Intervista alla costumista premio Oscar Franca Squarciapino


a cura di Francesca Bruni e Vincenzo Pasquali

28 Set 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste

Abbiamo raggiunto al telefono la costumista Premio Oscar Franca Squarciapino presente al Lucca Film Festival 2026. Dall’Oscar per Cyrano de Bergerac ai grandi palcoscenici internazionali, Franca Squarciapino racconta il mestiere di costumista, gli incontri con Giorgio Strehler ed Ezio Frigerio e quella sottile linea in cui un abito smette di vestire un personaggio e comincia a raccontarlo.

Un costume non è mai soltanto un abito. Può raccontare un’epoca, definire un personaggio, suggerire un carattere e persino diventare parte integrante della drammaturgia. Lo sa bene Franca Squarciapino, una delle più importanti costumiste italiane, protagonista di una carriera che attraversa teatro, opera, danza e cinema.

Formatasi accanto a Ezio Frigerio e segnata dall’incontro con Giorgio Strehler, Squarciapino ha costruito nel corso degli anni un linguaggio personale fondato sullo studio, sulla ricerca storica e su una straordinaria attenzione al dettaglio. Dai grandi palcoscenici della Scala e dell’Opéra di Parigi fino al cinema internazionale, ha vestito alcuni dei personaggi più memorabili dello spettacolo.

Nel 1991 arriva l’Oscar per i costumi di Cyrano de Bergerac di Jean-Paul Rappeneau, un riconoscimento che avrebbe potuto aprirle definitivamente le porte di Hollywood, ma che non l’ha mai allontanata dal teatro, il luogo al quale è rimasta profondamente legata.

Oggi, parlare con Franca Squarciapino significa attraversare più di mezzo secolo di storia dello spettacolo: gli incontri con grandi registi e interpreti, il rapporto con il lavoro artigianale, la trasformazione del costume nel tempo e il difficile equilibrio tra ricostruzione storica e libertà creativa.

In questa intervista ripercorriamo una carriera straordinaria.

Due suoi costumi creati per l’allestimento di Turandot del Festival Puccini di Torre del Lago saranno esposti alla mostra “Turandot O divina bellezza! O sogno! O meraviglia!” aperta fino all’11 novembre al Puccini Museum – Casa Natale di Lucca e la Squarciapino, in occasione del Lucca Film Festival 2026, sarà protagonista il 2 ottobre di un incontro, moderato dal giornalista Andrea Giordano, “Dietro il costume: arte, personaggio e visione”, presso l’Atelier Ricci di Lucca.

INTERVISTA

Lei è arrivata al mondo dello spettacolo quasi per caso: voleva fare l’attrice, ma la timidezza la portò verso un’altra forma di espressione. Quando ha capito che la sua vocazione sarebbe stata fare la costumista?

Molto tardi. Prima avevo frequentato, durante il ginnasio e il liceo, una scuola di cultura drammatica, dove si facevano tante cose, dalla danza alla recitazione. Mi interessava molto la dizione, perché vivevo a L’Aquila e volevo evitare di avere un accento troppo forte. Poi sono andata a Roma e lì ho cominciato a lavorare proprio con una mia maestra della scuola, Miranda Campo, un’attrice molto moderna nel suo modo di fare il mestiere. L’ho seguita e per me è stata quasi una seconda madre: ero sola a Roma, mi portava a teatro e, grazie a lei, ho cominciato a conoscere davvero quel mondo.

A un certo punto, poi, si stava costituendo una Compagnia dei Nuovi in televisione, e lei mi spinse ad accettare di fare l’attrice. Sono entrata in questa compagnia, dove c’era Milena Vukotic e dei ragazzi molto, molto bravi. Per due anni e mezzo siamo andati avanti così: ogni mese si registrava uno spettacolo a Napoli. È stata un’esperienza molto bella. Finito il corso, però, non sapevo cosa fare. Ero indecisa: non mi piaceva fare l’attrice, ero troppo timida. Sì, tanti attori dicono di essere timidi, ma io proprio non riuscivo ad accettare la recitazione come professione! Allora ho pensato: vediamo. Ed è lì che ho conosciuto Ezio Frigerio. L’ho incontrato grazie alla mia maestra: era già a Napoli per un film con De Sica, Ieri, oggi, domani, era già un grande scenografo. L’ho conosciuto e ci siamo detti: «Vediamoci, vediamoci a Roma». Lui, naturalmente, lavorava con Strehler, con De Filippo, con De Sica…

Bozzetto da “Don Carlo”, Teatro alla Scala, 2023, regia di Lluis Pasqual

L’abito di scena non è semplicemente un elemento estetico: racconta un personaggio prima ancora che questo pronunci una parola. Quando si accinge a creare un costume, parte dal personaggio, dall’attore o dalla storia che vuole raccontare?

Beh, prima di tutto c’è la storia. Se poi è teatro, se è uno spettacolo musicale, bisogna entrare nel mondo che si vuole raccontare. Bisogna cominciare a parlare con il regista e con lo scenografo, soprattutto, perché deve essere tutto un insieme: non può partire ognuno per conto proprio. Poi c’è un lavoro di ricerca, per capire anche che cosa si vuole creare, quale mondo si vuole raccontare, e solo in seguito si comincia a lavorare sui personaggi. Il costume deve aiutare il personaggio: non puoi fare un bel costume semplicemente perché ti piace, senza pensare a chi lo indosserà. Bisogna pensare anche all’attore. Molto spesso si assiste alle prove proprio per vedere come reagiscono tutti. Ed è molto bello, perché in fondo è un lavoro corale, è il lavoro di un gruppo di persone che decide di realizzare qualcosa insieme. Poi questo gruppo si allarga, perché in teatro ci sono tutti quelli che seguono e preparano le scenografie, ci sono tanti mestieri e, quando si è su un palcoscenico – e non parlo neanche dell’opera lirica, perché lì è una follia, con tutti quei personaggi! – anche nella prosa, ci sono figure importanti che fanno muovere tutto.

Quindi il costume deve rispondere alle esigenze del personaggio e dell’attore, perché è l’attore che deve creare quel personaggio. Ed è bello.

Io avevo smesso per un po’ di fare teatro e, quando ho ricominciato, l’estate scorsa, è stato bellissimo. Mi diverto tanto, sono proprio un’altra persona.

Adesso sto creando un museo, voluto da Ezio, a Erba. Un museo, anzi, non lo chiameremo museo, in cui vorrei assolutamente organizzare dei piccoli corsi, per spiegare agli studenti che escono dalle varie scuole che cos’è veramente il teatro, quanti personaggi ci sono e quante professionalità ci sono dietro. Certe volte ci si intestardisce nel voler dire: “Io faccio il costumista”, “Io faccio lo scenografo”. Non è così. Cerchiamo invece di far capire quanti sono i ruoli e che cosa può venire anche da questi mestieri, perché poi possono portare qualcosa nella vita, non soltanto nel teatro. È quello che voglio fare in questo spazio. È molto importante che i ragazzi, una volta finita la scuola o le accademie, possano conoscere davvero questo mondo. Io ho incontrato ragazzi che volevano fare i costumisti e che non erano mai entrati in una sartoria con la scuola. Una volta, ad esempio, ho portato una di queste ragazze nella sartoria della Scala, e ne è rimasta affascinata, perché era un mondo che non conosceva: un mondo molto vivace, con tantissimi mestieri. Poi c’è anche il fatto che tagliare un costume, lavorare un tessuto, è una questione geometrica. Hai un rettangolo e devi farne uscire tanti pezzi che, una volta composti, diventano il costume. Il taglio è importantissimo.

Intendo far partire questi corsi già dal prossimo anno. Credo sia veramente interessante. Lo faremo a Erba, vicino a Como.

Ha lavorato con Giorgio Strehler, uno dei grandi maestri del teatro italiano. Che cosa le ha insegnato Strehler sul rapporto tra costume, attore e scena che ancora oggi porta con sé?

Strehler mi ha insegnato tutto, perché era incredibile quello che riusciva a fare. Anche se lui sembrava fuori da certi sentimenti, poi con gli attori riusciva a tirarli fuori. E poi aveva una disciplina incredibile. Con Ezio, comunque, avevo già iniziato a familiarizzare con quel mondo, perché lo seguivo nel suo lavoro mentre ancora cercavo di capire che cosa avrei fatto. È stato proprio in quel periodo che mi sono appassionata al Piccolo Teatro e al mondo dei costumi.

Quindi è stata una scuola molto buona. Sono stata fortunata, devo dire.

“La Bayadère” all’Opera di Parigi con coreografia di Rudolf Nureyev

Ha avuto anche un rapporto molto particolare con Rudolf Nureyev, il quale voleva costumi importanti, appariscenti, capaci quasi di competere con il corpo del danzatore. Come veste lei un artista che pretende di dominare la scena anche attraverso il costume?

No, è più facile di quello che si pensi, perché sono personaggi anche molto disciplinati. Sì, è vero, poteva dire: “Voglio la manica ancora più alta perché mi devo muovere”, ma insomma, erano piccole cose.

Io, con il balletto, avevo lavorato molto con Ezio e con Roland Petit a Parigi, quindi conoscevo bene quel mondo. Ma con Rudolf è stato qualcosa di particolare. Di fronte a personaggi così forti e incredibili, anche vedere quello che faceva con la coreografia, con i grandi balletti, era affascinante. Basta pensare al Lago dei cigni: quell’atto in cui scendono tutti i cigni, arrivano, girano e poi ritornano… Lui li ha mossi in un modo incredibile. L’ho rivisto perché ho seguito lo spettacolo alla Scala, dove lo stavano rimettendo a punto per riprendere una serie di rappresentazioni. Era incredibile, affascinante, proprio come il suo modo di essere. Aveva sempre bisogno di cercare qualcosa di più difficile. Portava i ballerini al limite, ma hanno imparato tantissimo da lui. Non si risparmiava e non voleva che loro si risparmiassero. Era un grande maestro, con tutte le sue follie. Non erano follie costruite: era proprio così e basta. Era anche curiosissimo, cercava sempre qualcosa. Tornava da un viaggio o da un altro lavoro, arrivava a Parigi e cercava subito dove ci fosse una mostra di un certo tipo, entrava nei negozi, comprava sempre cose bellissime.

In questo lo avvicinavo molto a Ezio, perché anche Ezio aveva un carattere molto forte. La sua grande passione, oltre al lavoro, erano le case. Era un artista che poteva anche fare due o tre soluzioni per uno spettacolo, ma sempre con una grande forza, sempre cercando nuovi materiali, nuove visioni. Perché, in fondo, il palcoscenico è una scatola: trasformarlo in una piazza di una città oppure in una stanza, come ne Le nozze di Figaro, è proprio questo il lavoro dell’artista.

Il suo Oscar per Cyrano de Bergerac arrivò con il suo primo film e la portò immediatamente al centro dell’attenzione internazionale. È stato più difficile conquistare Hollywood o decidere di non farsi conquistare da Hollywood?

Non è stato difficile, perché abbiamo rifiutato. Anche Ezio era stato contattato, ma il cinema americano non era per noi. Era un mondo che non ci apparteneva e non abbiamo mai cercato di entrarci. Poi eravamo troppo legati al teatro.

Bozzetto da “Cyrano de Bergerac”, 1990, film di JeannPaul Rappeneau, vincitore del Premio Oscar

Ha raccontato che l’esperienza hollywoodiana non le interessava particolarmente e che preferiva il teatro. Che cosa ha il teatro che il cinema, nonostante la sua enorme visibilità, non potrà mai darle?

È tutto diverso. In teatro hai questa grande scatola, in un ambiente che molto spesso è anche molto bello, con la platea, i palchi, e creare delle illusioni lì dentro è emozionante. Anche se in apparenza sembra limitante, in realtà non lo è: su un palcoscenico, puoi fare di tutto – parlo soprattutto di scenografia e costumi.

Il cinema, invece, per il nostro lavoro, è un po’ dispersivo. Ci sono grandi costumisti, parlo per la mia esperienza, e c’è il regista, con cui puoi lavorare benissimo e preparare tutto nei dettagli. Poi, quando arrivi sul set, comincia tutto a muoversi: la macchina da presa viene posizionata, ci sono l’operatore, il direttore della fotografia, le luci… e tutto cambia continuamente. È difficile creare un mondo se poi viene spezzettato, frammentato. Questo è un po’ quello che trovo nel cinema: è dispersivo. E allora bisogna, anche nel cinema, con i costumi, fare in modo che la tua idea non si disperda. È più complicato… Anzi, non è complicato: è un altro mestiere.

Vestire Gérard Depardieu nei panni di Cyrano fu, come ha raccontato lei stessa, una vera sfida. Quanto deve essere disposto un costumista a “combattere” con un grande attore per ottenere il risultato che ha in mente?

Infatti, non veniva mai alle prove! (ride, ndr)

Alla fine, anche lui era molto, molto disponibile. Non era quello il problema. Però non è che si possa dire: “Tanto c’è la sarta che stringe, allarga…”. No, la sarta non è la stessa cosa!

Comunque, con lui c’è stato un buon rapporto. Conosceva già Ezio, perché aveva fatto uno spettacolo a Parigi con Depardieu quando era molto giovane e poi lo aveva proposto a Bertolucci per Novecento. Quindi, c’era già questo rapporto. Io invece, finito il film, avevo detto a Depardieu: “Non voglio più lavorare con te!”. E lui, due o tre anni dopo, mi fece chiamare per un altro film. E accettai naturalmente, dicendogli subito, “No, no, vengo!” (ride, ndr)

Il suo lavoro è spesso associato a una grande attenzione storica e filologica, ma lei ha anche parlato della necessità di non trasformare la ricostruzione storica in una prigione. Dove finisce la ricerca e dove comincia la libertà creativa?

È proprio questo. Prima di tutto si guarda tanta pittura, si entra nell’atmosfera di un’epoca e poi la si fa propria, concedendosi anche qualche libertà. Fare una ricostruzione proprio prettamente storica non è interessante, perché ci sono situazioni e personaggi che non possono essere costretti dal costume. Insomma, sono tanti gli aspetti da considerare.

Poi un’epoca, pur restando la stessa, deve adattarsi agli attori, a quello che fanno. Anche i colori sono molto importanti quando si raccontano le diverse epoche.

Ha condiviso per decenni il lavoro e la vita con Ezio Frigerio. Due personalità creative così vicine rischiano inevitabilmente di scontrarsi. Qual era il vostro più grande punto di incontro e quale, invece, il vostro punto di maggiore conflitto?

Il punto di incontro era casa: non si parlava mai di lavoro. In studio, invece, anche sul palcoscenico, io ero sempre la sua assistente, la sua allieva, per cui si permetteva anche di urlare e strepitare se non avevo fatto la cosa che lui aveva immaginato. Però, insomma, c’era una grande intesa. Era anche il fatto di essere molto colto: mi aveva trasferito tante cose, anche emozioni, di fronte a certe epoche, a certe immagini. Era uno scambio, naturalmente. Lui era sempre molto protagonista, ma, insomma, aveva ragione: tutti lo amavano sul palcoscenico, o davanti a qualsiasi cosa facesse nelle scenografie.

Ha lasciato un bellissimo ricordo. Era burbero, aveva anche degli scatti d’ira, ma poi era generosissimo. È stato un personaggio importante.

E anche qui, a Erba, dove era nato e aveva trascorso il periodo più bello della sua vita, l’infanzia, quando abbiamo deciso di venire a vivere perché voleva realizzare un museo, abbiamo cominciato a raccogliere e creare tutto ciò che oggi ne farà parte, con una generosità incredibile. Ci sarà una collezione di teste romane, di statue, una bella collezione, due vasi apoli molto grandi, molto belli. Insomma, delle cose belle. E poi una collezione di pittura che lui aveva deciso fin dall’inizio, da Picasso a Fontana. Picasso smette a un certo punto, comincia la sua avventura con una pittura diversa da quella che aveva fatto fino ad allora, e Fontana chiude un periodo del Novecento con il suo taglio e dice: “Basta, adesso facciamo altro”. C’è questa serie di quadri, di sculture, di questo periodo. Perché lui diceva: “Qui bisogna insegnare a vedere i quadri”. E quelli del primo periodo del Novecento sono più accessibili a chi non sa.

Lei ha conquistato un Oscar, César, BAFTA e molti altri riconoscimenti, ma ha sempre mantenuto una certa distanza dai riflettori. È stata la sua timidezza a proteggerla dal successo o è stata una scelta consapevole?

Una scelta. Io tante volte pensavo: sì, era bello accettare, ma era più bello uscire lì, a Milano, davanti alla Scala, e vedere le persone che facevano la coda e ci riconoscevano. Ma soprattutto quando venivano, quando tornavano in teatro. Questo è bellissimo. Ancora adesso succede ed è molto bello.

Aggiungerei una cosa: adesso c’è questa moda di fare tutto con costumi moderni, scenografie che non esistono oppure esistono, ma sono semplicemente degli oggetti messi in scena. Non è possibile, bisogna ritornare a fare un teatro che non sia questo. Veramente, questo è stato il peggio, perché avevano cominciato i tedeschi molti anni fa con i soprabiti lunghi, grigi, e tutto doveva essere sofferenza. Ma poi, quando prendi un’opera in mano, cominci dalla musica. La musica è di una certa epoca, il linguaggio è di una certa epoca. Non puoi metterla con i vestiti moderni: diventa veramente assurdo. Eppure, si continua.

Io adesso sto lavorando più con i giovani. Con giovani, e non tanto giovani, insomma. Con un regista giovane ho fatto, lo scorso maggio, a Bari, una piccola opera. Lui mi piace molto: si chiama Mariano Dammacco e scrive i testi dei suoi spettacoli, crea qualcosa. E io sono felice di lavorare con lui, imparo anch’io. Farò ancora due spettacoli con lui e con la sua attrice, Serena Balivo, che è molto brava. Poi farò anche uno spettacolo con una compagnia di Erba, perché voglio avvicinare i giovani. Il loro regista è Simone Severgnini. Loro sono giovani, ma hanno già fatto molta strada. Io voglio anche insegnare che, con pochi mezzi, si può fare uno spettacolo ben fatto.

Ho bisogno dei giovani, e loro hanno anche un pubblico che mi interessa; ci sarà quindi un dare e avere per quello che stiamo creando. Finché dura, finché duro io, poi… (ride, ndr)

Dopo una carriera così lunga, che cosa riesce ancora a sorprenderla quando entra in un laboratorio di sartoria e vede nascere un costume?

Quando deve nascere un costume, può esserci una sarta che ti dice: “Io lo farei così questo dettaglio”. E allora guardi e impari. Ma poi c’è la gioia di vedere tante persone che si ammazzano di lavoro, letteralmente, per tirare fuori lo spettacolo. Ci sono anche momenti di terrore in una sartoria, quando devi consegnare e non hai più tempo. Ma è bellissimo.

Io ho cambiato atteggiamento dopo essere stata qui ad Erba, a lottare con il Comune, con tutta la burocrazia da seguire. Scrivevo, scrivevo, preparavo tante cose per questo museo. Poi sono entrata in sartoria e ho sorriso a tutti. Ero proprio cambiata.

Mi piace lavorare con tutti. Ed è bello, perché c’è sempre un’atmosfera allegra, anche perché io do fiducia agli altri. Penso: tu mi puoi dare qualcosa in più, ma posso imparare da te. Non sono capricciosa, cerco di capire tutti. È il mio modo di vivere.

Nella sua carriera ha vestito re, regine, eroi, principesse e personaggi tormentati. Ma qual è il personaggio che, attraverso il costume, le è rimasto più addosso personalmente?

No, posso dirle uno spettacolo: La Bayadère, un balletto, a Parigi. Nureyev era ormai morente. Io venivo portata in teatro perché ero caduta in Turchia, in una delle case di Ezio, perché ne abbiamo avute tante. Ero caduta e quindi non potevo camminare. C’erano otto sartorie che venivano a farmi vedere il loro lavoro.

Però è stato bellissimo. Con Ezio eravamo andati in Indonesia, dove aveva fatto fare i mobili della casa in Turchia, e lì avevo comprato tante stoffe, ma anche tutte le decorazioni di cartone che usano per i loro spettacoli. Ancora oggi quelle decorazioni di cartone sono rimaste intatte. Chissà con quale collante sono state fissate! (ride, ndr)

Poi c’era l’atmosfera. Tutti volevamo fare bene questo spettacolo, perché Rudolf ci stava lasciando. Alla prima era nel palco con me: aveva solo gli occhi, era magrissimo, ma era felice. E quando siamo andati sul palco per i ringraziamenti, lui felice, ma tutti piangevano. È stato un momento terribile.

Lei ha costruito la propria carriera dietro le quinte, mentre oggi sembra che anche chi lavora dietro la macchina da presa debba diventare protagonista. Che cosa abbiamo perso, secondo lei, quando il lavoro di costumista ha cominciato ad avere bisogno di visibilità?

Io penso che ci siano sempre stati famosi costumisti. Pensiamo a Hollywood, ma anche da noi. Non penso quindi che sia necessariamente una cosa nuova. Poi non lo so come si comportino gli altri.

Ecco, però i giovani devono fare attenzione, perché c’è questa prepotenza del “io sono giovane, io faccio così”, senza prima essersi creati un mondo nella cultura. Perché il teatro è cultura, e la cultura devi trasmetterla. Senza lo studio, senza conoscere, non puoi lavorare bene.

Se posso, in chiusura, vorrei poi aggiungere una cosa. Devo ringraziare il Festival di Torre del Lago: è stato per me un momento straordinario. Mi avevano chiamata per fare un corso per le sarte. Allora sono andata e ho detto: sì, porterò i diversi protagonisti dei mestieri del teatro, tutto riferito alla sarta di scena, alla sarta che conserva i costumi e così via. Ho fatto venire il direttore della famosa sartoria romana Sartoria Farani, Luigi Piccolo, la costumista Chiara Donato per la storia del costume, la direttrice della Sartoria del Piccolo Teatro Roberta Mangano, Clara Sarti per l’elaborazione dei tessuti, la pittura, ecc. Ognuno ha spiegato il proprio mestiere.

E queste ragazze sono rimaste dal primo giorno all’ultimo, nessuna si è allontanata, nonostante alcune vivessero anche lontano. Finito il corso, la direzione mi ha chiesto: “Che ne dici di tirare fuori la vecchia Turandot – che avevamo fatto non so se dieci, dodici anni fa, forse anche di più -, e restaurarla?”. Ho detto sì, a condizione che ci fossero le ragazze, tutte!

E con le sarte, con le ragazze, abbiamo restaurato questo spettacolo, che sembrava nuovo. Hanno dipinto, hanno ricamato, hanno lavorato con la mia collaboratrice di tanti anni Clara Sarti, che aveva lavorato alla Scala per tantissimo tempo. Lei insegnava come si dora una cosa, come si fa la pittura, la tintura e così via. Alla fine, è stato veramente un miracolo. Sembrava nuovo e ha avuto un successo straordinario, perché era una Turandot con dei costumi, non dico d’epoca, ma dei veri costumi. E queste ragazze… tre sono rimaste e sono state assunte dal teatro. Io le ho portate anche a provare i costumi sul coro, a seguire tutte le varie fasi. Penso che se lo ricorderanno, perché hanno lavorato, hanno imparato. Perché queste scuole ti lasciano arrivare fino a un certo punto, poi… vedrai da te. Invece no. Anche una sarta di scena deve imparare a conoscere i costumi, a essere rapidissima: se succede qualcosa, deve saper correre e intervenire. E ce n’erano alcune più rapide delle altre, anche più preparate, che l’hanno fatto, l’hanno imparato. E io sono contenta. Mi piace la vita!

Non so davvero come ringraziarla per le cose così belle e interessanti che ha condiviso con noi. Grazie infinite per il tempo che ci ha dedicato e per questo racconto.

Grazie a voi, per le belle domande!

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