Intervista al poliedrico e raffinato artista Max Casacci


a cura di Francesca Bruni

10 Dic 2025 - Approfondimenti live, Interviste

Intervista di Francesca Bruni a Max Casacci, Co-fondatore dei Subsonica e chitarrista della band, abile tecnico del suono, produttore discografico, elegante e sofisticato, dal sorriso gentile, ha collaborato con molti artisti di grande prestigio, tra cui Mina, Antonella Ruggiero, Paolo Sorrentino; da solista e con i Subsonica ha lavorato con Michelangelo Pistoletto. Ha aperto le porte della sua vita al nostro magazine raccontando la sua illustre carriera ed interessanti aneddoti dove compare una grande sensibilità d’animo e maestria, apprezzato nel panorama culturale e musicale italiano per il suo stile inconfondibile.

(Le foto, dove non indicato diversamente, sono di Paolo Ranzani)

Max con i Subsonica a “Straborgo Festival” di Livorno, 2024 (ph Sebastiano Bongi Toma)

Max Casacci è una delle figure più influenti e poliedriche del panorama musicale italiano contemporaneo. Con la fondazione del gruppo Subsonica nel 1996, Casacci ha contribuito a definire un suono in bilico tra rock, elettronica e sperimentazione, assumendo un ruolo centrale come chitarrista, compositore, produttore e ingegnere del suono.

Nel corso di oltre due decenni di carriera con Subsonica, ha firmato alcune fra le canzoni più iconiche della band — fra le quali “Tutti i miei sbagli”, “Liberi tutti”, “Incantevole” — consolidando la sua reputazione come autore e artefice di un sound inconfondibile.

Max Casacci, Through The Grapevine (Foto di Andrea Tavelli)

Parallelamente al percorso con la band, Casacci ha perseguito una profonda vocazione sperimentale: con il progetto Earthphonia (2020) ha dato vita a un’opera radicale — un album realizzato esclusivamente con suoni naturali, senza strumenti tradizionali. Successivamente, con Urban Groovescapes ha ampliato il proprio impatto artistico trasformando i suoni della città in materia musicale, esplorando i limiti tra campo ambientale, urbano e creativo.

Oltre che come musicista, Casacci si distingue come produttore e promotore di progetti sperimentali e innovativi — grazie alla sua esperienza anche come tecnico del suono e fondatore dello studio e dell’etichetta indipendente Casasonica, oggi Andromeda Recording Studio.

Andromeda Recording Studio di Torino (Photographer Marcello Bonfanti)

È questa doppia anima — da una parte autore di successi mainstream, dall’altra esploratore del suono e della sperimentazione — che rende l’approccio artistico di Casacci tanto coerente quanto trasversale. Ogni nuovo progetto è l’esito di un percorso consapevole, in cui ritmo, ambiente e sperimentazione si fondono per ridefinire il concetto di musica e ascolto.

Andromeda Recording Studio di Torino (Photographer Marcello Bonfanti)

INTERVISTA

Sei figlio d’arte, tuo padre Ferruccio Casacci era un artista poliedrico dalla grande creatività; quali valori ti ha tramandato e che ricordi hai di lui?               

Ferruccio non è stata una figura paterna molto presente nella mia vita. Si è separato da mia madre quando avevo due anni e abbiamo incominciato a frequentarci solo da quando, diciannovenne, sono andato a lavorare in quello che era uno studio cinematografico artigianale, completamente auto costruito da lui e dai suoi compagni di avventura. L’insegnamento che più mi ha trasmesso ha a che fare con la libertà, che per lui coincideva con il riuscire a fare del Cinema la sua vita. Ha dovuto creare tutto da zero, studiando elettronica, fotografia, recitazione. Dopo essersi licenziato come operaio, ha iniziato a frequentare i rottamai che vendevano a peso le apparecchiature dismesse dalla sede Rai di Torino, per risistemarle. Registratori a valvole, moviole, cineprese, tutto quello che serviva per fare cinema, al tempo esclusivamente in pellicola, veniva rigenerato e utilizzato. Mi ha insegnato che la libertà prima si sogna, poi si costruisce e infine si difende e che, usando come esempio il Cinema, ha delle regole e necessita di lavoro e organizzazione oltre che di capacità. 

Hai iniziato la tua carriera negli anni ‘80 affacciandoti sulla scena post-punk torinese e realizzando colonne sonore per il cinema, il teatro e la danza; mi racconti di quel periodo e cosa significava sperimentare all’epoca?

La Torino di quegli anni era molto differente da tutto quello che sarebbe successo negli anni ’90 e che per certi versi continua a succedere oggi. Era la città fabbrica e per qualsiasi ragazzo che non ambisse a trovare lavoro in azienda o negli stabilimenti, mancava completamente lo spazio vitale. Per questo motivo, anche in assenza di locali o luoghi di aggregazione, che potevi letteralmente contare con le dita, le cantine erano piene di band ed effervescenze musicali underground. Io, che durante il giorno lavoravo nello studio di mio padre, mi ero ritagliato uno spazio nella sala doppiaggi, allestito con un piccolo registratore multitraccia, una batteria elettronica, e qualche sintetizzatore. In quella saletta talvolta venivo temporaneamente promosso da mio padre “Maestro compositore” quando servivano sonorizzazioni e non c’era budget per chiamare i professionisti del settore. 

È stato così che, da un lato, ho incominciato a registrare diverse band di coetanei che non potevano permettersi studi più professionali, e allo stesso tempo ho iniziato a comporre musica per danza contemporanea, spettacoli di teatro, qualche colonna sonora. Negli stessi anni venivo coinvolto da musicisti più grandi ed esperti di me, in progetti come Deafear e Carmody, che rappresentavano delle realtà di punta della post-punk scena cittadina. In sintesi, incominciavo a sperimentare cosa voleva dire salire su un palco, ma anche cosa significava occuparsi della musica di altri musicisti in studio. Senza saperlo stavo già sperimentando una mia attività di produttore.

Dopo l’esperienza con il gruppo Africa Unite, nel 1996 decidi di fondare i Subsonica insieme a Davide “Boosta” Dileo e Samuel Romano a cui si uniranno Ninja e Pierfunk; che clima si respirava nella Torino degli anni ‘90 e come nacque l’idea di formare una band?

In realtà dopo la mia avventura con gli Africa Unite che, in crescendo, ha anche rappresentato l’inizio di una attività professionale vera e propria, non volevo più fare parte di una band. Abbandonata quell’esperienza, pensavo che il mio destino sarebbe stato quello del produttore sound engineer. Ma sentivo anche che mi sarebbe mancata la parte artistica di composizione. Mentre lavoravo come tecnico residente in un locale torinese (Hiroshima Mon Amour), vengo avvicinato dal cantante di una band che si presenta come Samuel e che mi chiede consigli e ispirazioni per crescere artisticamente.

Nasce così una vaga idea di collaborazione, non meglio definita, che nelle prime intenzioni doveva limitarsi a un progetto in studio, basato su utilizzo di campionatori, sequencer e varie stimolazioni in circolo all’epoca. Dopo qualche session di scrittura Samuel mi presenta il suo amico-sodale di sempre: Boosta. Io, pur ribadendo che no, non ero interessato ad una formula da band, lo accolgo, dopo qualche iniziale diffidenza. 

In meno di due mesi mi ritrovo in studio un “amico” batterista e qualche settimana dopo un “amico di un amico” bassista. 

 Il fatto è che già dai primi esperimenti le cose sembravano incastrarsi più che bene. Boosta lavorava molto rapidamente sui campionatori, Ninja e Pierfunk formavano un corpo ritmico coeso e si lasciavano guidare nelle sperimentazioni, come raramente i musicisti con solida preparazione tecnica, sono disposti a fare. Su tutto questo l’impronta melodica del timbro vocale di Samuel sembrava completare un mix perfetto. Insomma, fu buona la prima che nessuno si aspettava. 

(Foto Francesco Dornetto)

Agli inizi della carriera, quali erano i vostri obbiettivi e cosa volevate trasmettere a chi vi ascoltava?

A parte Ninja, che era appena rientrato da un tour brasiliano con Ornella Vanoni, io ero l’unico fino ad allora ad avere avuto esperienza professionale, e proposi una linea basata sul consolidamento di un pubblico live. Stando alla larga dalle grandi etichette, dalle cifre di vendita, da quelle dinamiche promozionali che prevedevano troppi interlocutori per arrivare al pubblico. Cercai un’etichetta indipendente con la quale avevo già collaborato come produttore, pubblicammo il primo album e puntammo tutto sui concerti, suonando ininterrottamente per quasi tre anni. Nel ’98 arrivammo a 250 concerti in un solo anno. Addirittura, discutevamo per essere venduti a cifre più basse di quelle che l’etichetta/agenzia chiedeva, ben sapendo che per tutta la prima fase avremmo suonato in locali semi vuoti. E meno gente ci trovavamo di fronte e più caricavamo di energia il live, quasi a voler imprimere la sensazione di avere assistito a qualcosa di incredibilmente intenso e prezioso in forma quasi privata. E funzionò. Ci volle un po’ di tempo ma funzionò al punto da creare solide aspettative per il successivo “Microchip Emozionale”

Avete sempre descritto con le vostre canzoni tematiche attuali, al passo con i tempi; rispetto agli esordi quanto è cambiato il modo di ascoltare musica nei giovani e secondo te, perché ancora oggi, a distanza di trent’anni, siete ancora molto amati dal pubblico di diverse generazioni?

Credo che le band, soprattutto quando sono composte da personalità ben definite e paritarie, finiscano per esercitare un certo fascino presso i più giovani. Nella mia adolescenza trascorsa durante gli anni ‘70, vedevo le figure appese nei poster della mia camera, come fratelli maggiori capaci di descrivermi il mondo. 

Anche i concerti, da noi vissuti sempre con grande intensità, sono spesso un’ottima occasione per avvicinare generazioni differenti. 

I “live” sono sempre stati molto rilevanti durante la vostra bellissima carriera; prima di salire sul palco avete dei rituali portafortuna e quali emozioni provi personalmente prima di ogni esibizione?  

C’è per ognuno un necessario riscaldamento fisico. Abbiamo poi un brindisi rituale, per il quale chiediamo a qualche personalità del posto di improvvisare un discorso motivazionale buffo o serio che sia. A me capita spesso di salire sulla scaletta per il palco pensando che non riuscirò a reggere due ore così intense, poi subentra una sorta di trance e tutto va come deve andare, indipendentemente da inconvenienti o errori che ormai abbiamo imparato a gestire e a integrare nel tutto. Di fatto, per tutti questi anni, che dal prossimo diventeranno 30, il palco è stato il talismano, il luogo dove ritrovarsi anche nei momenti più tesi e difficili della nostra storia. La dimensione che ci ha mantenuti uniti. 

Nel vostro linguaggio musicale la connessione tra mondo naturale e artificiale è sempre stata presente; cosa accomuna questi due aspetti apparentemente inconciliabili?

Nasciamo negli anni in cui si diffondono letteratura e cinema “cyber punk”. Inevitabilmente certe atmosfere distopiche, drammaturgie tecnobiologiche, entrano a fare parte del nostro immaginario e ci permettono di affrontare temi del presente aggirandone gli stereotipi. 

In tempi più recenti la formulazione del concetto di “Terzo Paradiso”, dell’artista Michelangelo Pistoletto, come dimensione generativa di unione tra il paradiso naturale e quello tecnologico, attraverso la quale ricreare un equilibrio indispensabile tra artificio e natura, è diventata un punto di riferimento. Al punto da realizzare, proprio insieme a Michelangelo un omonimo brano.  

Torniamo ai tuoi lavori da solista; mi parli del progetto “Earthphonia” iniziato nel 2020?

“Earthphonia”, realizzato esclusivamente con i suoni della natura, è a tutti gli effetti il mio primo album completamente da solista. 

Nasce dopo diversi anni di sperimentazione nella trasformazione dei rumori, (inizialmente in prevalenza urbani), in musica. E in qualche modo nasce durante una vacanza sull’isola di Gozo, durante la quale scopro dell’esistenza di alcune strane rocce in grado di produrre suoni. 

Insieme all’amico regista Luca Saini, quasi per gioco passiamo un pomeriggio a percuotere e registrare i suoni di alcuni grandi massi in cima ad una meravigliosa scogliera. Registrando e filmando il tutto. La sera stessa riascoltando allineando sul laptop le diverse registrazioni, mi accorgo che le pietre sono tutte intonate tra di loro, e che con le varie registrazioni di possono creare intervalli armonici. Nasce “Ta’Cenc” il brano che prende nome da quel luogo magico, e insieme a lui un video omonimo postato su You Tube.

Quel video incuriosirà proprio Michelangelo Pistoletto, il quale mi commissionerà un’opera sonora chiedendomi di mettere in musica il fiume di Biella, dove ha sede la sua Città dell’Arte. Per soddisfare questa entusiasmante richiesta, inventerò e sperimenterò tutte le tecniche che mi permetteranno successivamente di fare “suonare” foreste, oceani, montagne, vulcani, insetti…e di dare vita ad un intero album contenuto in un libro all’interno del quale racconterò come ho trasformato ogni singolo ecosistema e il geologo Mario Tozzi (che nel frattempo mi regalerà i suoni di un’eruzione vulcanica per uno dei brani) farà parlare in prima persona gli ecosistemi stessi. 

Tu sei un illustre sperimentatore, hai creato suoni senza strumenti utilizzando i rumori della natura e oggetti che fanno parte della nostra vita quotidiana; come si realizza tecnicamente tale processo e che potere ha la natura nel far ritrovare il proprio equilibrio?

Sì, è vero in pratica partendo da rumori e ambienti sonori costruisco strumenti immaginari che talvolta richiamano quelli reali, ma a volte no. Il processo è diverso a seconda del brano, del contesto e della storia sonora che mi ritrovo a raccontare. Dico “mi ritrovo” perché la cosa più affascinante del lavoro con i rumori sta proprio nel non avere mai pienamente il controllo di quello che succede. Sono i rumori e il contesto che li genera a condurre il gioco. Per spiegare il “come”, in genere sul mio canale You Tube, racconto in modo dettagliato la genesi dei brani, sia quelli che fanno suonare il quotidiano dell’ambiente urbano – come nell’album “Urban Groovescapes” – sia quelli per i quali la natura è stata trasformata in musica. 

L’equilibrio che si avverte di fronte al suono degli elementi naturali è generato dalla percezione quasi inconscia della nostra rilevanza infinitesimale di fronte alle dimensioni fisiche e temporali della natura stessa. Essere ridimensionati, riportati al nostro quasi insignificante 0,1% dell’intera biomassa, paradossalmente stimola una sorta di pacificazione interiore.  

Paolo Sorrentino insieme a Max Casacci

Hai realizzato il tessuto sonoro per il progetto “La dolce attesa” di Paolo Sorrentino, presentato nella primavera di quest’anno al “Salone del mobile” di Milano; in cosa consiste questo lavoro artistico e come sei stato contattato dal regista?

Sorrentino mi ha telefonato dopo avere ascoltato un mio live su un canale radio Rai. Mi ha chiesto se avessi materiale inedito da ascoltare per il suo nuovo film, per ispirarsi e per sperimentare se qualcosa potesse abbinarsi alle immagini che stava girando. Alla fine, ha proposto due cose per me, che ho sempre amato il suo Cinema, piuttosto esaltanti. La prima è stata di curare la parte sonora di un’installazione commissionatagli dal Salone del Mobile di Milano. Per comprendere meglio il livello di prestigio, l’anno precedente avevano coinvolto David Lynch. Si trattava di sonorizzare una sorta di immaginaria sala d’aspetto di un reparto cardiologia, piuttosto metafisica, per la quale ho pensato di fondere il battito del cuore umano con quello profondo del pianeta. Un tessuto sonoro creato con canti di balene e uccelli e altri suoni del mare. La sua idea era di trasformare “l’attesa”, da momento ansiogeno, spesso consumato in spazi freddi e disadorni, in un momento di annullamento contemplativo, di fusione con il mondo.  

Sempre riguardo al maestro Paolo Sorrentino, che ha scelto un tuo brano dal titolo “Delta” per il suo ultimo film “La grazia”, presentato alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; quali caratteristiche accomuna la tua poetica musicale con il cinema di Sorrentino?

Nei momenti che abbiamo condiviso durante la presentazione dell’opera/installazione mi sono molto riconosciuto nei suoi modi di fare, nelle strategie dialettiche per deviare una pressione quasi morbosa che personaggi di quella levatura si ritrovano a sostenere, e forse anche in alcuni tic che mi hanno suscitato molta simpatia. Ho pensato che alla fin fine il suo modo di costruire la narrazione di un film, non dovesse essere molto diversa dalla modalità che mi ritrovo ad utilizzare quando ascoltando suoni e rumori cerco una chiave, restando sempre un passo indietro in attesa che succeda qualcosa attraverso la quale fare succede qualcos’altro. 

Durante la tua carriera, sia con i Subsonica che da solista, hai collaborato con artisti importanti, tra cui Michelangelo Pistoletto, ricordiamo la sua collaborazione nell’album “Una nave in una foresta” del 2014 e nel tuo progetto da solista “Watermemories” del 2020; cosa ti affascina nella poetica di Pistoletto e ci sono altri progetti in programma con lui in futuro?

Per il nostro trentennale ci piacerebbe realizzare qualcosa con lui sul tema del “Terzo Paradiso” magari, all’interno della mostra antologica che allestiremo alle OGR di Torino. Vedremo.

Max Casacci con i Subsonica al “Venezia Sounds” 25.10.2025 (Foto di Francesca Bruni)

Riguardo alle tue esperienze con i Subsonica, nel 2026 festeggerete trent’anni di carriera; avete in previsione l’idea di realizzare un nuovo album ed un tour celebrativo?

Ecco, appunto. In occasione di questo trentennale, abbiamo da poco annunciato quattro date nella nostra città (31 marzo, 1,3,4 aprile), alle OGR che oltre ad essere corredate da una mostra di immagini, oggetti, strumenti e apparecchiature dei nostri primi album, saranno anche un’ottima occasione per visitare Torino attraverso luoghi della nostra storia, mediante un percorso sonoro di canzoni, storie, aneddoti, che prepareremo appositamente. 

Nell’estate 2025 hai suonato in giro per l’Italia con “Earthphonia live”; com’è stata accolta dal pubblico questa visione innovativa di fare musica e hai in progetto per l’autunno nuove date del tour?

La cosa che trovo più entusiasmante del mio live “Earthphonia/ Groovescapes” – che quando è proposto nella sua formula completa porta gli spettatori a viaggiare dalle profondità dell’oceano, attraverso fiumi, foreste, montagne, età, fino al capolinea di una linea della Metro, sempre senza utilizzo di nessuno strumento musicale – è il ritrovarmi a proporlo in contesti apparentemente inconciliabili. 

Ho suonato nei principali festival scientifici e culturali, in almeno tre chiese, in teatri e auditorium (in un caso anche in diretta su Radio tre). Ho diviso il palco con scienziati come Stefano Mancuso, Mario Tozzi, Telmo Pievani, Mariasole Bianco che hanno sostenuto il progetto… ma poi ho anche fatto ballare con i suoni urbani una folla che aspettava dopo di me il dj Producer Paul Kalkbrenner. Ho suonato nei festival rock e, un paio di mesi fa addirittura nel locale di punta di Dakar facendo ballare il numeroso pubblico del giovedì sera al Espace Trames. Mi trovavo giusto a Dakar per realizzare, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura, un brano con i suoni e i rumori di quella capitale africana.  Apparentemente tra il festival della filosofia di Modena e un dancefloor africano, ci sono molti gradi di separazione ma le due cose, incluse tutte quelle che ci stanno in mezzo, fanno parte della mia forse disordinata sfera di interessi. E questo progetto mi ha permesso di raggiungere e unire punti che mai mi sarei immaginato.

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