Intervista all’attrice Debora Caprioglio
a cura di Francesca Bruni
7 Nov 2026 - Interviste
Dagli esordi accanto a Klaus Kinski al successo di “Paprika” di Tinto Brass, fino alla maturità artistica raggiunta sulle scene teatrali. Debora Caprioglio, raggiunta al telefono da Francesca Bruni, si racconta a Musiculturaonline in un’intervista che attraversa quarant’anni di carriera, tra scelte coraggiose, grandi incontri, il peso della popolarità e una riflessione sui profondi cambiamenti del mondo dello spettacolo.
(Foto studio di Andrea Ciccalè)
Ci sono attrici il cui percorso artistico sembra rimanere inevitabilmente legato a un’immagine, a un film, a una stagione cinematografica capace di imprimersi nell’immaginario collettivo. Debora Caprioglio appartiene a quella generazione di interpreti che ha conosciuto molto presto il successo, sperimentandone tanto il fascino quanto le contraddizioni, ma che ha saputo cercare, nel corso degli anni, una propria identità artistica oltre le etichette imposte dal pubblico e dall’industria dello spettacolo.
Dagli esordi giovanissima accanto all’inquieto e geniale Klaus Kinski, con il quale condivise anche un’intensa relazione sentimentale, all’incontro determinante con Tinto Brass, che nel 1991 la consacrò protagonista di Paprika, la sua carriera ha attraversato alcune delle trasformazioni più significative del cinema e della televisione italiana.
Un successo folgorante, quello del film di Brass, che rischiava tuttavia di trasformarsi in una gabbia interpretativa. Caprioglio ha invece cercato di sottrarsi ai meccanismi della facile riconoscibilità, intraprendendo un percorso più articolato, segnato anche dall’incontro con il cinema d’autore di Francesca Archibugi, che la diresse in Con gli occhi chiusi, e di Ugo Chiti, con Albergo Roma.
Ma è soprattutto il teatro ad aver conquistato progressivamente un ruolo centrale nella sua vita professionale. Fondamentale, in questo percorso, l’insegnamento del grande Mario Scaccia, che Caprioglio ricorda come un maestro capace di insegnare senza impartire lezioni.
Particolarmente significativo il suo rapporto con Artemisia Gentileschi, figura di straordinaria modernità, alla quale dedica da anni un intenso monologo teatrale.
Nella nostra conversazione emerge inoltre uno sguardo lucido, talvolta disincantato, sul mondo dello spettacolo contemporaneo, dominato dai social network, dalle piattaforme digitali e da una ricerca della visibilità che rischia di confondere la popolarità con il talento. Caprioglio rivendica invece il valore dello studio, della perseveranza e soprattutto dell’emozione, criterio essenziale con cui continua a scegliere i personaggi da interpretare.
Tra ricordi, riflessioni personali e nuovi progetti teatrali, tra cui la commedia Spettinati di Tiziana Foschi, Debora Caprioglio si racconta senza rinnegare il proprio passato, ma guardando a una maturità artistica che non coincide con un punto d’arrivo.
Perché, come emerge dalle sue parole, il successo può essere improvviso e travolgente, ma costruire una carriera significa soprattutto trovare il coraggio di cambiare, continuando a inseguire i propri sogni.


INTERVISTA
La sua carriera attraversa diverse epoche del cinema e della televisione italiana. Guardandosi indietro, quale momento considera il più determinante per il suo percorso artistico?
Ce ne sono stati diversi, perché ho iniziato molto giovane con il cinema e nel corso della carriera ho attraversato vari aspetti del mondo dello spettacolo: il cinema, la televisione e, non ultimo per importanza, il teatro. Sicuramente l’inizio con Klaus Kinski è stata una svolta. Ero una studentessa del liceo e avevo partecipato per gioco a un concorso di bellezza a Venezia, in concomitanza con la Mostra del Cinema, senza che fosse un evento ufficiale della Mostra. Kinski stava cercando delle comparse per un film e da lì è partito tutto. Ho completato gli studi e, contemporaneamente, ho iniziato a lavorare nel cinema, studiando dizione, lingue e recitazione. Dopo un film con Lamberto Bava arrivò Tinto Brass: mi diede una popolarità enorme, un’altra tappa fondamentale. Ma la svolta propriamente artistica arrivò con Francesca Archibugi e il suo film Con gli occhi chiusi: mi permise di intraprendere il percorso che desideravo, di scegliere ruoli che mi piacessero e di costruire una continuità come attrice. Quando si comincia così giovani, con un successo travolgente, è facile perdersi o essere divorati dalla notorietà. C’è stata poi la televisione, con le fiction: ho visto cambiare il mezzo e nascere nuovi linguaggi, passando da un’epoca senza social e piattaforme a quella di oggi. La televisione porta una popolarità diversa, che entra nelle case. Infine il teatro, che oggi frequento più assiduamente: una scelta ponderata e volutissima, una passione che mi ha folgorata nel 1997 e dalla quale non mi sono più allontanata.
Ha interpretato personaggi molto diversi tra loro. C’è un ruolo al quale è rimasta particolarmente legata e perché?
Tendo sempre a legarmi all’ultimo personaggio che interpreto, perché è quello che porto ancora dentro di me. In teatro, in questo momento, amo soprattutto Artemisia Gentileschi, protagonista del monologo che porto in giro da quattro anni (“Non fui gentile, fui gentileschi” ndr). È un personaggio molto attuale: ogni volta mi rendo conto di quanto certe situazioni che riguardano le donne siano cambiate meno di quanto crediamo. Parliamo di una donna del Seicento, che dovette combattere per affermarsi nel lavoro e nella vita privata. Allora essere una pittrice era quasi impossibile, e Artemisia fu la prima donna ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze. Al cinema penso a Con gli occhi chiusi, di Francesca Archibugi, tratto dall’opera del toscano Federigo Tozzi, e ad Albergo Roma di Ugo Chiti: ricordo un cast straordinario, con Claudio Bisio, Tchéky Karyo e Lucia Poli, un clima bellissimo durante le riprese nell’Aretino e la presentazione alla Mostra di Venezia. Ricordo con affetto anche Plaza Suite, che ho interpretato con Corrado Tedeschi, vestendo i panni di tre donne diverse. Lo abbiamo portato in tournée per tre anni; Artemisia, invece, resterà in repertorio.
A proposito di teatro: lei ha lavorato anche con Mario Scaccia e conosce bene il Teatro della Pergola di Firenze.
Ho lavorato con Mario Scaccia per tre o quattro anni, finché non si è ritirato, dopo aver recitato praticamente fino alla fine della sua vita. Era il mio maestro. Con lui siamo venuti spesso al Teatro della Pergola, un teatro bellissimo che adoro. Ricordo anche uno degli ultimi spettacoli che abbiamo fatto insieme: forse La dodicesima notte, o Il signore va a caccia. Ho un grande affetto per quella esperienza e per quel palcoscenico.
Mi racconta della sua relazione professionale e sentimentale con Klaus Kinski, che all’epoca fece discutere anche per la differenza d’età?
Ne ho parlato molte volte. Oggi probabilmente quella differenza d’età desterebbe meno scandalo: i ruoli, da questo punto di vista, si sono anche ribaltati e vediamo donne famose accompagnarsi a uomini molto più giovani. Kinski era una persona particolarissima: univa il genio a un carattere difficile. Con il tempo mi sono resa conto che la normalità è un concetto molto vago; ho conosciuto persone apparentemente normali che poi si sono rivelate ben peggiori. Credo anche che Kinski si fosse costruito un personaggio pubblico, alimentato dai ruoli estremi interpretati nei film con Werner Herzog, come Nosferatu e Fitzcarraldo. Quello che ricordo è soprattutto un artista dotato di una disciplina enorme. Quando diresse Paganini, il film che girammo insieme, aveva un’attenzione quasi maniacale per i dettagli, per certi versi viscontiana: preparazione, studio e nulla lasciato al caso. Nella vita poteva essere irascibile, ma era anche generoso. Era un attore straordinario, di formazione teatrale, capace di trasformare il volto in tanti modi diversi. La relazione durò circa due anni e mezzo, tre. Poi le nostre strade si separarono: quando una storia comincia molto presto, la vita ti porta naturalmente a crescere e a percorrere altre strade.
Nel 1991 è stata protagonista di Paprika di Tinto Brass, ancora oggi uno dei titoli più ricordati della sua carriera. Che ricordo conserva di quell’esperienza?
Tinto Brass era un regista nel pieno della sua notorietà e della sua carriera, un’icona del nostro cinema, conosciuta anche all’estero. Mi aveva cercata inizialmente per un progetto teatrale e poi mi propose Paprika, un film che aveva nel cassetto da anni senza aver trovato la protagonista che immaginava. All’inizio rifiutai: mi sembrava un salto troppo grande, anche per la responsabilità di affrontare un genere molto apprezzato ma rischioso. A vent’anni, però, c’è anche una certa incoscienza. Ero intraprendente e decisi di giocarmi quella carta, sapendo che poteva essere a doppio taglio. Nessuno, né io né il regista né la produzione, immaginava un successo così grande. Le polemiche contribuirono moltissimo: il film parlava delle case chiuse e aprì discussioni sulla prostituzione, sullo sfruttamento delle donne e sulla donna-oggetto. Tutto quel dibattito alimentò la curiosità del pubblico, diventando una sorta di ufficio stampa gratuito. All’epoca non ero ancora un nome di richiamo: la mia popolarità arrivò davvero con quel film.
Com’è stato lavorare sul set di Paprika? C’è un aneddoto che porta ancora con sé?
Sono passati tanti anni e i dettagli si fanno più difficili da ricordare. Quello che mi è rimasto è la grande professionalità di tutti. Il film era impegnativo: allora le riprese duravano anche due o tre mesi. Eppure sul set c’era un clima sereno, molto professionale, diverso forse dall’immagine che qualcuno poteva immaginare dall’esterno. Ricordo soprattutto questo.
Dopo Paprika ha cercato di allontanarsi da quel tipo di personaggi per dimostrare la sua versatilità?
Ho avuto chiaro fin dall’inizio che il mio percorso non doveva fermarsi a quella popolarità, che non ho mai rinnegato. Non rinnegare un successo, però, non significa smettere di cercare cose diverse. Il mio obiettivo era fare l’attrice interpretando ruoli differenti, evitando di restare prigioniera di un’etichetta. È una difficoltà che riguarda anche chi, per esempio, passa dalla commedia al dramma o viceversa: il pubblico tende ad incasellare gli attori. Nel mio caso forse era ancora più difficile. Dopo esperienze come Spiando Marina di Sergio Martino, del 1992, rimasi anche un paio d’anni senza girare film, pur continuando a lavorare in televisione, perché volevo orientare il mio percorso cinematografico in un’altra direzione. Ci sono voluti determinazione, pazienza, studio e tanto lavoro. Non si raggiunge nulla senza impegno.
Ha alternato cinema, televisione e teatro. In quale ambito sente di esprimere meglio il suo modo di recitare?
Oggi il teatro è l’unico luogo in cui il pubblico può vedere davvero l’attore dal vivo. Non si può ripetere una scena: l’errore è sempre possibile, è una sorta di diretta. Ci si misura veramente, perché il pubblico ti guarda, ti giudica, si emoziona con te oppure no. Anche l’attore prende la misura di se stesso. Per me il teatro è una missione. Dopo il Covid ho notato una grande voglia di tornare in sala e ho visto teatri pieni, anche confrontandomi con i colleghi. Resta però un luogo per appassionati, non un fenomeno di massa: difficilmente il solo teatro dà una grande popolarità. A renderti conosciuto sono soprattutto il cinema e la televisione. Ma il cinema ha una memoria particolare; i film restano, si possono rivedere e le interpretazioni possono essere ricordate. Il teatro, invece, si consuma nell’istante in cui viene vissuto e, quando si chiude il sipario, rimane soprattutto nella memoria degli spettatori.


Il mondo dello spettacolo è cambiato profondamente. Quali sono le differenze più significative rispetto ai suoi esordi?
Quando iniziai c’erano il cinema e pochi canali televisivi. Oggi ci sono moltissimi canali, le piattaforme e i social, che stanno cambiando i gusti e le abitudini. La televisione si è frammentata e il cinema attraversa una crisi, salvo alcune eccezioni. Ricordo fiction capaci di ottenere nove o dieci milioni di spettatori; oggi il pubblico è distribuito tra molti schermi, e spesso si guarda la televisione mentre si usa il cellulare. È cambiato anche l’atteggiamento: prima la televisione era soprattutto uno svago da guardare; ora, anche grazie ai reality e a TikTok, molte persone vogliono esserne protagoniste, non soltanto spettatrici. Il commento, la critica e i social hanno quasi trasformato il rapporto tra pubblico e artista in un rapporto tra pari.
C’è un regista o un attore con cui ha lavorato che le ha lasciato un insegnamento speciale, professionale e umano?
A teatro sicuramente Mario Scaccia. Era un attore straordinario e un maestro particolare, perché insegnava senza insegnare. Forse sono proprio questi i maestri che lasciano il segno più profondo. Quanto al cinema e alla televisione, non farei una graduatoria: ho sempre cercato di cogliere qualcosa di buono da ogni esperienza e da ogni persona con cui ho lavorato, per riporlo nel mio baule, il baule dell’attore.
Ha partecipato anche all’Isola dei famosi nel 2007. Che esperienza è stata?
Era ancora un programma della Rai, condotto da Simona Ventura, e il fenomeno dei reality era agli inizi. È stata un’esperienza impegnativa, ma cerco sempre di cogliere il lato positivo delle cose. Ricordo le notti trascorse a guardare il cielo e a contare le stelle davanti al fuoco. Persi otto chili e, per la prima e unica volta nella mia vita, mi consigliarono una dieta ipercalorica! Dopo una vita trascorsa a controllare l’alimentazione, potevo finalmente mangiare quanto volevo. Anche per questo conservo un bel ricordo dell’Isola.
Guardando al cinema italiano contemporaneo, ci sono registi con cui le piacerebbe lavorare e che sente vicini alla sua sensibilità?
Sicuramente Ferzan Özpetek. Lo conobbi molto brevemente tanti anni fa, in occasione di un film con Pino Quartullo, e apprezzo la sua capacità di scrutare l’animo femminile. Un altro regista che stimo moltissimo è Pupi Avati. In entrambi amo la delicatezza del racconto e la capacità di scavare nell’interiorità dei personaggi. È un cinema molto vicino ai miei gusti, anche da spettatrice.
Che rapporto ha oggi con la popolarità e con l’affetto delle persone che continuano a seguirla?
È un rapporto tranquillo. Convivo con la popolarità da quando avevo diciotto anni: oggi ne ho cinquantotto. Ci sono stati periodi in cui era maggiore e altri in cui era minore, ma non la cerco a tutti i costi. Forse proprio perché l’ho conosciuta così giovane, oggi sento soprattutto il desiderio di migliorarmi, di continuare a fare cose belle. Mi sento appagata anche da quello che ho ricevuto in termini di notorietà. Non cerco consenso neppure sui social: li uso per promuovere gli spettacoli e, ogni tanto, condividere qualche momento della mia vita, ma pochissimo. Da questo punto di vista sono un po’ boomer, o vintage, come mi definiscono. E mi piace esserlo: ognuno deve essere se stesso, senza omologarsi.
Molti suoi film vengono riscoperti dalle nuove generazioni grazie alle piattaforme digitali. Che effetto le fa?
È la naturale evoluzione dei tempi. Quando giravamo certi film non potevamo sapere come sarebbero stati visti e rivisti a distanza di tanti anni. Mi fa piacere che incontrino nuovi spettatori, naturalmente, ma non è qualcosa su cui mi crogiolo. Vivo questa riscoperta con serenità, senza fermarmi a guardare indietro.
A quali progetti si sta dedicando in questo periodo? C’è qualcosa che può anticipare ai nostri lettori?
I miei progetti futuri riguardano soprattutto il teatro. Quest’inverno sarò in Spettinati, una commedia scritta e diretta da Tiziana Foschi. Mi piace molto il personaggio: è una donna che gestisce un salone di parrucchiere d’altri tempi, con i vecchi caschi che ricordano le nostre nonne. Per continuare l’attività è costretta a rinnovare il negozio e ad affrontare tutte le complicazioni burocratiche e tecnologiche che conosciamo bene: uffici, timbri, code, pratiche, nuovi strumenti da imparare. È una storia che racconta in modo divertente le nostre difficoltà quotidiane. La burocrazia, del resto, fa perdere i capelli!
Se potesse tornare all’inizio della sua carriera, quale consiglio darebbe alla giovane Debora?
Forse le direi di godersi un po’ di più la sua età, parallelamente al lavoro. Ho iniziato prestissimo e sono cresciuta lavorando. Poi però i consigli si danno, e alla fine ognuno fa come vuole.


Che cosa cerca oggi in un copione o in un progetto prima di decidere di accettarlo?
L’emozione. Me ne sono accorta negli anni: una storia deve emozionarmi. È come un libro. Se mi interessa, lo leggo fino alla fine in pochissimo tempo; se non mi interessa, mentre leggo comincio a pensare ad altro. Con un copione succede lo stesso. Se mi coinvolge, lo divoro; se la mente comincia a vagare, capisco che qualcosa non funziona.
Quale consiglio darebbe a una ragazza o a un ragazzo che sogna di diventare attrice o attore oggi?
Prima di tutto studiare, prepararsi, ma servono anche determinazione e costanza. Oggi forse è ancora più difficile di quando ho iniziato io, perché c’è molta più concorrenza e il mondo è cambiato. Mi hanno persino detto che alcuni giovani attori vengono scelti anche in base al numero di follower: non so se sia vero, ma è indicativo di quanto il contesto sia diverso. Al di là di tutto, però, il consiglio è di inseguire il proprio sogno. Non mi sentirei mai di scoraggiare un giovane, qualunque professione voglia intraprendere: i sogni sono importantissimi.
C’è un sogno artistico che non ha ancora realizzato e che vorrebbe trasformare in realtà?
Mi piacerebbe lavorare anche all’estero, confrontarmi con realtà diverse da quella italiana. Mi è capitato, ma solo marginalmente, soprattutto attraverso coproduzioni. Vorrei fare un’esperienza più piena, lavorare davvero in un altro contesto.
Grazie per questa Bellissima intervista.
Vorrei fare un saluto a tutti i lettori di Musiculturaonline: un titolo bellissimo, musica e cultura; le cose che dovrebbero essere sempre presenti nella vita di tutti noi per renderci la vita più bella.
Audio saluto di Debora Caprioglio ai lettori di Musiculturaonline:




