“Il Padre”: il labirinto della memoria prende forma sul palco
di Elena Bartolucci
8 Giu 2026 - Commenti teatro
Un’opera emozionante, che parla della fragilità umana, dell’amore familiare e del coraggio necessario ad affrontare la perdita. Indiscussa la bravura interpretativa di Colangeli e Ciocchetti.
(Foto di Chiara Broccoli)
Fano – Lo scorso 31 maggio, nello splendido Teatro della Fortuna di Fano è andata in scena “Il Padre”, un testo di Florian Zeller curato nella sapiente regia di Giacomo Tarsi.
Si tratta di un intenso dramma che esplora con delicatezza e profondità il tema della perdita della memoria e dell’identità di un padre, Andrea, interpretato in modo magistrale da Giorgio Colangeli.
Quest’uomo anziano, colpito dall’Alzheimer, vede il suo mondo sgretolarsi, restando intrappolato tra incertezze continue: i ricordi svaniscono e i punti di riferimento si frantumano lentamente. Accanto a lui la figlia Anna (un altrettanto impeccabile Francesca Ciocchetti) tenta con amore e fatica di sostenerlo, combattuta tra il desiderio di proteggerlo e la necessità di costruirsi una vita propria.
Il rapporto tra i due costituisce il cuore pulsante dello spettacolo e trova nella reciproca credibilità interpretativa la sua vera forza: attraverso sguardi, silenzi e dialoghi calibrati, prende forma il dramma di un amore familiare messo alla prova dall’inesorabile avanzare della malattia.
Attraverso una sapiente manipolazione della struttura narrativa e scenica, Il Padre riesce a ricreare la confusione cognitiva causata dalla demenza. Lo spettacolo è infatti costruito in modo tale che lo spettatore compia letteralmente un viaggio dentro un doloroso percorso di perdita attraverso la mente del protagonista, vivendo insieme a lui un senso di forte smarrimento.
Scene apparentemente identiche ritornano con leggere ma significative variazioni. Inoltre, i personaggi che sembravano familiari assumono improvvisamente volti diversi, con attori differenti a interpretare il medesimo ruolo.


Fondamentale in tal senso anche il contributo del disegno luci, utilizzato con rara intelligenza drammaturgica: le variazioni luminose non si limitano a scandire il ritmo della narrazione, ma contribuiscono alla costruzione dello stato mentale del protagonista. Zone d’ombra improvvise, cambi di intensità e atmosfere mutevoli accompagnano lo smarrimento percettivo del personaggio, amplificando la sensazione di instabilità e disorientamento.
Lo spettatore si trova così nella stessa condizione del protagonista, incapace di distinguere con certezza ciò che è reale da ciò che è ricordo, ciò che è accaduto da ciò che viene immaginato.
Particolarmente riuscita anche l’operazione di progressivo decluttering della scena: gli elementi di arredo, inizialmente riconoscibili e rassicuranti, scompaiono gradualmente nel corso della rappresentazione. Una potente metafora visiva con cui ogni oggetto che lascia il palcoscenico sembra corrispondere a un frammento di memoria che si dissolve o a un pezzo di identità che si allontana irrimediabilmente. Il vuoto che avanza sulla scena diventa così il riflesso tangibile del vuoto che si apre nella mente dello stesso protagonista.
La prova di Colangeli è davvero imponente: la sua interpretazione, misurata, precisa e intensa al tempo stesso, evita qualsiasi rischio di caricatura o compiacimento emotivo, restituendo invece un personaggio autentico e profondamente umano. Riesce a passare con naturalezza dalla sicurezza ostinata di chi rivendica la propria autonomia alla fragilità disarmante di chi non riconosce più il mondo che lo circonda.
Come si legge nelle note alla regia, la traduzione del testo di Piero Maccarinelli “restituisce fedelmente l’equilibrio tra dramma e leggerezza della lingua originale, mantenendo la tensione emotiva e la precisione dei dialoghi”.
Le scene sono firmate da Alessio Valeri, le luci da Alberto Cannoni, le musiche da Ninfa Caramanica e i costumi da Eleonora Mastropasqua. Giacomo Tarsi si è avvalso di Davide Cherstich come assistente di regia.
Colangeli e Ciocchetti sono stati affiancati in scena da Carlo Vitale, Maria Caterina Andreozzi, Francesco Brunori e Giulia Eugeni.
La direzione organizzativa è di Stefano Mirisola, mentre la produzione è firmata dalla Fondazione Teatro della Fortuna di Fano.








Complimenti per l’articolo Gli altri attori affiancano in scena i due protagonisti?!? Una bruttissima espressione.