Intervista alla regista e attrice Alissa Jung
a cura di Francesca Bruni
20 Apr 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Francesca Bruni ha intervistato la regista e attrice Alissa Jung, presente a Lucca, il 16 e 17 aprile 2026, ospite in un doppio evento con il pubblico e le scuole, per la proiezione del suo film d’esordio “Paternal Leave”, in cinquina ai David di Donatello 2026 come Miglior Esordio alla Regia.
(Le foto degli incontri di Lucca sono di Ginevra Petroni)
L’intervista ad Alissa Jung offre uno sguardo intimo e riflessivo sulla caratura artistica di una figura poliedrica del panorama cinematografico e teatrale. Attrice affermata e regista emergente, Jung racconta le ispirazioni e le scelte creative che hanno segnato la sua evoluzione professionale.
Nel corso della conversazione emergono temi profondi come l’identità, la narrazione al femminile e il ruolo del cinema come strumento di indagine personale e sociale. Con uno stile diretto ma sensibile, Jung offre uno sguardo sulle influenze artistiche che hanno contribuito a definire il suo linguaggio registico.
(Al seguente link potete leggere la mia recensione del film di Alissa Jung “Paternal Leave”: https://www.musiculturaonline.it/recensione-del-film-paternal-leave-di-alissa-jung/)
Questa intervista non è solo un racconto di carriera, ma anche una riflessione più ampia sul significato di fare cinema oggi, tra esigenze espressive e responsabilità culturali.INTERVISTA
Nella sua prima esperienza cinematografica da regista, col film “Paternal Leave”, affronta le problematiche tra genitori e figli; secondo lei quali sono le paure più ricorrenti tra di essi?
Penso che ci sia, forse, la paura di affrontare un incontro vero. Un incontro generazionale che si teme perché si immagina che l’altro possa pensare male. Questa paura può portare a chiudersi o a creare malintesi. Per questo, secondo me, è molto importante incontrarsi con il cuore aperto, senza pensare che l’altro abbia un giudizio negativo sull’altra generazione.
Le ambientazioni del film sono essenziali come anche i dialoghi; ci sono dei riferimenti al cinema del regista Michelangelo Antonioni?
Mi fa piacere, grazie. In realtà non è qualcosa di intenzionale… è strano perché me ne sono resa conto forse solo dopo, anche perché diverse persone me l’hanno detto e, in effetti, i luoghi sono forse simili. Però devo dire che ho scoperto il cinema di Antonioni quasi dopo; quindi, forse è proprio il luogo che ha raccontato sia a lui sia a me questa stessa immagine. E comunque mi fa piacere questo paragone. Ovviamente è un onore, grazie.
Durante la visione del film sono presenti molti primi piani del volto della protagonista ma anche del padre; a suo parere lo sguardo conta molto di più delle parole?
Forse non di più, ma almeno ugualmente tanto. Questo film mi ha dato la possibilità, trattandosi di un padre e una figlia che non parlano la stessa lingua, che non hanno una lingua madre comune, di esplorare molto la comunicazione non verbale. Ogni tanto ci dimentichiamo che siamo esseri umani che, come gli animali, ci leggiamo: io leggo l’altro essere umano non solo con la mente, ma proprio con tutto il corpo, e capiamo molto anche solo stando uno di fronte all’altro. Era bello esplorare questo aspetto nel film e penso che sì, ogni tanto mi è anche successo di scrivere una frase di dialogo per essere sicura che il senso passasse, e poi in montaggio ho capito che potevo toglierla e lasciare che fosse solo lo sguardo dell’attrice o dell’attore a raccontare quel sentimento.
Ci sono dei registi a cui si è ispirata per la realizzazione di “Paternal Leave”?
Non ci sono registi specifici ai quali mi sono ispirata, ma sicuramente il mio sguardo sul cinema è stato, come racconto, ispirato anche inconsciamente dai film che mi piacciono.
Diciamo che a me piacciono molto i film in cui ci si concentra sui rapporti umani. Sono una grande fan del cinema di Andrea Arnold, un regista inglese; sono anche fan, per esempio, di Lukas Dhont, regista belga. E poi anche il cinema italiano, come quello di Alice Rohrwacher, mi parla tanto. Quindi sicuramente c’è tanto dentro di ciò che ho visto, perché comunque prendiamo tutto e poi lo filtriamo e lo rendiamo nostro.
Il film affronta le responsabilità genitoriali, in questo caso del padre. Paolo si trova a dover gestire una situazione dalla quale è fuggito in passato; i genitori di oggi hanno difficoltà e paura nel confrontarsi con le problematiche dei figli?
Questo non lo so. Nel caso del nostro film, io volevo anche esplorare un personaggio che ha paura di confrontarsi con la propria vita. Non è tanto la paura del figlio, quanto piuttosto la paura di guardare dentro sé stesso, di accettare anche un errore che uno ha fatto, di accettare il fatto che “io sono fatto così, io ho fatto questo”, quindi magari anche accettare che non mi piace quello che ho fatto, oppure accettare un dolore che porto con me, o un pensiero oscuro.
Volevo esplorare questo aspetto: che noi esseri umani siamo, a volte, molto bravi a non guardare dentro noi stessi e a cercare l’errore fuori, a dire “sono le circostanze”, “è l’altra persona che mi ha fatto arrabbiare”, “sono le circostanze che mi hanno reso così”. Ma io auguro a tutti noi più coraggio nel guardare dentro noi stessi, perché nel personaggio di Paolo si vede proprio questo: lui non affronta sé stesso e quindi continua a cadere, perché vuole stare bene ma non ci riesce, prova ad aggiustare le cose sbagliate in qualche modo, ma invece di guardare dentro di sé guarda fuori. Vuole mettere a posto fuori, ma deve mettere a posto dentro per andare avanti.
È più faticoso, molto più faticoso guardare dentro sé stessi che dare la colpa fuori, però ne vale la pena, perché poi si sta molto meglio.
In “Paternal Leave” lo spettatore ha la possibilità ed il tempo di riflettere su ciò che sta accadendo nel film ma personalmente ho avuto la possibilità di poter pensare alle mie fragilità facendole divenire punti di forza; ha mai pensato di scrivere un libro su queste tematiche?
Grazie! Diciamo che mi interesserebbe anche scrivere un libro. Non so se ne sarei in grado, però non sapevo neanche se ero in grado di scrivere una sceneggiatura. Un libro è ancora più complesso di una sceneggiatura, quindi non lo so.
Non ho mai pensato a un libro su questa tematica, però di base sì: ho scoperto la scrittura scrivendo questo film, perché non pensavo che mi avrebbe dato così tanta soddisfazione e così tanta libertà creativa. È stato un periodo molto bello quello della scrittura, quindi non vedo l’ora, in ogni caso, di rimettermi alla scrivania e scrivere un nuovo progetto, perché è proprio un momento bello.
Ci sono delle differenze tra il cinema tedesco contemporaneo rispetto a quello italiano?
Penso che sia in Italia sia in Germania, in questo momento, sia molto difficile finanziare i film per il cinema e questo purtroppo si riflette anche su ciò che si può fare. Quando è un momento difficile, il coraggio diminuisce un po’, diciamo. Per i progetti coraggiosi, con tematiche che magari rispecchiano in modo forte la società o che mettono in dubbio delle cose, è più difficile in questo momento. È più facile fare un cinema di entertainment, dove la gente non ha paura che ci sia una tematica troppo pesante. E questo, poi, fa anche dei danni all’arte.
Quindi secondo me sia in Germania sia in Italia la situazione, in questo momento, è fragile per il cinema. Però penso che in entrambi i Paesi ci siano persone che vogliono ancora fare arte, che vogliono ancora usare la propria voce per raccontare davvero cose che rispecchiano la nostra società. Quindi ho speranza.
Ha collaborato recentemente con suo marito, l’attore Luca Marinelli, anche nello spettacolo teatrale “La cosmicomica vita di Q”; mi racconta di come è nato questo progetto?
Com’è nato lo dovrebbe raccontare Luca, perché io in questo progetto sono solo l’attrice! (ride, ndr) Però so che lui aveva la possibilità e la voglia di fare una sua regia e ha cercato tra tanti testi. In qualche maniera si era innamorato dell’idea di fare uno spettacolo ispirato alle Cosmicomiche di Italo Calvino. Così si è messo a scrivere la sua Cosmicomica, più o meno una Cosmicomica che contiene poi tante Cosmicomiche di Calvino. E ci siamo trovati in questo processo tutti gli attori: abbiamo detto sì senza avere un testo, senza sapere nulla, e ci siamo messi già tempo fa a fare le prime prove senza avere un testo.
Quindi anche una parte di noi attori poi si è ritrovata nel testo, perché abbiamo fatto tante improvvisazioni che ogni tanto si ritrovano ancora nello spettacolo. È stato un processo molto intenso, ma anche molto interessante e molto bello.



È candidata al David di Donatello come miglior regista emergente; cosa si aspetta da questa importante esperienza?
Non mi aspetto nulla, ma è molto bello essere nominata. Io direi più: “siamo nominati tutti noi che abbiamo fatto questo film”, perché comunque un film è un lavoro di gruppo. Sono e siamo molto felici, è un grandissimo onore, perché è una bella cinquina di film e stare lì in mezzo significa essere riconosciuti, in qualche maniera, per aver fatto un lavoro che ha toccato delle persone.
Questo vuol dire che qualcuno si è emozionato e ha amato il film, e questo è molto, molto bello. Poi vincere o non vincere… sappiamo tutti che sono anche cose che non si possono mai davvero capire le decisioni, non sono la cosa più importante. Però è molto bello essere in cinquina, questo ci rende felici.
Che sensazioni prova nel lavorare sul set a stretto contatto col proprio marito?
Noi avevamo rispetto di questa decisione, perché non sapevamo com’era, non avendo mai fatto prima questa esperienza di regista e attore insieme. Però devo dire che è stato molto bello, perché Luca è un grande professionista e sa fare questo lavoro veramente bene: è un regalo per ogni regista, secondo me. Poi, in realtà, abbiamo anche visioni simili sulla recitazione, quindi ci siamo trovati molto bene. È stato molto facile affrontare questo film e anche il lavoro insieme a Juli (Juli Grabenhenrich, ndr), e per lei era la prima volta. Anche lì è stato molto bello avere un compagno di scena per lei e quasi un buon esempio, e creare insieme questo lavoro.
Quindi devo dire che sono molto felice e molto grata di tutto quello che abbiamo fatto sul set.
Ha nuovi interessanti progetti per il futuro?
Scrivo delle cose, ma non sono ancora da raccontare. Ora sono molto felice che tornerò a Berlino dopo la tournée e avrò il tempo di capire davvero cosa voglio raccontare con un prossimo progetto e mettermi a scrivere…non vedo l’ora!
In bocca al lupo allora per il suo lavoro… e per il David! La ringraziamo della disponibilità.
Viva il lupo! Grazie mille a voi.








