Civitanovadanza torna con la formula “Festival nel Festival”


di Elena Bartolucci

15 Lug 2026 - Commenti danza, Festival

Una pluralità di voci e corpi in scena, tra nuovi livelli di racconto e drammaturgia.

Civitanova Marche – Anche quest’anno, nella XXXIII edizione di Civitanovadanza nel nome di Enrico Cecchetti, è stata riproposta la consueta formula del Festival nel Festival: una maratona all’insegna della danza contemporanea che consente di visitare vari luoghi e teatri della città marinara, ma che ha purtroppo segnato un livello poco soddisfacente di spettatori.

La serata ha avuto inizio in Piazza XX Settembre con un progetto di comunità intitolato “Carmen_nous sommes toustes des étoiles”.

CARMEN – (ph Andrea Macchia)

La coreografa Anna Basti ha proposto una riscrittura corale e alquanto criptica in alcuni momenti dell’opera Carmen coinvolgendo cittadini e cittadine della comunità civitanovese (Barbara Bastianelli, Francesca Burattini, Lucia Carbonari, Paula Castelli, Sebastiano Cecarini, Giorgio Cipolletta, Giusy Cocozza, Valentina Corvatta, Claudia Guarnieri, Sara Mercorelli, Roberta Ninona, Carmen Roselli, Eleonora Sabbatini, Michela Serra e Morgana Tavoloni). Nous sommes toustes des étoiles è il risultato di un laboratorio gratuito rivolto a non professionisti/e della danza, per mettersi in gioco e liberarsi da ogni pregiudizio e giudizio altrui, esplorando al contempo attraverso il movimento il legame tra corpo, spazio pubblico e potere. Non ci sono prime ballerine, né étoiles. Tuttə sono Carmen: nous sommes toustes des étoiles. Il lavoro di ricerca si traduce quindi in un lavoro di insieme, in cui ogni singola soggettività ha il suo spazio per emergere con il suo ritmo e la sua specifica fisicità, amalgamandosi in un organismo di volta in volta mutevole e cangiante.

Prima della performance, tutta la comunità è stata invitata a partecipare a un momento di riscaldamento condiviso insieme alle carmencite che si sono poi esibite.

La serata è poi proseguita al Teatro Cecchetti con un doppio appuntamento.

“Triade” (ph Luigi Gasparroni)

La prima esibizione, intitolata Triade di e con Riccardo Crescente, “è un viaggio coreografico che esplora la trasformazione dell’essere umano attraverso passaggi interiori estremi. Sono respiri che segnano l’attraversamento di una soglia: dal peso dell’ombra viscerale, alla riscoperta dell’origine. Il corpo diventa un archivio di tensioni, memorie e rinascite, rendendo visibile e raccontando ciò che non può essere detto. ‘TRIADE’, nato da un’urgenza personale per dare forma alle zone liminali dell’esistenza, non tratta di un racconto esplicito, bensì di un attraversamento viscerale e poetico affrontando fragilità, smarrimento, dolore e dipendenze pur mantenendo il desiderio di ritrovare una soglia d’aria: la libertà dell’essere e la ricerca di una beatitudine.”

La meraviglia di questa esibizione è legata anche a come il movimento sia stato costruito in simbiosi perfetta con le straordinarie musiche scelte per accompagnare l’esecuzione sul palco ossia Breathe (in the air) e On The Run dei Pink Floyd nonché Final Days di Michael Kiwanuka.

“Muga”

La performance successiva si intitola Muga, con cui i ballerini Francesco Paolino (che ha curato anche coreografia e concept) e Tom Blanc hanno danzato con grande pathos sulle musiche di Cristóbal Tapia de Veer.

“Muga nasce da un bisogno personale di riscoperta dell’essenza interiore dell’uomo e si ispira a un concetto della filosofia giapponese che indica lo stato di non-ego, una condizione di vuoto in cui l’io si dissolve, liberandosi da attaccamenti, aspettative e desideri. Lo spettacolo esplora la condizione dell’uomo contemporaneo, immerso in una società dominata dalla velocità, dal consumismo e dalla continua ricerca del nuovo. In questo contesto, l’individuo si trasforma in un automatismo, perfettamente sincronizzato ma progressivamente svuotato della propria interiorità e integrato in un meccanismo sociale opprimente. In un paesaggio sospeso e quasi post-apocalittico si muovono due corpi, incatenati a strutture predefinite come ingranaggi di un sistema all’apparenza perfetto e guidati da una dinamica meccanica, ripetitiva e seriale. Quando uno dei due corpi cade nell’errore, il sistema si incrina ed emerge una frattura. Si apre così uno spazio in cui affiorano fragilità, dubbio e coscienza, dando inizio a un lento processo di risveglio verso la presenza, l’ascolto e l’individualità. Spogliati dagli automatismi, i due individui si ritrovano soli ma finalmente vivi, coinvolti in un percorso di riscoperta dell’io e di ridefinizione di un’identità umana e tangibile. La danza diventa quindi uno spazio di incontro e di ascolto reciproco, dove la relazione non colma il vuoto ma lo abita. Muga è una meditazione coreografica sull’identità e sulla vacuità dell’essere umano: un invito a riconoscere quel vuoto fertile da cui può emergere una forma più consapevole, fragile e autentica di esistenza in una società che tende a cancellarci.”

È un viaggio emotivo costantemente sospeso tra equilibrio e caduta, capace di incantare lo spettatore con la sua delicata e potente poesia visiva.

Cantiere aperto su DIDO & AENEAS (foto di Eva Castellucci)

Il pubblico, dopo essersi spostato a Civitanova Alta all’interno della meravigliosa cornice del Teatro Annibal Caro, ha potuto assistere al progetto di residenza creativa di Dewey Dell che ha permesso al pubblico di sbirciare il percorso di ricerca di questo spettacolo che andrà in scena a ottobre e vedere in anteprima due brevi spezzoni di Shake the Cloud, un cantiere aperto su Dido and Aeneas. Una rilettura della famosa opera barocca di Henry Purcell attraverso una rielaborazione che trasfigura la partitura originale in tre atti pur mantenendone intatta la matrice ritmica e melodica.

Attraverso la danza, la musica elettroacustica e sottotitoli proiettati viene rappresentata la rovina di Didone, il destino che si incrina e una minaccia invisibile che attraversa la scena.

Gli estratti che sono stati mostrati in scena hanno evidenziato una grande potenza visiva che promette sicuramente un risultato finale molto conturbante,

La regia è firmata da Agata Castellucci, Teodora Castellucci e Vito Matera, le musiche originali sono di Demetrio Castellucci, la coreografia è di Agata Castellucci e Teodora Castellucci, la drammaturgia, il disegno delle scene e le luci di Vito Matera.

“AD LIBITUM” (foto di David Le Borgne)

Il Festival nel Festival si è poi concluso nella Chiesa di San Francesco, una nuova location per Civitanovadanza, dove è andato in scena lo spettacolo Ad Libitum di Simon Le Borgne e Ulysse Zangs, i quali rispettivamente hanno firmato la coreografia e la composizione musicale.

“Espressione latina che significa ‘a volontà’, Ad Libitum è un lavoro sul desiderio – rinnovato o in esaurimento – di creare, incarnare, interpretare, uscire da se stessi, espandersi. […] Interrogando il rapporto che intratteniamo con le nostre pratiche e con le nostre influenze, costruiamo un dialogo coreografico e musicale, tra sincronia e contrappunto. Concentrando la nostra attenzione sull’energia che circola tra noi, su ciò che è proprio di ogni essere umano: il respiro, il ritmo dei battiti cardiaci; evochiamo l’empatia necessaria a incontrare l’altro in tutta la sua umanità. Vogliamo renderci malleabili e vulnerabili a una varietà di forme e contenuti per creare una performance dal carattere ciclico: la decomposizione lascia spazio alla fioritura, la caduta di un corpo che permette un nuovo slancio vitale.”

Zangs lavora a una partitura a metà tra coreografia e musica: per creare la sua musica dal vivo, si sposta da una postazione all’altra in stretta relazione con i movimenti di Le Borgne, per attivare diversi strumenti disposti nello spazio prescelto.

Batteria, voce, sintetizzatore, chitarra elettrica, Zangs utilizza tutta la sua palette di musicista autodidatta per evocare vari registri che entrano in risonanza oppure si pongono in contrappunto alla danza. Il dialogo che si crea è quello di due amici di lunga data che utilizzano ciascuno il proprio mezzo: l’ascolto reciproco è il loro unico modo per uscire da questo labirinto di riferimenti e poter infine abbracciarsi in una trance comune.

Si tratta di una performance immersiva molto emozionante e ipnotica, che interroga lo spettatore sulla fondatezza del gesto artistico che si ripete, si trasforma e si arricchisce in un continuo divenire.

“AD LIBITUM” (foto di David Le Borgne)

La performance è stata realizzata con il supporto di una rete di 10 festival italiani e attraverso PIDA (Programme International de Diffusion Artistique) – Institut Français.

Lo spettacolo con la collaborazione artistica di Philomène Jander è una produzione Le Gymnase CDCN Roubaix – Hauts-de‐France e una coproduzione Centre chorégraphique national de Rillieux-la-Pape.

Tag: , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *