Intervista al regista Gianni Amelio


a cura di Francesca Bruni

21 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Gianni Amelio, in questa breve ma intensa intervista, ci parla del suo ultimo fim Nessun dolore: l’accoglienza, la memoria smarrita e un cinema che continua a interrogare l’umanità, anche quando dubita di poterla cambiare.

(Foto sul set del film “Nessun dolore” di Claudio Iannnone)

«Guai se perdessi la necessità di riconoscermi negli altri». Nelle parole di Gianni Amelio si ritrova il nucleo più profondo di questa conversazione sul suo ultimo film Nessun dolore (https://www.musiculturaonline.it/nessun-dolore-il-nuovo-film-di-gianni-amelio/): la responsabilità di guardare chi abbiamo davanti, oltre le paure e l’indifferenza. Attraverso Davide, un uomo che apre la propria casa agli sconosciuti, il regista affronta le contraddizioni dell’accoglienza, il confine tra generosità e senso di colpa e il vuoto lasciato dalla politica.

Nell’intervista, il confronto con Lamerica diventa una riflessione sulla perdita della memoria collettiva, mentre il dolore evocato dal titolo conserva una possibilità di rinascita. Amelio riconosce la forza sempre più fragile del cinema, ma rivendica l’ostinazione di continuare a farlo: anche per un solo spettatore, senza rinunciare a sentirsi parte dell’umanità che racconta.

INTERVISTA

Nel suo ultimo film Nessun dolore torna sul tema dell’immigrazione, già affrontato trent’anni fa in Lamerica. In questi trent’anni è cambiata maggiormente la condizione di chi cerca una vita migliore o la nostra capacità di riconoscerlo come essere umano?

È cambiato il mondo, il dramma è diventato tragedia. In ogni migrazione, in ogni tempo, c’è stato sempre un grande senso di fiducia nel futuro, nel fatto che si abbandonasse la miseria per un avvenire migliore. Oggi si parte per lasciarsi dietro povertà e guerre, ma ci si trova di fronte barriere e ostacoli di ogni genere.

Abbiamo perso la memoria di quello che siamo stati e stiamo diventando ciechi di fronte alla realtà di chi ha bisogno.

Davide apre progressivamente la propria casa agli sconosciuti, quasi perdendo il controllo della propria esistenza. La sua è una scelta di generosità, una forma di debolezza oppure il coraggio di rinunciare a una parte di sé per riconoscere l’altro?

Davide non è un eroe né un santo. È una persona con una sensibilità che lo porta a rispettare gli altri e a dare una mano a chi ha meno di lui. Ma per l’accoglienza basta il cuore (come ha scritto Michele Serra), per l’inserimento serve la politica. Tutto quello che Davide fa, anche contro il buonsenso, nasce da un senso di colpa che forse ha radici nell’infanzia (non sappiamo niente di lui, tranne che vende libri usati in una piazza di Roma). Infatti, tutto nasce da un bambino rifiutato…

Il titolo Nessun dolore sembra racchiudere un paradosso: viviamo in una società che cerca continuamente di sottrarsi alla sofferenza, ma sembra sempre meno capace di riconoscere quella degli altri. È l’indifferenza la vera malattia del nostro tempo?

È una delle possibili spiegazioni del titolo, che resta misterioso anche per me. Ho cercato di spiegarlo anche con le parole di un poeta, Mario Luzi: “A volte si tocca il punto fermo e impensabile/dove nulla da nulla è più diviso/ né morte da vita né innocenza da colpa/ E dove anche il dolore è gioia piena”. Quindi nel titolo c’è anche una speranza: che il dolore si annulli o si trasformi in un nuovo bisogno di rinascita.

Il suo cinema ha spesso raccontato gli ultimi, gli esclusi, le persone che la società preferisce non vedere. Oggi, in un mondo sempre più polarizzato, crede che il cinema abbia ancora la forza di scuotere le coscienze oppure rischia di parlare soltanto a chi è già disposto ad ascoltare?

Non penso che il cinema abbia, soprattutto oggi, una possibilità anche minima di cambiare le cose. Ha perduto la sua centralità, oggi sostituita da decenni di televisione o dai cosiddetti social. Nonostante tutto andiamo avanti, con fiducia e tanta ostinazione. E anche (perché no?), spinti dal piacere di farlo anche per l’unico spettatore rimasto al mondo.

Nelle sue note di regia scrive che forse abbiamo perduto l’occasione di riconoscerci come esseri umani. È una riflessione molto amara. Dopo una vita dedicata a raccontare l’umanità attraverso il cinema, Gianni Amelio conserva ancora fiducia nell’uomo oppure Nessun dolore rappresenta anche una forma di disillusione?

Sarei tentato di sottoscrivere l’ultima ipotesi, ma non me la sento. Anzi la rifiuto. Il cinema è una piccola parte della vita, mia e altrui, anche se importante per chi ci si dedica totalmente. Non c’è bisogno della lente di un obiettivo per guardare le cose. A occhio nudo si vedono meglio. Ho il privilegio di fare il mestiere di regista, ma sono prima di tutto una persona. Guai se perdessi la necessità di riconoscermi negli altri.

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