Intervista all’attore e musicista Daniele Rienzo


a cura di Francesca Bruni

2 Nov 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Intervista telefonica con l’attore e musicista Daniele Rienzo. Dal film “Parthenope” alla serie “Melania Rea”, in uscita il 6 novembre su HBO Max, l’attore si racconta tra responsabilità dell’interpretazione, contraddizioni maschili e musica come spazio di libertà.

«La fragilità è rivoluzionaria, così come lo è la sensibilità». Nelle parole di Daniele Rienzo c’è una riflessione che attraversa il mestiere dell’attore e arriva al nostro modo di vivere le relazioni, di riconoscere le emozioni, di affrontare la paura del fallimento. Un pensiero che emerge con forza nella conversazione telefonica, dove il racconto del lavoro sul set si intreccia con una visione personale della creazione artistica e della sua responsabilità.

Dal Raimondo del film Parthenope, diretto da Paolo Sorrentino, al ruolo di Salvatore Parolisi nella serie HBO Melania Rea del regista Stefano Mordini, Rienzo ha incontrato personaggi profondamente diversi, che gli hanno richiesto di esplorare territori emotivi complessi. Nell’intervista distingue con chiarezza la ricerca delle contraddizioni di un personaggio dalla giustificazione delle sue azioni. Affrontare una vicenda reale e dolorosa significa, per lui, misurarsi anche con il peso del racconto e con la necessità di lasciare spazio alla storia, mettendo da parte l’ego dell’interprete.

La fiducia in Mordini e l’intesa con Maria Esposito (nel ruolo di Melania Rea) diventano così elementi essenziali di un lavoro condiviso, condotto nella consapevolezza della delicatezza del tema. Da questa esperienza il dialogo si allarga ai comportamenti di controllo che tendiamo a sottovalutare, al possesso scambiato per amore e alla difficoltà maschile di accettare la propria vulnerabilità. Poi c’è la musica, che accompagna le sue scelte, i viaggi e il rapporto con le città. Con Bravodemian e FMCP, tra sperimentazione, post-rock, psichedelia e arte contemporanea, Rienzo coltiva una libertà espressiva che custodisce con particolare cura. È da questo intreccio tra ascolto, ricerca e bisogno di condivisione che emerge il ritratto di un artista guidato dalla «risonanza»: quella sensazione intima con cui riconosce i progetti e gli incontri a cui vale la pena affidarsi.

Daniele Rienzo in “Melania Rea” (ph Margherita Mirabella)

INTERVISTA

Interpretare Salvatore Parolisi, nella serie televisiva Melania Rea, per la regia di Stefano Mordini, significa confrontarsi con una persona reale e con una vicenda ancora dolorosa. Qual è stata la prima domanda che ti sei posto prima di accettare il ruolo?

In realtà è arrivato un po’ come un’onda anomala. Credo che spesso la realtà superi la fantasia e dover interpretare una persona realmente esistita, in una vicenda così delicata, mi ha provocato una sorta di onda d’urto. Non mi sono posto subito una domanda precisa, ma ho pensato semplicemente: «E mo’ come faccio?». Forse è stata proprio questa la prima domanda! (ride, ndr) Il peso delle responsabilità e il fatto di confrontarmi con una storia vera mi hanno spaventato fin dall’inizio. Non si trattava, per esempio, di interpretare un artista che ho sempre amato, come avrei desiderato fare in un biopic musicale – penso a Nick Drake o a Luigi Tenco – ma di dare volto a un personaggio di tutt’altra natura. E così mi sono chiesto: «Adesso come faccio? Da dove inizio?»

Nel rapporto tra Melania e Salvatore, quale comportamento ti è sembrato particolarmente importante mostrare per far riconoscere il confine tra affetto e controllo morboso?

A proposito di controllo, non credo di aver avuto il controllo su cosa fosse giusto mostrare e cosa no. Mi sono affidato molto alla sceneggiatura, scritta da Doriana Leondeff e Bianca Rondolino, e alla regia di Stefano Mordini. In questo caso, le categorie del giusto e dello sbagliato, del bene e del male, sono passate in secondo piano rispetto all’obiettivo di portare a termine il lavoro nel modo migliore e di essere il più possibile aderenti alla responsabilità nei confronti della storia e del messaggio che volevamo trasmettere. Da interprete, quindi, non ho affrontato questo tipo di riflessione dall’interno del personaggio.

Con l’attrice Maria Esposito, interprete del ruolo di Melania Rea, avete dovuto costruire l’intimità di una coppia e raccontarne la violenza. Come avete creato la fiducia necessaria per affrontare insieme le scene più difficili?

Credo che spesso proprio nei momenti di difficoltà nascano le amicizie o le collaborazioni più importanti e significative. Era una storia che ha messo un po’ tutti alla prova: non parlerei necessariamente di difficoltà, ma sicuramente sul set si percepiva l’intensità della vicenda. In questo contesto, fin da subito, siamo riusciti a creare una bella sintonia. Stimo molto Maria. Molti la conoscono per Mare Fuori, ma io non ho la televisione e non faccio distinzioni tra attrici che lavorano nel cinema, nel teatro o in televisione: se un’attrice è capace, è capace. In Maria ho trovato una professionista molto brava ad affidarsi, ad ascoltare e a mettersi da parte in funzione del lavoro. Sono stato davvero contento di aver collaborato con lei. Si è creata subito una stima reciproca.

Una scena di “Melania Rea” (ph Margherita Mirabella)

Quale indicazione di Stefano Mordini ha cambiato maggiormente il tuo modo di interpretare Parolisi? C’è stato un momento in cui avete sentito il bisogno di fermarvi e rivedere una scelta?

Devo dire che, quasi magicamente, il set è andato avanti in modo molto naturale: tutto è scorso come l’acqua in un torrente. Si è creata fin da subito una bella sintonia, accompagnata da grande attenzione e cura nei confronti del progetto e della storia. Naturalmente Stefano mi ha dato tante indicazioni, ma alla base c’era la fiducia reciproca: io mi fidavo del fatto che lui si fidasse di me. Anche nella gestione delle inquadrature lasciava molto spazio alla recitazione. Per il suo modo di lavorare, in questo progetto ha dato davvero grande libertà agli attori. A volte abbiamo incontrato qualche difficoltà negli spostamenti della macchina da presa, perché durante le prime prove o le improvvisazioni capitava che la scena si sviluppasse in punti in cui era più complicato posizionarla e muoverla. Stefano, però, anche in quelle occasioni, ha sempre tutelato il lavoro mio, di Maria e degli altri attori, proprio in considerazione della delicatezza della vicenda.

Il racconto di un delitto rischia spesso di rendere chi lo commette più riconoscibile della persona uccisa. Da interprete di Parolisi, come hai lavorato perché il tuo personaggio non sottraesse spazio a Melania?

Non sentivo il bisogno di conquistare spazio, né di sottrarlo a Melania. C’è una canzone di Giovanni Truppi che dice: «Nessuno è il mio capo, il mio capo è nessuno, io non sono sotto a nessuno, nessuno sta sotto a me». Credo che il lavoro dell’attore, così come quello nel cinema, nella musica, nella composizione e nell’arte in generale, debba essere fatto proprio in questo modo, in assenza di ego. Non si tratta di conquistare spazio, ma di lasciare che sia lo spazio stesso a trovare il modo di esistere. Può sembrare un gioco di parole, ma è proprio così che è andata. Si è respirato un clima molto intenso: tornavamo a casa stremati e io, personalmente, mi sentivo davvero provato. Sicuramente, però, tutti abbiamo fatto un passo indietro per lasciare spazio alla storia. Ognuno ha reagito a modo proprio, perché le tragedie e la morte sono esperienze che ciascuno vive in maniera diversa, secondo la propria sensibilità e il proprio carattere. Sul set, comunque, eravamo tutti consapevoli di stare raccontando qualcosa di estremamente fragile e delicato.

Preparando questo ruolo, hai riconosciuto parole o atteggiamenti che nella vita quotidiana tendiamo ancora a minimizzare? Questa esperienza ha cambiato il tuo modo di ascoltarli?

Sono cresciuto in una famiglia composta da sole donne, piuttosto matriarcale; quindi, ci sono comportamenti che non tendo assolutamente a minimizzare. Anche quando mi capita di assistere a un litigio tra due persone, magari una coppia, sono situazioni che mi hanno sempre fatto stare molto male. Credo che, per il ruolo che l’uomo ricopre nella nostra società, debba prestare un’attenzione ancora maggiore alle parole e agli atteggiamenti che spesso consideriamo normali.

La cosa straordinaria di questa serie, secondo me, è proprio la normalità della storia d’amore raccontata attraverso lo sguardo di Stefano. È soprattutto merito suo: non ha mai voluto concentrarsi sul fatto di cronaca in sé, ma sulla relazione, sul rapporto, su una storia d’amore. Ha voluto raccontare la normalità dell’essere uomo e dell’essere donna e, attraverso questa, anche quella della violenza di genere, che si manifesta in mille forme nella nostra società. Non abbiamo voluto costruire un mostro o limitarci al racconto di un fatto di cronaca: abbiamo cercato di raccontare una relazione nella sua apparente normalità, mostrando come anche all’interno di dinamiche quotidiane possano manifestarsi forme di violenza e controllo. Mi sento di dirlo anche sulla base di quanto affermato dallo stesso Stefano in alcune interviste che abbiamo rilasciato al Festival del Cinema di Roma. Ed è proprio questo l’aspetto più spaventoso: una storia d’amore così normale può diventare inquietante proprio perché mette in luce comportamenti che nelle relazioni consideriamo abituali e che, invece, tendiamo a sottovalutare. Noi uomini, in fondo, lo facciamo tutti, perché manca una vera cultura su questi temi. Anzi, viviamo in uno Stato che taglia proprio sulla cultura, che invece è tutto ciò che abbiamo, soprattutto come Paese.

Daniele Rienzo nei panni di Raimondo in “Parthenope”

Nel film Parthenope del regista Paolo Sorrentino hai interpretato Raimondo; qui affronti una figura molto diversa. Che cosa ti hanno fatto scoprire questi due personaggi sul modo in cui gli uomini vivono il desiderio, la fragilità e il rapporto con le donne?

Sono due figure estremamente complesse e molto diverse tra loro; quindi, non saprei fare un paragone diretto. Quello su cui ho lavorato in entrambi i casi è una grande sensibilità, una sorta di nervo scoperto che a volte diventa insostenibile. Nel caso di Raimondo, questa condizione lo porta al suicidio; nel caso del personaggio in MELANIA REA, questa sensibilità si manifesta in una forma profondamente distorta e sfocia in un atto mostruoso. Non ho mai cercato di giudicare il personaggio attraverso categorie precostituite: ho cercato di comprenderne le contraddizioni, senza confondere la comprensione con la giustificazione delle sue azioni.

Parlando più in generale della condizione maschile, a volte mi chiedo perché culturalmente noi uomini non possiamo permetterci di piangere. Per fortuna, è qualcosa che sta cambiando con le nuove generazioni. Nella generazione di mio padre, ma anche nella mia, che si trova un po’ a cavallo tra due epoche, è ancora radicata l’idea che piangere significhi essere fragili. Ma la fragilità è rivoluzionaria, così come lo è la sensibilità. Ed è proprio questo uno degli aspetti che ho esplorato nello studio di Raimondo: una grande sensibilità.

Credo che la sensibilità e l’amore possano trasformarsi tanto in qualcosa di positivo quanto in qualcosa di negativo, fino a diventare odio. Quando l’amore viene esposto troppo, senza essere compreso o gestito, può trasformarsi in odio. E forse tutti questi «mostri» che incontriamo andrebbero abbracciati un po’ di più. Naturalmente parlo in generale, non mi riferisco a Parolisi. È il mio modo di avvicinarmi allo studio dei personaggi: cerco sempre di capire quanto amore sia presente, o quanto invece ne manchi. È da lì che riesco a comprendere cosa muove le loro azioni sulla scena.

Sia in Parthenope che in Melania Rea hai rappresentato le due facce opposte dell’amore cioè l’innamoramento di Raimondo in Parthenope e la menzogna e i tradimenti di Salvatore Parolisi in Melania Rea; secondo te, perché oggi i giovani non reggono i fallimenti amorosi che spesso sfociano in azione violente?

Perché viviamo nell’era del possesso, dell’ego, del bisogno di possedere una persona e mostrarla agli altri. È qualcosa che trovo profondamente lontano dall’amore. Sembra che tutto debba essere esibito, misurato, trasformato in qualcosa da cui ricavare un vantaggio. Ottenere più like significa lavorare di più, lavorare di più significa guadagnare più soldi e, in questa società, avere più soldi sembra voler dire avere meno paura. Ma la paura è il contrario dell’amore. La formula, in fondo, è semplice: non dovremmo avere paura di non possedere qualcosa, di non avere abbastanza soldi, di non riuscire o di essere considerati dei falliti.

Questa paura si riflette in ogni tipo di relazione: tra uomini, tra donne, tra uomini e donne, ma anche nel rapporto con gli animali. Ognuno è libero di vivere le proprie relazioni come vuole, ma la paura di fallire non riguarda soltanto la vita sentimentale: riguarda la vita in generale.

Lo vediamo anche nei movimenti studenteschi di oggi. I ragazzi hanno paura di fallire e spesso nessuno sembra andare loro incontro. Invece di tagliare i fondi, dovremmo ascoltarli, investire nelle scuole e nella cultura, anziché nelle armi. Mi sembra che stiamo andando, per usare un’espressione poco elegante, a rotoli. Il problema del fallimento è molto più ampio di quello sentimentale. L’amore, in fondo, è soltanto la punta dell’iceberg.

C’è un’emozione che ti risulta difficile portare in scena perché ti riguarda troppo da vicino? Come trovi la distanza necessaria per trasformarla in qualcosa che appartenga al personaggio?

La cosa che trovo davvero difficile portare in scena è ballare. Mi provoca un imbarazzo terribile! Eppure, alla fine, capita sempre di doverlo fare: mannaggia, c’è sempre una scena in cui si balla! Ti giuro, per me è un incubo. Mi mette davvero in difficoltà, sono completamente bloccato. Ballare e nuotare: proprio non ce la faccio!

Dopo un’esperienza così impegnativa, quale territorio vorresti esplorare come attore? C’è un ruolo che desideri affrontare e che nessuno ti ha ancora proposto?

Quando ero più piccolo, sì, avevo un sogno: interpretare un musicista. Oggi, però, non lo farei più, perché è una parte di me che preferisco tenere ben distante dal cinema, custodita con cura, nel posto a cui appartiene.

Negli ultimi anni, e in particolare nell’ultimo, ho dato molto valore a una parola che mi piace particolarmente: «risonanza». Mi piacciono le parole quando risuonano e risvegliano significati. È un concetto che deriva anche dalla musica, soprattutto da quella sperimentale che amo molto, come le composizioni di John Cage e Philip Glass.

Per me la risonanza è qualcosa che senti dentro, come un piccolo pulsante nello stomaco. Capisci quando qualcosa risuona con te. E questo vale indipendentemente dal ruolo che ti viene proposto. Per esempio, non avrei mai immaginato di interpretare un personaggio come quello in Melania Rea, eppure, in qualche modo, qualcosa del progetto ha risuonato dentro di me. Non parlo del personaggio, che mi ha soltanto spaventato, ma del progetto nel suo insieme. Ho sentito che c’era qualcosa che mi chiamava, un percorso che dovevo intraprendere e che aveva senso seguire.

Come diceva John Lennon, in una delle mie frasi preferite, ‘life is what happens to you when you’re busy making other plans’ («La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti»), tratta dalla canzone Beautiful Boy, che aveva scritto per suo figlio.

Parallelamente alla recitazione coltivi una profonda passione per la musica, attraverso due progetti, Bravodemian e FMCP, entrambi caratterizzati da una forte componente sperimentale. Che cosa riesci a esprimere attraverso la musica che, invece, non trova spazio nella recitazione? E quanto queste due forme artistiche si influenzano reciprocamente nel tuo percorso creativo?

Grazie per la domanda. In realtà, la musica si intreccia con tutto quello che faccio nella vita. Tutte le scelte che ho compiuto, le città in cui ho vissuto e i Paesi che ho visitato sono sempre state guidate, in un modo o nell’altro, dalla musica.

Sono andato a Londra, per esempio, perché sapevo che lì avrei trovato una scena musicale interessante. Anche se quando sono arrivato avevo soltanto 300 euro, sono riuscito a trovare il modo di viverci per due anni. Lo stesso vale per Berlino e per i miei soggiorni a Parigi, dove la musica sperimentale sta vivendo un momento di grande crescita. Questo nonostante la chiusura di molti spazi culturali e la progressiva privatizzazione, fenomeni che stanno interessando anche Milano e che spero non coinvolgano Roma, dove la scena resiste ancora.

La musica va protetta: è la più alta forma di amore e di uguaglianza. Senza di lei non riuscirei a fare nulla, nemmeno ad attraversare la strada.

Ho due progetti musicali. Il primo è una band che porto avanti da molto tempo, ispirata alla musica sperimentale, al post-rock e alla psichedelia, ma anche a tutto ciò che conserva un legame con la natura e il pianeta. Credo infatti che l’essere umano e il pianeta siano un tutt’uno, una visione che apparteneva anche a una certa cultura musicale degli anni Sessanta e Settanta. Con Bravodemian non cerchiamo di riproporre quella musica, ma di recuperare i principi che ne animavano l’approccio comunitario.

FMCP è invece un progetto più legato all’arte contemporanea e al mondo dei club e dei grandi palchi. Si muove tra musica industrial, sperimentale e ambient. Abbiamo avuto l’opportunità di collaborare con musicisti davvero straordinari, come Antonio Raia, un incredibile sassofonista napoletano. Insieme abbiamo registrato alcuni brani in spazi caratterizzati da una particolare acustica, che entreranno nel disco di FMCP la cui uscita è prevista per il 3 marzo 2027. Ci sono anche altre collaborazioni, per esempio quella con Matisse Menil per la realizzazione di installazioni in metallo.

FMCP comprende infatti anche interventi di sonorizzazione degli spazi e altri lavori legati all’arte contemporanea.

È un progetto che permette di esprimersi pienamente perché, rispetto al cinema, è come avere davanti un foglio bianco: posso sviluppare un’idea dall’inizio alla fine, seguendo una poetica che mi rende totalmente libero. Nella recitazione, invece, c’è la bellezza di entrare a far parte di un organismo, di un meccanismo collettivo come il cinema: si parte da una sceneggiatura e si passa attraverso il regista, la fotografia e tutte le altre componenti. È qualcosa di magico.

Con la musica, invece, posso anche rifugiarmi in una dimensione più solitaria, in un pensiero personale, come accade quando leggo o gioco ai videogiochi. FMCP è un progetto di cui curo la direzione artistica, ma è anche una sorta di contenitore che riunisce musicisti della scena sperimentale, compositori e artisti con cui collaboro, tra scultori e pittori. Amo molto confrontarmi con persone che hanno questo tipo di sensibilità e di approccio creativo.

La musica, insomma, la proteggo proprio come farei con un bambino.

L’intervista è terminata. Grazie per la disponibilità e per questa bella chiacchierata!

Grazie a voi! Fin da subito ho avuto la sensazione di poter parlare liberamente e di potermi raccontare senza particolari filtri. È stato davvero un piacere!

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