei confronti di criminali mafiosi e di corrotti di Stato. Ci penserà il “Maestro” a ristabilire una sua personale forma di giustizia in un mondo dove la “Giustizia” sembra essersi arresa, dove l’autorità statale sembra essersi data alla fuga. In una società per certi versi ancora ancestrale, Galliani disegna personaggi epici e crudeli, compone storie di varia umanità e di costante violenza secondo un costante parallelo tra gli umani e il popolo dei lupi “che avevano – egli dice – un modo di fissare gli uomini diverso dagli altri animali. Non era un sguardo di aggressività o timore, ma era consapevole e calmo, come se sapessero cose che l’uomo aveva dimenticato”.





