Recensione del film “Teorema” di Pier Paolo Pasolini
di Francesca Bruni
12 Ago 2025 - Approfondimenti cinema
Lo smarrimento dell’essere e la filosofia della condizione umana secondo Pasolini nel film “Teorema”, una pellicola che offre ancora oggi molti spunti di riflessione sulla nostra conoscenza identitaria.
(Tutte le foto sono di pubblico dominio)
Siamo nel 1968: l’Italia è attraversata da rivoluzioni studentesche e operaie, da fermenti di rivolta e da un diffuso desiderio di cambiamento sociale e culturale. In questo clima esce Teorema il film di Pier Paolo Pasolini, intellettuale scomodo in un paese bigotto e spaventato dalle metamorfosi. Proprio questo conflitto diventa il perno centrale dell’opera, prima letteraria e poi cinematografica, di un genio incompreso, amato da molti e odiato da tanti.
Teorema è un film che racconta la crisi di una tipica famiglia borghese. L’arrivo in casa di un ospite misterioso, interpretato da Terence Stamp, che intreccia rapporti sessuali con tutti i componenti, incrina profondamente ciascuno di loro, stravolgendo equilibri interiori, identitari e di apparenza. Pasolini osserva questa frattura dall’esterno, con uno sguardo a volte fragile e a tratti feroce, mettendo in luce quanto sia difficile cambiare e diventare autentici, essere davvero se stessi.
Come ogni opera di un grande poeta dell’umano quale Pasolini, anche questa mette in luce la psiche e ciò che ne consegue quando quello scrigno dorato si infrange, come un cristallo prezioso.
Teorema colpisce, ma in maniera differente rispetto ad altre opere di Pasolini. Qui tutto diventa manifesto di dolori e mutamenti che ogni essere umano ha il diritto di vivere, anche andando in direzione opposta rispetto al sistema sociale e politico. Pasolini lo esprimeva con grande maestria, mettendo in luce l’essere umano in maniera globale e con una delicatezza che solo lui, grande poeta e intellettuale, sapeva rappresentare.
Le musiche, di Ennio Morricone, Bruno Nicolai e Alessandro Alessandroni, dal carattere sacrale e universale, accompagnano l’opera cinematografica amplificandone la forza e il dolore.
Anche i paesaggi riflettono uno smarrimento interiore, isolandosi da tutto ciò che, in quel periodo, agitava il mondo esterno. Pasolini si distacca dai tumulti dell’epoca per rifugiarsi in un contesto che riguarda l’essere umano nelle sue paure, nelle sue fratture interiori e nei suoi cambiamenti, non sociali, ma profondamente individuali.
In Teorema, la frattura della borghesia non si consuma sul piano sociale o politico, ma si insinua nel cuore dell’individuo. Il borghese, privato delle certezze e delle sovrastrutture che lo definiscono, smette di essere un ruolo e diventa pura umanità. Quando il contorno si sgretola, resta l’essere nudo, vulnerabile, costretto a misurarsi con sé stesso. Pasolini, con sguardo lucido e implacabile, isola questo momento e lo sottrae al rumore del tempo, per mostrarne la verità più cruda e universale.


L’angoscia suscitata dai cambiamenti porta la figura del borghese in uno stato mentale delirante, privo di qualsiasi legame con il sociale.
I primi piani dei volti e i lunghi silenzi sottolineano una condizione psicologica tra l’allucinazione e l’assurdo.
Il tumulto diviene misterioso ed affascinante perché Pasolini lo rende frutto del dolore umano e autentico specchio di una società che non lo ammette.
Non è un caso che il protagonista legga Charles Baudelaire, il poeta maledetto che incarnava il contrasto tra il bene e il male. La poesia diviene ricerca delle angosce esistenziali e dei lati oscuri dell’essere umano e in Teorema queste angosce emergono quando il quotidiano e la stabilità apparente si rompono.
Il cambiamento scatena un vuoto interiore che comprime il vero “IO” rimasto represso per colpa di un’apparenza effimera e superficiale.
Pasolini mette in luce il dolore con uno sguardo autentico e universale, mostrando quanto possa distruggere e sconvolgere una persona quando vengono meno gli equilibri costruiti per sopravvivere in una società che pretende plasmare tutti a suo piacimento, compromettendo l’essenza individuale. La perdita e l’abbandono di una persona possono infrangere questi equilibri e rompere tabù radicati; tuttavia, Teorema ci ricorda anche che essere davvero se stessi è ancora più difficile, poiché fragilità e debolezze represse — alimentate da un sistema che ci impone un certo modello — ostacolano la piena libertà interiore.
Il film è un manifesto dei sentimenti e dei cambiamenti che compromettono la nostra esistenza.
L’interpretazione degli attori, molto vincolata ai ruoli simbolici voluti dal regista, mette in risalto l’essenza di ognuno, incarnando la “freddezza” della famiglia borghese.
Oltre al già citato Terence Stamp, fanno parte del cast Massimo Girotti, Ninetto Davoli, Silvana Mangano, Anne Wiazemsky e Laura Betti che ebbe al Festival di Venezia del 1968 la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.
All’epoca, come altre opere del maestro del reale, Teorema fu inizialmente bandito perché ritenuto osceno. Ma osceno in che senso? In realtà, non c’è nulla di tale nel film: vi troviamo piuttosto autenticità e la rappresentazione di quegli aspetti repressi che ogni essere umano porta con sé, ma che spesso è costretto a celare per timore del giudizio altrui. Pasolini di quei giudizi ne faceva bagaglio, ma non si lasciava condizionare: non gli importava se ciò che mostrava poteva non piacere, perché sapeva di dire il vero, di sollevare la polvere nascosta sotto i tappeti.


SCHEDA DEL FILM
- Regia, soggetto e sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini
- Anno: 1968
- Con: Massimo Girotti, Terence Stamp, Laura Betti, Ninetto Davoli, Silvana Mangano, Anne Wiazemsky
- Genere: Drammatico
- Durata: 98 minuti
- Musica: Ennio Morricone, Bruno Nicolai e Alessandro Alessandroni
- Fotografia: Giuseppe Ruzzolini
APPROFONDIMENTI
Iter giudiziario del film
Il 13 settembre 1968 la Procura della Repubblica di Roma sequestra il film “per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava”.
Il 14 ottobre la Procura della Repubblica di Genova mette al bando il film con un analogo provvedimento.
Il processo contro Pasolini e il produttore Donato Leoni, trasferito per competenza territoriale a Venezia (dove si era svolta l’anteprima del film), si apre il 9 novembre 1968 con l’escussione del regista. Il Pubblico Ministero Luigi Weiss chiede la reclusione di sei mesi di entrambi gli imputati e la distruzione integrale dell’opera.
Il 23 novembre 1968, dopo un’ora di camera di consiglio, il Tribunale di Venezia assolve Pasolini e Leoni dall’accusa di oscenità, annullando il bando del film con la seguente sentenza:
«Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità.»
Il premio OCIC
Il film fece scandalo innanzitutto per il rifiuto dell’autore a presentarlo alla Mostra di Venezia (ma fu ugualmente presentato per volontà del produttore). Il soggetto venne attaccato come osceno da una parte della Chiesa cattolica, mentre l’ala più progressista lo esaltò al punto da attribuirgli il premio dell’OCIC (Office Catholique International du Cinèma). Il sacerdote canadese, Marc Gervais, gesuita, studioso cinematografico, scrittore e consulente cinematografico, presidente della giuria dell’OCIC ne fece un’ampia ed elogiativa analisi su «Le Nouvel Observateur» nº 215 del 23 dicembre 1968.


