“Don Pasquale”, scontro pop al Pergolesi
di Roberta Rocchetti
2 Nov 2026 - Commenti classica
A Jesi l’opera di Donizetti incontra gli anni Sessanta nell’allestimento firmato da Italo Nunziata. Spiccano la Norina di Nikoletta Hertsak e la direzione di Danila Grassi, in uno spettacolo visivamente vivace, dall’impianto tradizionale.
(Foto di Marco Pozzi)
Don Pasquale è un altro dei gioielli regalatoci da Donizetti ormai piuttosto raro sui palcoscenici operistici, un altro di quelli che si porta dietro, come L’elisir d’amore, la nomea di opera scritta in pochissimi giorni dal compositore bergamasco.
Eppure, Don Pasquale è appunto un gioiello di raffinata fattura, dietro la leggera comicità del testo si nascondono perle legate da un filo di limpido metallo compositivo che come spesso accade in Donizetti lo rendono facile senza che sia semplice.
La prima rappresentazione avvenne all’alba del 1843 al Théâtre Italien di Parigi, epoca che vedeva un Donizetti già celebre in tutta Europa ed è la classica storia del vecchio uomo incapace di accettare lo scorrere inesorabile del tempo e in questa battaglia esistenziale decide di sposare una giovane alla cui fonte di giovinezza abbeverarsi, ma la promessa sposa è in realtà la fidanzata osteggiata del suo unico nipote ed erede che sotto mentite spoglie e con la complicità del medico di famiglia provvederà a comminare all’anziano Don Giovanni una batosta e una lezione di vita, finendo poi per convolare a giuste nozze con il proprio giovane fidanzato e riuscendo persino a fare in modo che Don Pasquale ne sia felice.
Sabato 30 ottobre Don Pasquale è approdato sul palcoscenico del Teatro G.B. Pergolesi di Jesi, secondo titolo della stagione dopo Il Trittico di Puccini e prima dell’opera inedita L’Esecuzione di Salvatore Passantino su libretto di Marco Malvaldi.
Il sipario si apre innanzitutto con un comunicato letto da un rappresentante delle maestranze del teatro che spiega perché nonostante il recentissimo sciopero dei lavoratori del settore a causa del fallimento della trattativa sul rinnovo del contratto nazionale che ha impedito decine di spettacoli in tutta Italia, al Pergolesi pur aderendo idealmente alle ragioni dello sciopero si è deciso di consentire regolarmente lo svolgimento della serata.
Poi il sipario si apre davvero, illuminata dalle luci al neon di Oscar Frosio e Luca Asioli ecco apparire in un tripudio di optical la scena di Michela Costa in bianco e nero che mostra una ambientazione anni ’60 dove nella concessionaria auto Corneto Don Pasquale appare come un attempato commerciante impegnato a scegliere le “punturine” di botox che avranno il compito di mantenerlo ben molto conservato, la scelta del bianco e nero è funzionale al mantenere in realtà Don Pasquale all’interno di un contesto irrimediabilmente antico e ormai obsoleto, quando infatti appare la giovane Norina la scena cambia e come successe per la TV arrivano i colori, la scaltra fidanzata di Ernesto è una coiffeur in linea con la moda pop, coloratissima della seconda metà degli anni ’60, lo scontro tra generazioni mai sentito così forte prima si manifesta in tutta la sua potenza, i costumi di Simone Dalla Venezia evidenziano abilmente il solco generazionale, l’ambientazione “giovane” oscilla tra Grease e Happy Days con una leggerissima spolverata di Mars Attacks di Tim Burton, il mito americano oggi ormai putrescente viveva allora il suo boom.


La regia di Italo Nunziata in realtà percorre senza scossoni il tracciato tradizionale, la prossemica è rassicurante sia per la vecchia che per la nuova generazione e non si evincono differenze di sorta, togliendo l’ambientazione è una messa in scena più che rituale.
Sotto il profilo vocale il Don Pasquale di Bruno Taddia si è rivelato corretto a parte qualche incertezza iniziale in cui l’emissione è risultata un po’ discontinua e il fraseggio un po’ opaco, con il procedere della prestazione Taddia ha tenuto ben saldo il timone portando a casa un buon successo personale.
Il Dottor Malatesta è stato portato in scena da Daniele Terenzi, anche per lui ottimo successo alle chiamate al proscenio, voce che corre ed emissione pulita, senza forzature, come anche l’Ernesto di Francesco Lucii che ha esibito eleganza stilistica e una gamma vocale duttile; tuttavia, la proiezione del suono ha mostrato dei limiti e lo squillo ne ha un po’ risentito.


Per tutto il comparto maschile possiamo dire di aver recepito una limitata capacità di entrare nei rispettivi personaggi, di farli davvero propri in una messa in scena con il piede sempre vicino al freno, una maggior capacità di permeare la sfera emotiva avrebbe dato più tridimensionalità al tutto.
Diverso è il discorso per la Norina di Nikoletta Hertsak, il soprano ucraino si è dimostrata spigliata, con le agilità fluide e una padronanza totale della voce piena e corposa, già da Quel guardo il cavaliere si è evinto che il carisma sul palco ce lo avrebbe portato lei.
Chiude il cast il Notaro di Kevin Baliviera.
La direzione di Danila Grassi alla testa della Time Machine Ensamble, si è dimostrata capace di navigare tra le sfumature emotive della partitura, rendendo alla composizione tutte le iridescenze che percorrono le note donizettiane, rigore e pulizia del gesto senza sfilacciature.
Il Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno guidato dall’ottimo Pasquale Veleno ha come sempre dato prova di grande precisione, coesione e potenza, buttando del provvidenziale pepe vocale sulla scena.
In chiusura successo per tutti da parte del teatro gremito.








