Pubblico entusiasta per “La vedova allegra” allo Sferisterio


di Roberta Rocchetti

4 Ago 2025 - Commenti classica

Successo per “La vedova allegra” di Franz Lehàr, messa in scena allo Sferiserio per il Macerata Opera Festival. Trionfo personale di Mihaela Marcu.

(Foto di Luna Simoncini)

Coraggioso forse è una parola grossa ma almeno non pavido è stato lo Sferisterio sotto la direzione artistica di Marco Vinco a proporre un titolo leggermente fuori binario rispetto a quei titoli dai quali ormai difficilmente i teatri con o senza tetto riescono a staccarsi pena il rischio di defezione da parte di un pubblico sempre meno abituato all’avventura.

Ecco quindi comparire Die lustige Witwe in versione italiana ovvero La vedova allegra, operetta composta da Franz Lehàr che la portò sul palcoscenico viennese nel 1905, negli ultimi bagliori di una Belle Époque che spendeva le sue carte ormai logore in salotti liberty che stavano già sbiadendosi alla luce del baratro nel quale di lì a poco sarebbe precipitata l’Europa e il mondo intero.

Chissà se è nel ricordo di quel baratro in un bizzarro ordine temporale a ritroso che il regista Arnaud Bernard fa iniziare la messa in scena con un funerale che sarebbe poi in realtà quello dello sfortunato marito di Anna Glawari, il quale ha potuto godere delle gioie coniugali solo pochi giorni prima di finire su un catafalco.

Con tanto di prefiche velate e lamentose in processione il corteo funebre lascia improvvisamente spazio al salotto vermiglio e vitale della poco contrita vedova la cui nuova condizione rende anche milionaria, ciò innesca tutto lo srotolarsi della trama.

La prima parte trascorre un po’ sottotono, l’insieme scenografia (di Riccardo Massironi)costumi (di Maria Carla Ricotti)e ensemble scenico risultano un po’ piatti e scontati nonostante la trovata di far balzare sul palcoscenico un Njegus (un bravo Marco Simeoli) dall’accento e dal portamento partenopeo, quasi un Pulcinella infiltrato in climi algidi.

Meglio la seconda parte, visivamente più fresca e ariosa, tra pudichi ombrelloni atti a divenire alcove ed atmosfere viscontiane da Morte a Venezia a loro volta derivate da Sorolla, la scena si apre tra costumi e veli da spiaggia, in colori naturali le luci di Fiammetta Baldiserri hanno più possibilità espressive e illuminano gli interventi coreutici diretti da Gianni Santucci che è anche assistente alla regia.

Si arriva così alla terza parte che si snoda tra enormi cartonati che prendono spunto dalle ballerine di Can Can di Toulouse Lautrec.

Anna Glawari dà una festa e vuole ricreare le atmosfere Chez Maxim’s, luogo d’elezione del Conte Danilo sul quale ha posato gli occhi e ciò offre al corpo di ballo la possibilità di portare in scena la gioiosa, colorata e confusionaria atmosfera della movida del tempo inneggiando ad uno stile di vita frivolo e licenzioso, tutto finirà ovviamente bene per tutti e vissero felici, ricchi e contenti.

Sul piano vocale ottima la protagonista interpretata da Mihaela Marcu che avevamo già avuto modo di applaudire in altro repertorio a partire dall’Adina donizettiana a Fano agli albori della carriera quando già riversò sulla platea una serie di promesse ampiamente mantenute.

L’aria della Vilja offerta al pubblico dello Sferisterio con la sospensione onirica e poetica che richiede le è valsa un trionfo personale, così come si apprezza la verve e la duttile capacità recitativa mai noiosa.

Alessandro Scotto di Luzio ha dato corpo ad un Conte Danilo virile e buono sul piano vocale, insinuante e seducente quanto scherzoso e strafottente, in realtà forse più scherzoso e strafottente, tanto che alla fine ci è venuto il dubbio che fosse davvero innamorato di Anna e non dei suoi soldi, chissà.

Di Camille de Rossilon Valerio Borgioni ha la voce, la postura e il volto, lirico, innamorato, ingenuo, senza nulla togliere al ruolo e all’intera opera di Lehàr Borgioni preferiremmo però impiegarlo dove possa dispiegare con più ampiezza le sue notevoli capacità. Perdonate l’allitterazione.

La Valencienne di Cristin Arsenova buona vocalmente, fresca, maliziosa e capricciosa come da libretto.

Completano il cast il giovane e spigliato Barone Mirco Zeta di Alberto Petricca, il Visconte Cascada di Cristiano Olivieri, il Raoul de Saint-Brioche di Francesco Pittari, Giacomo Medici ha dato vita a Bogdanowitsch e Laura Esposito a Sylviane, Kromow è stato interpretato da Stefano Consolini, Olga da Federica Sardella, Prischtisch da Davide Pelissero e Praskovia da Elena Serra.

Le grisettes sono state portate in scena da: Camilla Pomilio, Giulia Gabrielli, Silvia Giannetti, Lucia Spreca, Sara Bacciocchi Roberta Minnucci.

La direzione morbida e ariosa di Marco Alibrando ha accompagnato l’Orchestra Filarmonica Marchigiana in questa avventura insieme al Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato da Christian Starinieri.

Pubblico entusiasta e applausi per tutti in chiusura.

A proposito di coraggio di proporre titoli quantomeno in parte inconsueti, a proposito di atmosfere nordicamente esotiche, a proposito di fiabe, ci chiediamo: riusciremo mai a vedere Rusalka su un cartellone marchigiano?

Magari proprio allo Sferisterio? Chissà.

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