La Scala apre col botto del “Don Carlo”


di Alberto Pellegrino

16 Dic 2023 - Commenti classica

Un bellissimo “Don Carlo” di Verdi, diretto da Riccardo Chailly, per la regia di Lluìs Pasqual, apre la stagione lirica 2023/2024 del Teatro alla Scala di Milano.

(Ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala)

L’Inno d’Italia

Una bellissima edizione del Don Carlo quella che il 7 dicembre 2023 ha inaugurato la stagione lirica del Teatro alla Scala, ma si può dire che sia stata una facile vittoria, visto il cast stellare degli interpreti e la guida dell’orchestra affidata a uno straordinario direttore come il M° Riccardo Chailly, che ha privilegiato il melodramma rivisto da Verdi nel 1884, dando una rilettura puntuale e raffinata dello spartito, nel quale il maestro di Busseto abbandona praticamente il Grand Opéra del 1867 (già innovativa rispetto alla precedente produzione verdiana) per fornire un esempio di moderno teatro musicale, dove musica, canto e testo costituiscono un unico tessuto narrativo e rappresentativo, che richiede un notevole impegno interpretativo a orchestra e cantanti. Chailly ha deciso di portare sulla scena l’edizione del 1884 che impone una bravura totale nell’orchestrazione e giusta attenzione filologica richiesta da un compositore che è ormai nel pieno della sua maturità artistica.

Chailly ha detto: “Questa versione è stata pensata espressamente per il Teatro alla Scala: Verdi la definiva una versione con più concisione e con più nerbo…La dominante timbrica di questa partitura passa dal fasto all’oppressione della corte spagnola: dal colore locale come nella canzone della Contessa di Eboli del primo atto all’oppressione del popolo, momento grandioso nell’orchestrazione di Verdi per il colore strumentale. Sono due i momenti che prediligo: nel primo atto l’incontro tra Rodrigo e Filippo e nel terzo lo scontro tra Filippo II re di Spagna e l’Inquisitore”.

Gli interpreti

Una bravissima Anna Netrebko, ormai stella di primo piano del panorama lirico internazionale, ha disegnato il personaggio di Elisabetta di Valois con intensità passionale e la consueta eleganza vocale; il grande mezzosoprano lettone Elina Garancia ha interpretato la Principessa di Eboli con un efficacissimo mixage di amore-odio-pentimento che ha toccato il suo vertice nell’aria Oh don fatale accolta da un fragoroso applauso. Francesco Meli è il tenore di scuola italiana dalla voce più affascinante e anche in questo caso ha interpretato il personaggio di Carlo con grande maestria, sia nei recitativi sia nei duetti per concludere alla fine con uno splendido Ma lassù ci rivedremo. Luca Salsi è attualmente il numero uno tra i baritoni italiani e ha saputo conferire spessore umano al personaggio-chiave di Rodrigo, chiudendo in bellezza con l’aria O Carlo ascolta…ma lieto in core. Infine, non scopriamo oggi che Michele Pertusi è un basso eccezionale, dotato di una tecnica “mostruosa” che gli ha permesso di arrivare alla fine dello spettacolo nonostante il mal di gola, una voce straordinaria che ha raggiunto il punto più alto nell’interpretazione della celebre aria Ella giammai m’amò!.

L’edizione verdina del 1884

Nella nuova versione di Don Carlo il compositore continua a rispettare l’argomento del libretto del suo amato drammaturgo Frederich Schiller (del quale aveva già messo in musica Giovanna d’Arco, I Masnadieri e Luisa Miller) e prende ispirazione da questo monumentale capolavoro teatrale per portare sulla scena complesse psicologie e forti contrasti sentimentali che si agitano nella profondità dei personaggi. Sono passati circa 20 anni dalla nascita dell’opera e Verdi si rende conto che la società e la cultura sono nel frattempo profondamente cambiati: la “nuova musica” preme alle porte e sta provocando il superamento del melodramma romantico; lo stesso romanticismo deve fare i conti con il “maledettismo” alla Baudelaire, con il naturalismo di Zola e con il decadentismo. In Italia si è affermata la Scapigliatura e si sta facendo strada il Verismo di Verga e Capuana. Nuovi compositori salgono sulla scena italiana ed europea, tanto che lo stesso Verdi nel 1887 creerà il capolavoro di Otello, avvalendosi di una grande libretto scritto da Arrigo Boito.

In questo Don Carlo del 1884 rimane la cornice storica della prima stesura con la guerra tra la Spagna e i ribelli protestanti delle Fiandre, la solitudine e la crudeltà del potere assoluto¸ il rigore moralistico e ossessivo della Controriforma, le ingerenze politiche dell’Inquisizione, una conseguenza dello stretto legame “trono-altare” vissuto nel segno del fanatismo religioso e della volontà di potere da parte della Chiesa.

Viene conservato il carattere dell’Infante di Spagna sostenitore del libero pensiero e dell’indipendenza dei popoli in contrasto con la ragione di Stato incarnata dal padre-re Filippo II, che tuttavia mostra i limiti del suo animo tormentato da un amore impossibile che ha condannato una giovane principessa a un matrimonio senza amore, mentre sullo sfondo si agita l’ombra di un conflitto edipico tra padre e figlio innamorati della stessa donna. Rimane vivo il tema di un’amicizia nobile e disinteressata tra Carlo e Rodrigo, cementata dalla comune passione patriottica e dalla volontà di difendere i diritti del popolo fiammingo.

La riduzione a quattro atti dai cinque iniziali obbliga il “taglio” del primo atto ambientato nella Foresta di Fontainebleau con la perdita dello splendido duetto d’amore tra Don Carlo e la principessa Elisabetta di Valois, la soppressione di alcuni balletti e di qualche scena ritenuta minore. Con l’adozione di un linguaggio musicale più moderno e innovativo rispetto alla tradizione melodica italiana, Verdi introduce con nuove armonie cromatiche, forme flessibili, ricchi effetti orchestrali, approfondisce il dramma interiore dei vari personaggi, rafforzandone quella forza introspettiva capace di far emergere ogni sfumatura psicologica.

La regia dello spagnolo Lluìs Pasqual

È ormai una tradizione, durante le prime alla Scala, contestare le regie anche quando sono belle e innovative, per cui viene da pensare che questo pubblico sarà pure formato da competenti melomani, ma possiede una scarsa cultura teatrale necessaria per “leggere” quale interpretazione dare oggi al melodramma ormai visto come una forma di teatro in musica. Nell’assegnare il voto di 4.5 l’opinione dei presenti non tiene nel dovuto conto il lavoro di un regista che ha alle spalle una lunga carriera teatrale e che (in gioventù) è stato assistente-discepolo di Giorgio Strehler.

Lluìs Pasqual, al contrario, ha realizzato un progetto registico che si è mostrato coerente e funzionale con la messa in scena di questo Don Carlo e ha sostenuto che in questa opera Verdi ha voluto evidenziare “i temi che gli stanno più a cuore: il desiderio di libertà nell’amore, la relazione padre-figlio, la difesa degli oppressi, la lotta fra Stato e Chiesa, simboleggiata dallo scontro tra il re e il Grande Inquisitore, momento-chiave di questo capolavoro…[mostrare] le crepe di chi sta al comando”.

Per poter rappresentare in modo funzionale i molteplici ambienti e le diverse situazioni di un’opera così complessa, il regista ha chiesto allo scenografo Daniel Bianco d’ideare una scena molto lineare, dominata da una torre centrale capace di ruotare su se stessa e trasformarsi nei diversi luoghi dell’azione: dalla stanza di Filippo II ai giardini reali, dai sotterranei con le tombe reali alle carceri segrete. La torre è stata realizzata in alabastro: “un materiale – ha detto Pasqual – ispiratoci dalla cattedrale gotica della città spagnola di Toro…[che] non è nero né bianco e riflette bene i più svariati toni di luce. Si usa sia nell’architettura religiosa sia in quella civile e vi si stagliano sopra in maniera ideale le ombre, molto presenti nel Don Carlo, dove tutti spiano tutti”.

Il progetto luci di Pascal Merat ha contribuito a creare le giuste atmosfere a seconda il variare delle situazioni, mentre Franca Squaciapiano ha disegnato costumi di raffinata eleganza con numerosi riferimenti alla pittura di Velasquez e con il prevalere del colore nero (pur con diverse sfumature), non solo per sottolineare il clima oscurantista della Spagna fine Cinquecento, ma anche per ricordare che i costosissimi velluti neri rappresentavano uno status symbol di ricchezza e di potenza.

La regia ha risolto con originalità la rappresentazione del celebre e cupo Autodafè senza ricorrere a una macabra esibizione di roghi e di sangue, ma attraverso l’esplorazione di quanto avviene all’interno dei palazzi del potere con la solenne vestizione dei due sovrani, l’incedere di monaci e sacerdoti, il rapido passaggio di torturati eretici fatti precipitare nella “fossa dei serpenti” per concludersi con un giro della torre che fa apparire una sontuosa pala d’altare dorata con al centro, al posto di Dio o di un santo, uno statuario Filippo II che indossa una corazza d’oro come massimo trionfo della sovranità. A proposito di questa cerimonia pubblica legata alla tradizione dell’Inquisizione spagnola, il regista ha dichiarato: “Di solito nel Don Carlo quel quadro è una sfilata di pompose autorità ecclesiastiche condita da croci preziose, reliquie dorate, gioielli lucenti…io mi avventuro dietro le quinte del mega-show, portando gli spettatori a guardare la preparazione occulta di un evento di propaganda”.

Se proprio si vuole trovare un punto debole di questa messa in scena, va cercato nella realizzazione della scena-chiave dell’incontro tra Filippo II e la morbosa, terribile, inquietante presenza del Grande Inquisitore che pretende dal re il sacrificio del marchese di Posa in nome della ragione di Stato. Si sarebbe dovuto assistere allo scontro tra due colossi del potere, ma in questo caso Pertusi ha retto con grande maestria il ruolo del re, mentre il giovane basso coreano Jongmin Park è stato al di sotto delle aspettative, avendo disegnato un personaggio statico e privo dei necessari bagliori drammatici; lontano dalle tensioni visionarie di El Greco, dal sinistro personaggio di Jorge nel Nome della rosa di Eco, dall’inquietante e cinico protagonista della Leggenda del Grande Inquisitore, inserita da Dostoevskij all’interno del suo grande romanzo I fratelli Karamazov.

Tag: , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *