Intervista alla regista Liliana Cavani
a cura di Francesca Bruni
23 Set 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Abbiamo raggiunto al telefono la grande regista Liliana Cavani, una delle voci più libere e controverse del cinema italiano, che il 2 ottobre prossimo riceverà il Premio alla Carriera nell’ambito del Lucca Film Festival 2026.


Liliana Cavani è una delle figure più importanti del cinema italiano e non solo. Dalle prime opere televisive dedicate alla storia e alla memoria fino a film come I cannibali, Il portiere di notte, La pelle e le diverse versioni su Francesco, il suo cinema ha attraversato temi scomodi e universali, mettendo continuamente in discussione le convenzioni morali, sociali e culturali del proprio tempo.
Una filmografia caratterizzata dalla ricerca, dalla provocazione e dal confronto con il potere, la fede, la sessualità, la violenza e la memoria. Un percorso che il Lucca Film Festival celebra con un importante riconoscimento, il Premio alla Carriera, riportando al centro dell’attenzione una regista che, ancora oggi, non ha smesso di interrogare il presente attraverso le immagini.
In questa intervista Liliana Cavani ripercorre alcuni momenti della sua carriera, affrontando temi che ritiene centrali come la conoscenza della storia, la ricerca della pace, il senso di fare cinema in un’epoca profondamente cambiata.
INTERVISTA
Ha cominciato a fare cinema in un’epoca in cui una donna dietro la macchina da presa era ancora un’eccezione. Quanto ha dovuto combattere, all’inizio, contro l’idea che il cinema fosse soprattutto un territorio maschile?
Vi dico la verità: non ho dovuto combattere per niente! Ho frequentato il Centro Sperimentale, dove si imparava a usare la cinepresa e a fare cinema, e poi ho vinto un concorso in Rai. Però non volevo fare la burocrate o cose del genere: volevo fare cinema. Avevo frequentato il Centro Sperimentale proprio per questo.
Così ho iniziato a realizzare documentari, soprattutto di carattere storico. Ho visto e studiato moltissimo materiale sulla Prima e sulla Seconda guerra mondiale. Feci arrivare anche molto materiale dalla Biblioteca del Congresso americano, perché ovviamente noi, durante la guerra, eravamo dalla parte dei nemici. Ho visto cose di cui si sentiva parlare, ma che avevo bisogno di vedere. I Lager, per esempio, sono qualcosa che bisognerebbe ogni tanto tornare a vedere, per ricordarci di cosa siamo capaci noi esseri umani. È stata un’esperienza molto coinvolgente. Poi ho realizzato diversi altri documentari: su Rai Storia c’è tutto il mio lavoro.
In seguito, come dicevo, ho vinto questo concorso per la Rai, uno dei concorsi che venivano banditi all’epoca, e a un certo punto mi è stato chiesto di fare qualcosa su Francesco d’Assisi per la festa di settembre. Io venivo da una famiglia laica, quindi non ero particolarmente adatta, diciamo. Però si dà il caso che avessi fatto delle letture e, quasi per caso, avevo trovato La vita di San Francesco di Robert Sabatier, uno storico svizzero, pubblicato nel 1896. Lo trovai in una pila di libri vecchi alla stazione di Bologna, da cui passavo sempre quando andavo a Roma. Avevo letto questo testo su Francesco e l’avevo trovato favoloso. Non aveva niente a che fare con i film che avevo visto fino a quel momento su di lui. Sabatier mi aveva mostrato il significato di Francesco, il suo grande valore nella storia. Non a caso Dante Alighieri gli dedica metà di un canto, l’XI del Paradiso, e di Dante io mi fido molto.
Insomma, ho visto una persona molto intelligente, non il pastorello che va nei campi. Un uomo che, a un certo punto, da giovane, va anche in guerra, a conquistare risorse, denaro, a vivere un’avventura ma capisce che la guerra è una macelleria pura. Rimane sconvolto. Questo ha cambiato molto la mia visione di quel Francesco che avevo letto prima, nei quadernetti, quello che cammina con i piedi sulle fiamme. La realtà è che lui vede l’orrore della guerra, l’orrore della sua violenza, della sua natura di macelleria. Allora, infatti, non c’erano ancora armi per sparare, dove al massimo vedi qualcuno cadere a terra da lontano: vedevi proprio la violenza cruda, come accade con le bestie. E Francesco ne rimane sconvolto.
Ecco, questa è l’originalità del mio Francesco: capire e far capire che Francesco è sconvolto dalla violenza. Una violenza che noi accettiamo, per esempio, nell’Iliade, ma che è già una forma di violenza enorme: il corpo a corpo, con armi che tagliano. E lì cambia tutto. Da quel momento parla di pace, insiste sempre: «Parlate di pace». Ecco, questa cosa non ho capito perché non sia stata raccontata come l’aspetto basilare di questo personaggio.
Lei l’ha raccontata molto bene, invece.
Un conto è parlarne, un conto è andare in guerra e, una volta lì, dover ammazzare una persona che hai davanti, con le armi da taglio che hai a disposizione. Se si va a vedere le armi antiche, per esempio nel museo di Firenze, si capisce che cosa potevano fare. E allora si comprende che cosa può aver provato Francesco. Da quel momento non tornerà mai più indietro: per lui la pace diventerà il valore principale che l’uomo può esprimere.
Lei ha iniziato raccontando personaggi storici come Francesco d’Assisi e Galileo, ma li ha sempre utilizzati per parlare anche del presente. Oggi, quali figure del passato sente ancora capaci di interrogare davvero la nostra contemporaneità?
Adesso ci sono quelli che lanciano le bombe premendo un bottone. Hiroshima e Nagasaki sono state raccontate, le ho studiate: premevano un bottone, cadeva giù un oggetto, l’aereo continuava e andava oltre. E così stanno le cose.
Non lo so. Ci sono senz’altro figure di pacifisti, ma forse anche in religioni alternative al cristianesimo. Quando ho fatto Milarepa, per esempio, mi sono interessata e sono andata in Tibet. C’è una visione della pace che poi viene interpretata in modi differenti, in base ai punti di vista delle persone.
Comunque, parlare di Francesco vuol dire parlare di pace, perché altrimenti non significa niente. Però, in genere, questo parallelismo così importante è stato usato poco.
Con Il portiere di notte ha affrontato un rapporto perverso e ambiguo tra una vittima e il suo carnefice. Oggi, in un’epoca in cui siamo molto più attenti alla rappresentazione della violenza e delle dinamiche di abuso, cambierebbe qualcosa nel modo di raccontare quella relazione?
No, quello che è fatto è fatto (ride, ndr). Non cambierei niente.
Il desiderio nei suoi film non è mai semplicemente erotismo: è spesso una forma di potere, di dipendenza, di libertà o di autodistruzione. Secondo lei, oggi il cinema ha ancora il coraggio di raccontare il desiderio?
Sì, a volte ci sono dei bei film che lo raccontano. Oggi c’è una certa libertà e c’è anche un cinema fatto bene che racconta il desiderio, l’amore, quello che chiamiamo amore. Ognuno ci mette il proprio contributo personale, la propria idea dell’amore. Quello che è grave, invece, è che l’amore per il prossimo non lo si impara abbastanza: né a casa, quando va bene, né a scuola, né da nessun’altra parte. E questa è la cosa per cui chi ha sacrificato anche la vita per filmare e raccontare delle cose, per lasciare memoria e per istruire, non l’ha fatto invano.
Per esempio, io ho fatto la Storia del Terzo Reich e questi lavori non vengono quasi mai proiettati. Perché non vengono proiettati? Perché non c’è una cultura della pace, non viene proprio spiegata. Tutti fanno discorsi, ma solo con la pace si può essere esseri umani veri, completi: capirci l’uno con l’altro, avere il tempo di farlo, il desiderio di farlo, conoscerci davvero, dare un senso alla vita. Perché la vita dipende da noi, da quello che decidiamo, da quello che comprendiamo. Ma questa cosa non c’è, purtroppo.
La politica è una realtà che spesso non ha nulla dentro di sé: è la cultura del giorno, la notizia del giorno. È come il tempo: oggi è bello, domani è brutto, fa caldo, fa freddo. Invece, in realtà, la gestione della società dovrebbe avere come scopo fondamentale quello di fare scelte che portino all’idea di pace, alla comprensione tra i popoli. Ma questo manca. Non so, io non conosco il politico che abbia incarnato questa idea e si sia impegnato a diffonderla. Non capisco come mai.
Allora si parla di Francesco. Francesco si è impegnato, si è vergognato di essere un uomo che usa la spada e ha giurato che non avrebbe più vissuto così: avrebbe vissuto solo per propagare la pace, l’amore, il ringraziamento a Dio, se c’è un Dio che crea le cose. Grazie a Dio dell’acqua, grazie a Dio della terra, del sole, della luna, della felicità. Ecco perché Francesco è importante: perché è il più grande filosofo che abbiamo.
Francesco d’Assisi è tornato più volte nel suo cinema, dal film del 1966 a quello del 1989. Che cosa continua a cercare in quella figura e che cosa, invece, non è ancora riuscita a dire di lui?
Ormai non ne faccio più: ne ho fatti 13, per approfondire vari aspetti. Anche perché, per esempio, nel terzo mi sono servita soprattutto di storici statunitensi che avevano affrontato questi problemi.
Diciamo che Francesco ha avuto l’idea di essere contro la guerra, contro la violenza, e questo lo rende una figura favolosa. Poi, se vuole, avrà pure parlato anche con le rondini e con il lupo, ma insomma, non è lì il centro del suo messaggio ma è un discorso sociale, culturale. Il primo che l’ha capito e l’ha raccontato bene è stato Dante Alighieri, come ho già detto. Solo che Dante Alighieri non è che lo si legga tutti i giorni, ecco.
Lei ha raccontato personaggi che mettevano in discussione l’ordine costituito: Francesco, Galileo, Nietzsche, le donne di Il portiere di notte. Crede che oggi il cinema abbia ancora il coraggio di mettere realmente in crisi le certezze dello spettatore?
Mah… non lo so, dovrebbe. Adesso, ahimè, un po’ la televisione ha ammazzato il cinema e questo è un guaio, un grande guaio. Eppure, il cinema è stata la comunicazione più importante che abbiamo avuto nel ventesimo secolo. Basti pensare al fatto che tutta la Seconda guerra mondiale sia stata filmata con l’Arriflex, una macchina da presa piccola. C’erano squadre che, per esempio, quando aprivano i Lager, filmavano tutto, con questa cinepresa.
I materiali che ho usato per realizzare la Storia del Terzo Reich e per raccontare l’apertura di alcuni Lager, li ho fatti arrivare dalla Biblioteca del Congresso americano: erano materiali realizzati dai soldati americani che avevano a disposizione questo mezzo. Purtroppo, però, è stato tutto invano, perché tanto non li vede nessuno. Nelle scuole superiori, poi, che cosa ci vuole ad organizzare una proiezione e far vedere queste immagini ai ragazzi? Farli riflettere su cosa può significare una guerra oggi? Si fa storia e c’è l’opportunità di vedere che cosa può combinare l’uomo. Certo, c’è qualcosa nei telegiornali, quando si vede che invadono un Paese o succedono violenze di vario genere. Ma si può vedere anche il peggio, quello che è stato: i Lager sono il peggio. Però non si fa, non ho capito perché.
Ecco, se fossi un ministro della Pubblica Istruzione, penso che me ne occuperei molto.
Con L’ordine del tempo del 2023 ha affrontato qualcosa di apparentemente lontanissimo dai suoi film degli anni Settanta: il tempo, la precarietà dell’esistenza, la paura della fine. In realtà, quanto c’è della giovane Liliana Cavani dentro quel film?
C’è sicuramente la mia preparazione per quello che ho fatto nel corso degli anni.
Lei ha attraversato generazioni completamente diverse di spettatori. C’è qualcosa che il pubblico di oggi comprende meglio nei suoi film rispetto a quello degli anni Settanta?
No, non mi sembra che ci sia proprio. La storia fa cultura, cioè competenza. Ecco, non c’è nei programmi scolastici e quindi neanche nelle famiglie.
Dopo oltre sessant’anni di carriera, qual è il compromesso che una regista come lei ha dovuto accettare e che ancora oggi le pesa?
No, no, non c’è mai stato un compromesso. Anche perché non vale proprio la pena di perderci del tempo. Chi è che vuole fare delle stupidità? Forse solo lo stupido, non lo so…
Il Premio alla Carriera che le sarà assegnato al Lucca Film Festival arriva dopo il Leone d’Oro ricevuto a Venezia nel 2023. Quando arrivano riconoscimenti così importanti, si prova più gratitudine oppure si avverte il rischio che il termine “carriera” faccia pensare che una stagione si sia ormai conclusa?
Non ci credo molto, sinceramente, all’aiuto che un riconoscimento potrebbe dare per dire: “Ha fatto questo film, allora andiamo a vederlo”. Non c’è questa tendenza, è difficile. È rara. Ci vogliono invece dei film più attraenti, forse…
Probabilmente si, però ha lasciato il segno nel cinema.
Lasciare dei segni, probabilmente sì.
Ma tutti i benpensanti, tutti i poveracci che sono morti nel corso dell’ultima guerra: chi gli dà retta? Siamo ancora qui a combattere, a ragionare. C’è una guerra nel mondo, là ancora si tirano le bombe l’un l’altro. Insomma, non mi pare normale. Stanno a giocare come i ragazzini. Io trovo incredibile che ci sia questa guerra in corso da anni. Perché non si dovrebbero mettere a discutere, a mettere tutto in discussione? La gente non dice niente, la popolazione non si ribella. Non lo so, mi stupisce. Poi, magari, non mi devo stupire, perché è successo anche nel passato.
Comunque, lei ha dato una testimonianza molto importante e la ringraziamo, anche a nome dei nostri lettori, per aver accettato questa intervista. Grazie molte!
Grazie a voi.




