Zamboni e Ferretti, le strade che si ritrovano


di Francesca Bruni

12 Ott 2026 - Commenti live!, Dischi

A Palazzo Bentivoglio di Gualtieri, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti hanno presentato i rispettivi lavori discografici, La macchia mongolica e Percuotendo, in cadenza. Un incontro coordinato da Luca Crovi, tra memoria, identità, spiritualità e il ritorno di un sodalizio che ha segnato la storia della musica italiana. A breve le mie interviste realizzate, per l’occasione, con i due musicisti.

(Foto di Francesca Bruni)

Da sx Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e Luca Crovi

Ci sono incontri che sembrano appartenere a un disegno già scritto, altri che nascono da coincidenze talmente sorprendenti da mettere in discussione il concetto stesso di casualità. Quello tra Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, nella suggestiva Sala dei Giganti di Palazzo Bentivoglio a Gualtieri, appartiene probabilmente a entrambe le categorie.

Non una semplice conferenza stampa per presentare due dischi, ma un lungo viaggio attraverso quarant’anni di musica, scelte, separazioni e ritrovamenti. A guidare la conversazione Luca Crovi, che ha saputo intrecciare i percorsi dei due artisti, apparentemente distanti nelle forme espressive ma profondamente legati da una storia comune.

Sala dei Giganti di Palazzo Bentivoglio conla gher, la tradizionale abitazione nomade mongola

Il luogo non è casuale. Gualtieri rappresenta un punto importante nella memoria artistica di Zamboni e Ferretti, che qui tornarono nei primi anni Novanta per rendere omaggio a Giovanna Daffini, figura fondamentale della tradizione popolare italiana, alla quale entrambi si sentivano particolarmente legati.

«Ci sentivamo, e forse ci sentiremo ancora, figli di quella Giovanna Daffini, della cultura che lei esprime», ha ricordato Zamboni, riportando l’attenzione su un patrimonio musicale che già allora sembrava destinato a scomparire.

Una radice comune, quella della musica popolare, che si aggiunge a un’altra fascinazione condivisa: la Mongolia.

La Mongolia, un viaggio che non finisce

È proprio la Mongolia a rappresentare uno dei fili conduttori dell’incontro. Il viaggio compiuto nel 1996 con i CSI, dal quale nacque anche l’album Tabula Rasa Elettrificata (1997), continua a esercitare un’influenza profonda sulle vite dei due musicisti.

Ferretti lo racconta come una trasformazione radicale, qualcosa che ha modificato non soltanto la sua visione artistica, ma il modo stesso di intendere l’esistenza.

«Non sono andato in Mongolia per acquistare qualcosa, ma per perdere pezzi di me», ha spiegato, ricordando come quell’esperienza lo abbia ricondotto alle proprie origini, al mondo della pastorizia, degli animali e delle montagne.

Per Zamboni, invece, la Mongolia è soprattutto un luogo capace di mettere in discussione i confini dell’identità individuale.

La sua riflessione prende forma nella storia della figlia Caterina, nata con quella particolare pigmentazione cutanea chiamata macchia mongolica, dalla quale deriva il titolo del disco.

Un segno fisico che diventa metafora di appartenenze lontane, di genealogie sconosciute e della possibilità che ciascuno custodisca dentro di sé qualcosa di estraneo alla propria storia apparente.

«È quell’altrove che abita in ognuno di noi», ha osservato Zamboni. Un altrove che non può essere completamente afferrato, ma che permette di allargare i confini della propria identità.

La Mongolia ritorna anche materialmente a Palazzo Bentivoglio, attraverso una gher, la tradizionale abitazione nomade mongola, appartenente a Ferretti e destinata ad accogliere gli spettacoli di Zamboni.

Una presenza dal forte valore simbolico, che trasforma il viaggio in uno spazio concreto di incontro e condivisione.

Due personalità diverse, una storia comune

Uno dei momenti più interessanti della conversazione è arrivato quando Ferretti ha riflettuto sulle differenze caratteriali e artistiche che lo separano da Zamboni.

Il primo istintivo, impulsivo, incline a seguire ciò che accade senza necessariamente cercarne una spiegazione razionale. Il secondo più metodico, capace di costruire e organizzare un percorso creativo.

Una diversità che, anziché ostacolare la collaborazione, ne ha costituito la forza.

Zamboni ha risposto con un’immagine particolarmente suggestiva: quella delle piste che attraversano la steppa mongola, strade che si affiancano, si allontanano e poi tornano a incontrarsi.

«Per raggiungerlo ognuno ha la sua strada che ogni tanto si tocca e poi si riallarga», ha raccontato, riferendosi a una meta comune che sembra sopravvivere anche alle separazioni.

È forse questa l’immagine più efficace per descrivere il rapporto tra i due artisti: non un percorso lineare, ma una continua alternanza di vicinanze e distanze, necessarie per ritrovare una propria identità e, successivamente, riconoscersi nuovamente.

Ferretti, la confessione di un cantante

Particolarmente intensa la parte dedicata a Percuotendo, in cadenza, il lavoro di Giovanni Lindo Ferretti nato da un’esperienza teatrale inizialmente concepita come irripetibile.

Il progetto ha preso forma dopo l’invito di Ermanna Montanari a partecipare a una rassegna al Teatro Olimpico di Vicenza, luogo che aveva profondamente impressionato Ferretti fin dall’infanzia.

Da quell’occasione è nato uno spettacolo costruito insieme al percussionista Simone Beneventi, al quale si è successivamente affiancata una tournée e infine la pubblicazione discografica.

Ma il nucleo più profondo del lavoro è una sorta di confessione pubblica.

Ferretti ha raccontato di aver trascorso buona parte della propria esistenza rifiutando l’idea di essere un cantante, nonostante proprio attraverso la voce abbia costruito una delle esperienze più riconoscibili della musica italiana.

La consapevolezza della fragilità della vita, accentuata da un grave problema cardiaco, ha contribuito alla necessità di fare i conti con il proprio passato.

«Dal fonte battesimale alla pietra tombale», ha sintetizzato, descrivendo un percorso che attraversa memoria, spiritualità, morte e rinascita.

Anche la presenza scenica del teschio di Tancredi, uno dei suoi cavalli più amati, diventa un riferimento teatrale e autobiografico, un dialogo ideale con l’Amleto shakespeariano e con il tema dell’esistenza.

Uno spettacolo nato quasi contro la volontà del suo autore, come del resto il disco che ne è seguito.

«Sono qua a presentare un disco che non ho mai voluto fare, una tournée che non ho mai voluto fare, ma che sono molto contento di fare», ha affermato Ferretti, con quell’ironia disincantata che accompagna spesso le sue riflessioni.

Il ritorno che nessuno aveva previsto

Il tema dell’imprevedibilità ha attraversato anche il racconto della recente rinascita artistica dei CCCP e dei CSI.

Ferretti ha ricordato come, avvicinandosi ai settant’anni, avesse ormai deciso di concludere la propria vita pubblica, convinto di non avere più ragioni per tornare sul palcoscenico.

E invece sono arrivate la mostra dedicata ai CCCP a Reggio Emilia, le esibizioni a Berlino, il ritorno dal vivo e successivamente la nuova stagione dei CSI.

Una successione di eventi che nessuno dei protagonisti avrebbe immaginato.

«Ho smesso da sei mesi di dire no, questo non lo farò mai più», ha raccontato Ferretti, riconoscendo come gli ultimi anni abbiano continuamente smentito ogni sua previsione.

Zamboni ha parlato di percorsi che sembrano prendere forma autonomamente, senza una vera programmazione, quasi rispondessero a una necessità più profonda.

Non si tratta, dunque, di una semplice operazione nostalgica. Il ritorno di queste esperienze musicali sembra piuttosto rappresentare la possibilità di rileggere il passato attraverso una consapevolezza diversa, senza pretendere di riprodurre l’energia o le contraddizioni della giovinezza.

La memoria come possibilità di rinascita

C’è un elemento che accomuna profondamente La macchia mongolica e Percuotendo, in cadenza: il bisogno di trasformare l’esperienza personale in qualcosa che possa appartenere anche agli altri.

Zamboni lo ha spiegato parlando del significato stesso della creazione artistica.

«Secondo me è semplicemente cercare di dare agli altri il meglio di sé», ha affermato, sottolineando come scrivere, suonare e cantare permettano di raggiungere una dimensione differente rispetto alla quotidianità.

È una riflessione che restituisce alla musica un valore lontano dalle logiche della sola produzione discografica: quello di uno spazio nel quale la memoria individuale può trasformarsi in esperienza collettiva.

E forse è proprio questo il significato più profondo dell’incontro di Gualtieri.

Due artisti che hanno attraversato stagioni decisive della cultura musicale italiana, che hanno condiviso entusiasmi e contrasti, che hanno scelto strade differenti e che oggi si ritrovano senza rinunciare alle rispettive identità.

La Mongolia, la montagna, la tradizione popolare, il teatro, la spiritualità e il rapporto con il tempo diventano così elementi di un unico racconto.

Non il tentativo di fermare ciò che è stato, ma la consapevolezza che il passato può ancora generare qualcosa di nuovo.

Come quelle strade nella steppa evocate da Zamboni: si dividono, si perdono all’orizzonte, ma finiscono per incontrarsi nuovamente. E a Gualtieri, almeno per un pomeriggio, quelle strade si sono ritrovate.

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