La Mia Generazione Festival: la musica si adatta, ma non si ferma


di Chiara Bartolozzi

14 Ott 2020 - Commenti live!

ph. Andrea Mangialardo

Il Covid non ferma la musica, ma le dà una nuova forma. Il festival “La Mia Generazione”, ideato dal direttore artistico Mauro Ermanno Giovanardi, ha riunito alcuni tra i cantanti di punta dell’ultimo ventennio per portare avanti la tradizione dell’offerta culturale che ha detto no alla retorica e alla nostalgia.

Nei giorni 12 e 13 settembre si è svolta la terza edizione de “La mia generazione Festival” con due giorni di eventi culturali e musicali organizzati ad Ancona alla Mole Vanvitelliana e al Teatro delle Muse a fargli da sfondo.

Da un’idea di Mauro Ermanno Giovanardi e con la sua direzione artistica, si sono susseguiti importanti nomi della musica a partire dalla mattinata del sabato che ha visto protagonisti Cristiano Godano, Vasco Brondi, Motta, Lucio Corsi e i Perturbazione e nella serata di domenica le esibizioni di Vinicio Capossela, Brunori Sas e Ghemon.

Noi di Musiculturaonline abbiamo partecipato agli eventi del 12 settembre accolti dal fermento degli addetti ai lavori che, nonostante le misure previste anti-Covid19, sono stati presenti e molto disponibili per indicare le varie procedure da seguire e mettere tutti in condizione di partecipare ai vari appuntamenti senza intoppi e in piena sicurezza.

LE INTERVISTE

Il primo evento è stato il talk delle 18.30 moderato dal giornalista e discografico Emiliano Colasanti che ha visto il cantautore Vasco Brondi parlarci de “Il Tempo Sospeso”. Durante l’intervista-dibattito l’artista ha raccontato la sua esperienza durante il lockdown e di come la necessità di fermarsi e interrompere le usuali attività abbia influenzato il suo lavoro sia in termini artistici che quotidiani. Esiste un nomadismo intrinseco nell’anima degli artisti, perché sono portati a spostarsi, a vivere visceralmente i luoghi e le persone con cui entrano a contatto. La pausa ha fatto sì che durante quel tempo sospeso si tornasse a sentire anche il corpo, pacificarsi con lo stesso e riflettere sul significato della musica e del valore che ha per chi la crea e per chi ne gode. Vasco ha definito la musica un “anticorpo” per “il sistema immunitario dell’anima”. Infatti, per lui l’arte – e in particolare il punk, che è parte delle sue origini come musicista – è stata una salvezza. A tal proposito la sua riflessione si è spostata sui grandi nomi che hanno segnato il genere durante gli anni ’90 e che hanno generato i “maestri sbagliati” (basti pensare al club dei 27). Per lui c’è una grande importanza nel seguire modelli di imperfezione, umani, che permettano l’accettazione della nostra umanità, della nostra finitezza e dei nostri limiti. Da questa urgenza è nato “Talismani per tempi incerti”, che è stata l’alternativa allo stop da lui ideata. Mentre tutti si fermavano, l’artista ha portato in giro per l’Italia un piccolo spettacolo di musica e letteratura (a cui noi abbiamo avuto il piacere di partecipare quando il mini-tour si è fermato per una data a Villa Vitali a Fermo). Per Vasco l’estate 2020 è stata comunque densa di emozioni e un momento per ritrovare le 4D e “la potenza di essere vicini adesso” dopo quei mesi in cui era possibile farlo solo attraverso l’uso dei social con tutti i suoi limiti. A conclusione del suo intervento ha suonato e cantato tre suoi pezzi: Gli scafisti e Coprifuoco dal suo album “Terra” e Un bar sulla via lattea da Costellazioni.

A seguire, sul piccolo palco della Sala delle Polveri è arrivato Francesco Motta per presentare Vivere la musica, il suo nuovo libro edito da il Saggiatore. La scrittrice e giornalista Giulia Blasi ha moderato la chiacchierata che ha messo a nudo Motta, infatti il pubblico ha potuto apprezzare una versione molto dolce e riflessiva dell’artista. Il cantautore è stato invitato dalla sua intervistatrice a parlare della sua infanzia e della sua esperienza con il calcio quando aveva 8 anni. Per lui il calcio è un po’ la prima metafora del suo approccio alla musica. Come per prepararsi bene alla partita della domenica occorre allenamento, lo stesso vale per la musica. Sono poi passati così a discutere del cambiamento radicale che Francesco ha subito passando da un’anima punk – con modello Kurt Cobain – a una versione più disciplinata grazie alla band (prima della sua carriera solista, Motta faceva parte del gruppo buskers dei Criminal Jokers). Una bellissima riflessione dell’artista riguarda l’approccio alla musica di oggi. Ha portato come esempio l’album d’esordio “When we all fall asleep, where do we go?” dell’artista emergente in vetta alle classifiche da qualche anno Billie Eilish, che lei ha registrato con suo fratello e che riporta un po’ il concetto del “fare musica” al suo stato grezzo – e ha citato di nuovo i Nirvana – cioè l’incontrarsi in sala prove e percepire e vivere visceralmente ciò che si sta suonando. Infatti, l’opinione dell’artista è che oggi si rifletta molto di più sul “dover arrivare” piuttosto che sul voler suonare e basta, per il puro piacere di farlo. C’è tutto un mondo intorno alla “saletta”, al condividere un’esperienza che per certi aspetti è una condivisione intima e introspettiva. Ad oggi è molto semplice fare musica, perché la tecnologia ci aiuta molto. Motta ha infatti ricordato che per il suo primo disco “La fine dei vent’anni” (completamente registrato dove viveva) suonava in casa la darabouka. Motta ha anche raccontato qualcosa della sua famiglia e del modo in cui ha approcciato la musica. Sua sorella è musicoterapeuta e lui si è avvicinato alla musica attraverso il metodo Yamaha, quando lui cantava Perdere l’amore mentre suonavano il piano. Ma la consacrazione al suo futuro da cantante è arrivata quando sua madre, durante una serata in cui l’aveva accompagnato a un concerto gli ha (pre)detto che il suo destino sarebbe stato davvero quello di stare su un palco. A questo punto ha cantato il primo di tre brani in acustico solo chitarra di La fine dei vent’anni, restituendone una versione che mi è sembrata molto più consapevole e matura. Ho avuto il piacere di ascoltare Francesco Motta altre volte dal vivo e questa è stata la prima volta in cui più che un pezzo interpretato per descrivere il presente, aveva più il sapore di un ricordo nostalgico. Qualcosa che sai essere tuo e ripeschi dallo scrigno della memoria per metterlo a disposizione di chi ti ascolta. Riprendendo l’intervista ha continuato dicendo che ora suonare da solo gli sembra strano perché la sua band è la sua vita e non riesce più a immaginare la musica con lui da solo sul palco; percepisce le sue canzoni come se stesse suonando delle “cover”. C’è un radicale cambio di prospettiva in chi scrive e canta canzoni, che arriva con la crescita. Gli anni passano e occorre mettere dei paletti ben definiti per capire che fase della vita si stia vivendo, qual è l’età che si sta attraversando e dove si vuol andare. Infatti commenta i suoi due dischi dicendo che nel primo non capiva esattamente quale fosse il suo posto nel mondo e nel secondo il tema trainante si divideva tra il guardare indietro facendo una retrospettiva su ciò che è stato già fatto e il fare un salto in avanti, immaginando il futuro. Ha quindi lanciato un ammiccante suggerimento sul suo terzo disco, in produzione, dove il tema centrale sembra essere il futuro e immaginare delle cose. L’intervistatrice gli ha poi fatto una domanda a proposito della sua partecipazione a Sanremo e per l’artista l’esperienza è stata singolare in quanto “sei solo e hai parecchia strizza”. Ha anche condiviso un aneddoto simpatico dicendo che Riccardo Sinigallia (co-produttore del primo album di Motta) lo aveva messo in guardia dicendo: “Se per caso hai una caccola, sei ‘il caccola’ per tutta la vita.” Questo pensiero lo ha accompagnato durante tutta la durata della manifestazione. A proposito del Festival di Sanremo ha anche espresso un suo personale parere a proposito del significato della canzone con cui ha partecipato affermando che non crede nella necessità di spiegare eccessivamente il significato dei pezzi che si suonano.  Ha quindi cantato Dov’è l’Italia. È stato interessante notare la trasformazione che il cantante ha subito negli anni. La sua musica arriva sempre dritta al cuore e, proseguendo con l’intervista, è stato palpabile quanto l’artista si sia un po’ spogliato dei suoi vecchi panni selvaggi alla ricerca di una certa leggerezza e sobrietà. È come se prima non sapesse bene come dovesse comportarsi nel mondo e anche nella sua vita, mentre ora vuole trovare una connessione e un modo di vivere al meglio, eliminando il superfluo. “La musica mi ha già salvato. Ora sto lavorando per far essere la musica il mio migliore amico.” C’era infatti una relazione conflittuale dalle dinamiche insane con i suoi genitori. Utilizzava la musica per comunicare se stesso e le cose che avrebbe tanto voluto dire. Ora invece prima parla con i suoi e poi ci scrive una canzone. A tal proposito Giulia Blasi gli ha chiesto di suonare Mi parli di te, dal suo secondo album “Vivere o Morire” che è un pezzo toccante ed incredibilmente intimo in cui Francesco Motta dialoga con suo padre e cerca di rammendare un rapporto che sembra basarsi sulla lontananza emotiva, ma che in realtà è solo annebbiato dall’incomprensione che emerge tra due persone che dovrebbero solo imparare a comunicare più apertamente e con più accoglienza da entrambe le parti.

I CONCERTI

La prima giornata del festival è proseguita con i concerti all’interno della Mole Vanvitelliana dove si sono esibiti Lucio Corsi e i Perturbazione.

Massimo Cotto, presentatore della serata ha introdotto gli ospiti sottolineando che gli appuntamenti di quest’anno non volevano limitarsi a creare un festival della retorica e della nostalgia e ricordando che la musica è condivisione. Citando Jodorowsy “Il primo passo non ti porta dove vuoi, ma ti toglie da dove sei.” e Lao Tsu “Un viaggio di mille miglia comincia con un solo passo” ha voluto infondere speranza a tutti i presenti perché occorre andare oltre tutte le fatiche e le problematiche per continuare a creare momenti di felicità condivisa attraverso un canale comune come la musica.

Rivelazione della serata è stato Lucio Corsi: un fantastico folletto amante delle storie che narra nelle sue strofe e dello stile glam rock. Trasformista anacronistico, un mix del più fine glitter rock e il cantautorato dei tanto amati Ivan Graziani, Lucio Dalla e Paolo Conte. Sorprendente, si è presentato sul palco con un cappello viola a tesa larga che gli copriva quasi del tutto il viso, una maglia aderente trasparente, jeans a zampa e le scarpe cosmiche: camperos argento. Follia. Eppure il tutto è stato assurdamente perfetto. Sembrava di rivedere un po’ David Bowie, non fosse che il ventiseienne Lucio Corsi mostra dei bellissimi capelli lunghi lisci. Un paroliere, creatore di filastrocche che sono in grado di unire la fiaba, il sogno, la realtà, le nostre emozioni più profonde e i quesiti esistenziali. La band che lo ha accompagnato ricordava proprio l’insieme di un gruppo di “scappati di casa”, ma è proprio questo che li ha resi unici e ancora più intriganti sia per il loro stile che per la loro bravura come musicisti.

Setlist del concerto:

  1. Freccia bianca
  2. L’orologio
  3. Trieste
  4. Cosa faremo da grandi?
  5. Amico vola via
  6. La ragazza trasparente
  7. Senza titolo (Una canzone di 1347 parole)
  8. Medley Maremma amara (canto popolare) e Non andar più via (Lucio Dalla)
  9. Il lupo
  10. Bufalo Bill (Francesco De Gregori)
  11. Altalena Boy

Lucio Corsi è in grado di rievocare immagini che sono facilmente associabili a scene quotidiane e che sono cucite con un ricamo sottile ai quesiti universali che ognuno affronta ogni giorno. Ogni scena è descritta come una poesia e l’amore per tutto ciò che canta è espresso da ogni singola scelta linguistica, talvolta anche ambigua, ogni minima nota si sposa per assonanza o antitesi con il testo di ogni pezzo. L’artista ci racconta la realtà che vive, ma anche il suo mondo interiore. Il suo cuore è in bella mostra davanti a tutto il pubblico, raccontato attraverso piccole e preziose tessere di puzzle che creano un grande quadro. Ognuno di noi può ritrovare un pezzetto di sé tra le pieghe di ogni canzone. La vita è narrata con leggerezza così come la si descriverebbe a un bambino, stimolando la fantasia e l’immaginazione dell’ascoltatore. Una grande rivelazione e sicuramente un nome che sentiremo ancora negli anni a venire grazie alla sua sensibilità e le sue abilità nel comporre pezzi di finissimo cantautorato italiano.

Il secondo concerto della serata ha portato sul palco allestito alla Mole un gruppo pop rock italiano che ha iniziato la sua attività negli anni ‘90: i Perturbazione. La band ha presentato la loro ultima opera “(Dis)Amore” che si presenta come un concept album dal sapore dolce-amaro con le sue 23 tracce in cui viene descritto il percorso che una storia d’amore fa da quando nasce a quando muore. Sono descritte alla perfezione le prime fasi del gioco, della passione, dell’incontro fatale, per poi passare ai dubbi e alle incertezze che si presentano al presentarsi di sentimenti forti che possono essere sia fonte di nutrimento che di distruzione. L’amore e il dolore si fondono e sono visti da un punto di vista adulto nella loro concretezza e dualità. Impossibile definire dove inizi l’uno e dove finisca l’altro nonostante ci si accorga, mettendo insieme le parole dei vari testi, che la separazione sarà teatrale quanto inevitabile. Non conoscendo il gruppo ho avuto modo di farmi un’idea a pelle. Si percepisce chiaramente un’esperienza diversa e un approccio musicale viscerale per quanto riguarda la potenza dei sentimenti in ogni loro minima sfumatura, ma non per questo lasciato al caso. Tutto è pensato e soppesato al dettaglio e i temi affrontati nei testi e la musicalità che accompagna le parole corpose, talvolta crude, rispecchiano un’esperienza di vita matura.

La setlist:

  1. Le spalle nell’abbraccio (da Disamore)
  2. Le regole dell’attrazione (da Disamore)
  3. Mostrami una donna (da Disamore)
  4. Le sigarette dopo il sesso (da Disamore)
  5. Silenzio (da Disamore)
  6. Chi conosci davvero (da Disamore)
  7. Agosto (è il mese più freddo dell’anno) (dall’album “In Circolo”) – questa canzone è stata particolarmente apprezzata dal pubblico che ha accompagnato il frontman in più passaggi della canzone. Il brano compie 18 anni quest’anno ed è di certo apprezzato per la profondità del testo che richiede una certa sensibilità e una pelle molto sottile per assaporarne ogni sfumatura.
  8. Nel mio scrigno (da Pianissimo fortissimo)
  9. Io mi domando se eravamo noi (da Disamore)
  10. L’unica (inclusa nella riedizione del disco “Musica X”) – è la canzone che i Perturbazione hanno presentato durante l’edizione 2014 del Festival di Sanremo
  11. Le Assenze (da Disamore) – è la canzone che conclude l’album

Encore 1:

  1. Del nostro tempo rubato (dall’omonimo album)
  2. Buongiorno buona fortuna (la versione in studio è in featuring con Dente – dall’album “Del nostro tempo rubato”)

Encore 2: Incontro di Francesco Guccini – versione con accompagnamento sola chitarra

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