Al ROF “Le siège de Corinthe”a prova di islamofobia


di Andrea Zepponi

21 Ago 2026 - Commenti classica

Recensione dell’opera “Le siège de Corinthe”, presentata al Rossini Opera Festival di Pesaro. Vasilisa Berzhanskaya è stata la vera trionfatrice.

Doveva succedere. È da tanto che si prova a confondere le acque al ROF nelle scenoregie di opere problematiche per l’odierno politicamente corretto. Adesso è palese: la direzione artistica del ROF non può ammettere che si metta in scena il conflitto di civiltà tra cristiani e maomettani. Le siège de Corinthe a Pesaro è stato combinato dalla scenoregia di Davide Livermore   e dagli scenografi Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco in modo tale da convertire l’aggressione dei turchi contro i greci del XV secolo durante la presa di Costantinopoli in un attacco dell’Europa moderna contro il mondo antico della grecità classica.

Abbiamo già verificato che la chiarezza non è il forte del suddetto regista soprattutto in vista di una scena ingombra di sacchi variegati di immondizia che invadevano spazi presuntivamente museali assegnati a statue classiche imballate o prossime a essere messe in salvo e di uno schermo centrale su cui scorrevano immagini di chiara provenienza A.I.: melense e pacchiane vedute di templi e ambienti ellenizzanti che a un certo punto si obnubilano di quel granulato simile a un virus da pc che deturpa le immagini secondo il solito format cinematografico presente nell’onnipresente video-design D-WOK delle regie livermoriane. A confondere ulteriormente le acque i praticabili di impalcature fatti con squallidi tubi Innocenti a ricordare la precarietà del moderno e la sua condizione permanente di work in progress.

Che si trattasse di antichi greci quelli messi in scena la sera del 14 agosto all’Auditorium Scavolini di Pesaro non è da discutere per la presenza di costumi classici da tragedia greca (nemmeno più usati nel teatro di prosa) meticolosamente assegnati da Gianluca Falaschi mentre schiere di coristi della parte nemica indossavano abiti moderni piuttosto compassati e di colore bianco quasi a volersi sostituire al candore winckelmanniano della classicità. Un’attualizzazione concettuale che fa pensare di più allo stereotipo della grecità classica presente nell’immaginario moderno.

L’interpretazione del fatto registico e scenografico è difficile in assenza di note di regia nel programma di sala e lascia il campo aperto a varie ipotesi tra cui la più plausibile, secondo chi scrive, consiste nella rappresentazione del vandalismo della cancel culture odierna nei confronti dell’antichità classica e la sistematica distruzione del mondo umanistico operata da una Europa (burocrati di Bruxelles) asservita al cinismo finanziario che impoverisce e dissangua mentre un turismo irrispettoso e ignorante deturpa la Grecia di oggi: l’opera si chiude infatti con il suicidio plateale di Pamyra mentre alle sue spalle si vede il Partenone con l’Acropoli di Atene ricoperta di sacchi d’immondizia e in fondo una orribile pozza di sangue. Si ha però questa impressione: piuttosto che rischiare l’accusa di islamofobia la governance registica preferisce l’autocondanna della civiltà occidentale che distrugge se stessa con il mondo classico alle sue spalle.

Le siège de Corinthe (1826) segna il debutto di Gioachino Rossini nell’opera in lingua francese a Parigi. Derivato dal precedente Maometto II, il lavoro adatta lo stile del bel canto italiano ai gusti del pubblico francese: la vocalità si fa più declamata e drammatica, l’orchestrazione si arricchisce di timbri solenni, c’è una sezione destinata alla danza e il coro assurge a protagonista monumentale, incarnando il dramma collettivo e lo spirito patriottico dei greci assediati. Il trattamento vocale dei ruoli impervi trasfonde l’agilità belcantistica in una forte tensione tragica e declamatoria consona alla tragedie lyrique francese.

L’opera è stata scelta per inaugurare la 47ª edizione del Rossini Opera Festival con la direzione di Carlo Rizzi. Il cast principale della produzione comprendeva:

Mahomet II: Adrian Sâmpetrean, Pamyra: Vasilisa Berzhanskaya, Néoclès: Maxim Mironov, Cléomène: Matteo Roma, Hiéros: Simón Orfila, Ismène: Anna-Doris Capitelli, Omar: Giuseppe De Luca, Adraste: Tianxuefei Sun.

Le coreografie erano curate da Erika Rombaldoni.

La Berzhanskaya è stata la vera trionfatrice della serata: soprano fenomenale per solidità tecnica, ampiezza vocale, padronanza delle agilità e varietà di accenti nel tracciare la complessa evoluzione del personaggio.

Sul versante maschile Mironov ha convinto di più alla fine nell’aria Avançons… Grand Dieu graziea una certa eleganza stilistica e a un timbro vocale ad oggi più corposo e maturo. Non c’era però il dovuto divario vocale tra Neoclés (tenore contraltino) e Cléoméne (baritenore) e anche Roma faceva pensare a un’attuale condotta tecnica della voce tenorile che non sale più in acuto coprendo i suoni ma li sbianca.

Il basso Sâmpetrean in Mahomet si è imposto vocalmente e con una presenza scenica atletica nello scalare le impalcature; il basso-baritono ha offerto una prova autorevole facendosi apprezzare in particolare per la gestione delle agilità ben sgranate e dotate del dovuto mordente drammatico. Orfila, da buon antagonista ideale dell’opera, ha guidato con la stessa incisività di un corifeo tragico il Coro del Teatro Ventidio Basso che si è dimostrato solido e autorevole a sostenere la dimensione collettiva e drammatica dell’opera.

La Capitelli in Ismene ha brillato per ricchezza di mezzi vocali da mezzosoprano di primo piano specialmente nell’introduzione ai ballabili.

De Luca (Omar) e Tianxuefei Sun (Adraste) hanno completato con professionalità e valida espansione vocale il cast delle parti di fila confermando una consuetudine positiva con il palcoscenico pesarese che ha cura di impiegare voci di spessore anche per i non protagonisti.

Carlo Rizzi

Della direzione di Rizzi sul podio dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna si apprezzava la concertazione solenne, capace di esaltare la monumentalità e l’architettura della partitura francese senza perdere il senso del dettaglio sinfonico e valorizzando con particolare successo i momenti marziali e rituali.

Nel complesso, la compagnia vocale è stata di livello medio alto, capace di reggere l’impegnativo rigore filologico e le particolarità stilistiche dell’opera francese di Rossini.

Un ensemble di danzatori particolarmente attivo e dinamico sulla scena, non si è limitato al tradizionale divertissement del secondo atto, ma è stato coinvolto in modo continuativo nell’azione drammatica in dialogo con movimenti scenici del coro e dei solisti arricchendo la cifra spettacolare del grand-opéra rossiniano. Le coreografie della Rombaldoni e le prove del corpo di ballo sono stati tra gli elementi più lodati e applauditi dell’intera produzione.

Le luci di Nicolas Bovey contendevano la narrazione visiva con le proiezioni video.

Alla fine, generosi applausi per tutti.

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