Intervista al regista Marco Bonini sul film “Se ami qualcuno dillo”


a cura di Francesca Bruni

30 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Marco Bonini, raggiunto al telefono, torna a raccontarsi a Musiculturaonline con “Se ami qualcuno dillo”, il suo primo lungometraggio da regista: un dialogo sull’eredità emotiva dei padri, sulle contraddizioni del maschile e sulla possibilità di imparare ad amare.

Marco Bonini (ph Adolfo Franzò)

Quando lo avevo intervistato lo scorso giugno (https://www.musiculturaonline.it/intervista-allattore-sceneggiatore-regista-e-scrittore-marco-bonini/), Marco Bonini aveva parlato del cambiamento come di una possibilità concreta, da coltivare attraverso la conoscenza di sé e la disponibilità a mettere in discussione le proprie abitudini. In quella conversazione, tra cinema, teatro e scrittura, era già emersa una riflessione sull’identità maschile e sulla difficoltà di dare voce alle emozioni. Torniamo oggi a dialogare con lui per approfondire questi temi attraverso Se ami qualcuno dillo, il suo primo lungometraggio da regista, tratto dall’omonimo romanzo (https://www.musiculturaonline.it/se-ami-qualcuno-dillo-di-marco-bonini-esce-oggi-nei-cinema/).

Al centro del film c’è Sergio, interpretato da Edoardo Leo, un uomo costretto a confrontarsi con ciò che ha ricevuto in eredità e con ciò che, a sua volta, rischia di trasmettere. Il rapporto fra padri e figli si intreccia alle relazioni con la compagna Gabriella e l’ex moglie Alba, interpretate rispettivamente da Claudia Gerini e Giovanna Mezzogiorno: presenze alle quali Bonini ha voluto dare maggiore spazio rispetto al libro, allargando lo sguardo sulle conseguenze di una stessa incapacità affettiva.

Passato, presente e futuro convivono in un “tempo verticale” nel quale la memoria continua ad agire sulle scelte dei personaggi. Anche i luoghi partecipano al racconto, custodendo i richiami a una tradizione cinematografica che Bonini riconosce come parte della propria formazione.

In questa intervista il regista racconta il passaggio dalla pagina allo schermo, il legame personale che ha guidato la scelta di Edoardo Leo e la responsabilità individuale di fronte ai condizionamenti culturali. Ne emerge una riflessione sul patriarcato come prigione emotiva anche per gli uomini e su un cambiamento che prende forma nell’intimità della vita quotidiana, là dove riconoscere le proprie fragilità diventa il primo passo per incontrare gli altri.

INTERVISTA

Il tempo verticale è uno degli elementi più affascinanti del tuo primo film Se ami qualcuno dillo: passato, presente e futuro sembrano convivere, condizionando tre generazioni di uomini. Quanto è difficile spezzare questa continuità e liberarsi dall’eredità emotiva dei propri padri?

È molto difficile, un lavoro complicato perché non si vedono tutti gli angoli, tutte le cerniere, tutti gli elementi che ti sono stati passati e quindi è difficile combattere contro un nemico invisibile.

Nel film il patriarcato appare anche come una prigione per gli uomini stessi. Secondo te, la difficoltà maschile di esprimere i sentimenti è ancora un retaggio culturale oppure oggi è diventata una responsabilità individuale?

Tutte e due, è sicuramente un retaggio culturale, e lo spiego anche nel libro “Maschi si salvi chi può”, diciamo il percorso antropologico e ogni eredità culturale è una responsabilità personale. È vero che siamo condizionati ma siamo anche in grado di decidere, c’è il libero arbitrio per cui siamo in grado di reagire. Sull’efficacia di questa reazione c’è sicuramente una tendenza generale che può aiutare se si crea un movimento sociale, però poi ognuno deve farlo da solo; non è una battaglia che si vince in piazza, questa è una battaglia che si vince a casa, in camera da letto, al bagno, in cucina.

Il protagonista deve quasi perdere sé stesso per imparare ad amare. È una provocazione narrativa oppure pensi che, talvolta, per cambiare profondamente sia necessario mettere in discussione tutto ciò che crediamo di essere?

L’operazione, diciamo, terroristica che fa il mio protagonista, e mi auguro, come dire, una provocazione, spero non sia necessario passare per appunto per la morte, perché lui passa per la morte, per rinascere; in qualche modo, a livello simbolico, certo che dobbiamo, lo diceva anche la psicanalisi, uccidere i nostri genitori per diventare noi stessi.

Nel film emerge un’attenzione particolare ai luoghi della memoria cinematografica, fino al richiamo a Mamma Roma di Pasolini. Quanto è importante per te che le ambientazioni non siano semplici scenografie, ma diventino parte integrante del racconto e della sua dimensione emotiva?

Beh, è fondamentale, nel senso, la differenza che c’è tra la vita e l’arte è che l’arte deve essere significante, la vita è spesso insignificante, per cui è molto importante che all’interno di un mondo creato in un’ora e mezza, un’ora e quaranta, tutto parli; quindi, è importante che parlino i costumi, la fotografia, la musica e anche la scenografia. In particolare, quello che ho cercato di far dire alla mia scenografia è intanto di dire che viene da una tradizione che non è soltanto la tradizione patriarcale ma anche una tradizione critica, quella della commedia all’italiana, e quindi Pasolini piuttosto che Scola, Monicelli, Fellini, insomma… i grandi maestri del cinema italiano sono spesso maestri di commedia, una commedia particolare, come è quella all’italiana, io volevo in qualche modo dire implicitamente che ho studiato su quei testi.

Finalmente sei riuscito a concretizzare il tuo sogno, ovvero realizzare il tuo primo lungometraggio, Se ami qualcuno dillo; perché hai deciso di far interpretare il ruolo di tuo padre proprio all’attore Edoardo Leo?

In realtà non volevamo farlo, lui soprattutto non voleva farlo, proprio perché sembrava troppo una “roba” psicanalitica interna alla famiglia e invece poi ha capito cioè abbiamo capito insieme che proprio quello era l’unico modo per farlo ma non perché ci fosse un elemento psicanalitico ma perché lui l’aveva visto e quindi per interpretarlo, siccome è un personaggio come avete visto molto bizzarro, molto borderline, che può sembrare quasi incredibile, solo chi l’aveva visto veramente sa che ciò che abbiamo messo in scena è il 20 per cento della follia del personaggio. È una versione diciamo edulcorata della realtà; non l’abbiamo aumentata, l’abbiamo diminuita.

Ci racconti del lavoro di trasposizione dal libro al film?

Il lavoro principale che ho fatto è quello di cambiare l’età del protagonista (Sergio, interpretato da Edoardo Leo ndr) e di cambiare le proporzioni dei personaggi, nel senso che i personaggi interpretati da Claudia Gerini (Gabrielle, la compagna di Sergio ndr) e Giovanna Mezzogiorno (Alba, l’ex moglie di Sergio, ndr) nel libro sono molto secondari e tutto il fuoco è concentrato sul rapporto padre figlio; invece, siccome quei personaggi mi piacevano molto, però avevano poco spazio, ho pensato: nella trasposizione cinematografica voglio raccontare di più di queste donne e metterle su un unico asse, insieme al figlio, perché quel problema non condiziona solo il rapporto padre figlio ma condiziona tutte le relazioni anche non amorose, nel senso che lui ha un problema con l’ex moglie, un problema con la compagna, in tutte le relazioni c’è un problema che ha la stessa causa.

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