Intervista all’attore, sceneggiatore, regista e scrittore Marco Bonini
a cura di Francesca Bruni e Vincenzo Pasquali
22 Giu 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste, Libri
Abbiamo raggiunto al telefono Marco Bonini, attore, sceneggiatore, regista e scrittore di grande sensibilità. In questa intervista ci ha accompagnati in un viaggio approfondito nel suo universo artistico, tra cinema, teatro, letteratura e società. Esce oggi il suo ultimo libro “Maschi si salvi ci può”, legato ad uno spettacolo teatrale.
(Foto di Adolfo Franzò, dove non indicato)
Attore, sceneggiatore, regista e scrittore, Marco Bonini appartiene a quella rara categoria di artisti capaci di attraversare linguaggi diversi mantenendo intatta la propria identità espressiva. Dallo schermo alla pagina scritta, dal teatro alla regia, il suo percorso è segnato da una costante attenzione alle storie e alle persone che le abitano, con uno sguardo sensibile sulle trasformazioni della società contemporanea.
In questa intervista per Musiculturaonline, Bonini ripercorre le tappe più significative della sua carriera, racconta il rapporto tra scrittura e recitazione, riflette sul valore della cultura nel nostro tempo e condivide pensieri, progetti e prospettive che continuano ad alimentare la sua ricerca artistica. Un dialogo ricco di spunti che ci accompagna nel laboratorio creativo di un autore per il quale narrare significa, prima di tutto, comprendere la complessità dell’esperienza umana.


INTERVISTA
Da attore e scrittore, hai mai sentito conflitto tra il desiderio di interpretare una storia e quello di controllarla attraverso la scrittura?
No, perché molto spesso scrivo pensando a me stesso come interprete. La mia scrittura ha spesso la forma del monologo: anche quando è un romanzo, anche quando è un saggio, mentre scrivo penso sempre quel testo come pronunciato. In qualche modo è un testo orale.
Hai mai avuto il timore che il tuo lato come scrittore non fosse apprezzato data la tua popolarità come attore nel cinema e nelle serie tv?
Sì, questo è un timore che ho avuto e che ho ancora. Nel senso che c’è la tendenza a dividere le due immagini, a pensarmi o come scrittore o come attore. Questa frattura io non la sento, non l’ho mai sentita, però capisco che il pubblico invece la percepisce e spero di riuscire a ricomporre i pezzi, diciamo.
Parallelamente alla recitazione hai sviluppato anche un percorso come scrittore. Quando scrivi, senti di mostrare parti di te che, come attore, restano più nascoste?
No, nel senso che in entrambi i casi ci sono sempre in gioco io. Un artista è lo strumento del suo lavoro. In particolare, le mie emozioni, le emozioni di Marco, sono quelle che presto ai personaggi che interpreto e che presto anche alle storie che scrivo. Quindi, in qualche modo, è come se fosse sempre autobiografico: anche quando gli eventi non sono legati alla mia biografia, sono comunque io a interpretare quel personaggio, sono io a scrivere quella storia.
Hai collaborato spesso con l’attore Edoardo Leo in diverse pellicole come “Smetto quando voglio – Masterclass”, “Smetto quando voglio – Ad honorem”; cosa vi accomuna sia professionalmente che nella vita?
Noi siamo amici da 45 anni. Stavamo nello stesso palazzo, siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto tutte le scelte insieme sostanzialmente. È un’amicizia che dura da così tanto perché siamo molto diversi e siamo entrambi molto curiosi della diversità dell’altro.
Scriviamo insieme: io ho scritto tutti i film di Edoardo insieme a lui. Quello che ci porta la nostra diversità è una certa ricchezza narrativa quando lavoriamo insieme: lui è curioso del modo in cui vedo io il mondo, che per lui è anche un modo bizzarro da certi punti di vista, e io pure sono molto curioso del suo modo di leggere il mondo. Questa reciproca curiosità ci porta a collaborare e a realizzare prodotti artistici, mi auguro, dignitosi.



Molti spettatori ti associano a lavori televisivi molto popolari, ma il teatro è sempre rimasto centrale nella tua vita. Dove senti di essere più “a casa”: sul palco, sul set o davanti alla pagina bianca?
Sono tre piaceri molto diversi, mi piacciono tutti e tre. Forse sono più comodo a casa, davanti al computer: è una cosa che mi sta succedendo anche con l’avanzare dell’età. Fatico sempre di più a stare in mezzo alla gente e quindi la dimensione solitaria della scrivania è una dimensione che mi piace sempre di più. Ovviamente, per il lavoro che faccio, è impossibile non farlo, però forse con l’età mi sta cominciando a pesare di più essere, come dire, fisicamente esposto a tante persone.


Esiste un autore, regista o attore che ha influenzato profondamente il tuo modo di vedere il lavoro artistico?
Sì, certo. Come scrittore, sicuramente Calvino, del quale ammiro la fantasia, la leggerezza, l’ironia e l’aggancio con la realtà. Calvino è un po’ una cosa della commedia all’italiana in generale, che abbiamo sempre avuto, anche Dante in qualche modo ha lo stesso approccio.
C’è quello sguardo della commedia all’italiana che riesce a toccare temi molto importanti, anche molto profondi, attraverso la leggerezza della commedia, dove la comicità emerge da una contraddizione reale e quindi è molto significativa: tu ridi di un problema profondo. Calvino credo che nella narrativa sia quello che l’abbia interpretato meglio. Al cinema, direi tutti i maestri della commedia all’italiana, ma se ne devo proprio citare uno, sicuramente a influenzarmi è stato Ettore Scola.
Nel tuo romanzo “Se ami qualcuno dillo”, del 2019, il tema della possibilità di rinascere emotivamente attraversa tutta la storia. Secondo te le persone cambiano davvero, oppure imparano semplicemente a guardarsi con più sincerità?”
Una bella domanda. Credo che le persone cambino ogni giorno e che il grado di cambiamento sia relativo alle giornate che vivono: se tu vivi sempre giornate tutte uguali è chiaro che non cambierai tanto, ma se ti esponi alla diversità, al cambiamento, quel cambiamento poi diventa abitudine, quindi diventa normale e diventa profondo.
Il vantaggio di noi esseri umani è che siamo mimetici e ripetitivi in qualche modo: noi impariamo imitando e ripetendo l’imitazione. Impariamo così a scrivere, a leggere, a cantare, a ballare, a guidare e anche a vivere, in qualche modo. Quindi, se noi imitiamo quando nasciamo, iniziamo imitando i nostri genitori; se poi però quell’esposizione a quei genitori diventa meno insistita, o se quei genitori sono abbastanza forti da cambiare loro stessi, allora sì che si cambia.
Credo che si possa cambiare: bisogna volerlo fare, bisogna avere la curiosità di cambiare, di cercare qualcos’altro. Ma si può fare, e si fa attraverso la conoscenza di sé stessi, nel senso che dobbiamo capire chi siamo, da dove vengono i nostri comportamenti, per decidere di cambiarli.
Tra l’altro, “Se ami qualcuno dillo” è appena diventato un film.


Quando lavori su un personaggio, parti più dall’emotività, dal corpo o dalla parola scritta?
Dipende dai personaggi, anche lì. Ho fatto lavori in tutte e due le direzioni. Io tendenzialmente sono un attore molto fisico: ho studiato per tanti anni danza e credo che la caratterizzazione fisica mi sia rimasta e mi piace molto, mi diverte farlo, per cui lavoro tanto sul corpo. Però ci sono alcuni personaggi che non hanno bisogno di un lavoro eccessivo sul corpo, perché magari sono più mentali e quindi si lavora più sulla parola. Tendenzialmente, quando la parola è molto ricca il corpo è meno necessario; quando la parola è più “normale”, in qualche modo, allora il corpo diventa più importante, perché deve dare originalità, deve comunicare originalità.
Nel tuo ultimo libro “Maschi, si salvi chi può!” tratta un tema di grande attualità, analizzando la figura maschile attraverso figure simbolo tratte dai miti e dalla letteratura. Come pensa possa evolvere il concetto di maschio nella nostra società così permeata ancora dalla paura di perdere potere, che provoca spesso violenza?
Il punto è esattamente quello che hai appena citato, cioè il potere, la gestione del potere e la percezione del potere, perché il patriarcato, lo dico un po’ nel libro anche in modo ironico, è una reazione a un’impotenza, in qualche modo. Nel conflitto tra i generi la donna ha un potere schiacciante rispetto a quello del maschio, perché genera, crea, produce vita. In quella creazione della vita c’è un training che diventa anche un potere: quello dell’accudimento, dell’imparare prima ad occuparci di altro da sé, che è appunto il figlio. E rispetto a questo strapotere femminile, l’uomo l’unica strategia che è riuscito a elaborare è quella di sottomettere la donna per controllare quel potere femminile.
La lotta al patriarcato ci indica una strada più interessante, da un certo punto di vista: invece di soffocare un potere che pensi di non avere, io suggerisco “prova a vedere se quel potere puoi averlo anche tu”.
Quindi non è una remissione di potere, ma è un’acquisizione di potere. E quel potere sta nella capacità di gestione delle emozioni che le donne non hanno innata, ma hanno per pratica, e che anche noi possiamo conquistare attraverso la stessa tecnica, attraverso la pratica e l’intenzione di volerlo fare.
Le emozioni sono un linguaggio, come tutte le lingue si imparano facendo esercizio. Le donne fanno esercizio per mandato biologico, in qualche modo, e quindi apprendono quella lingua per necessità; noi non possiamo farlo per mandato biologico, possiamo però farlo per mandato intellettuale, possiamo scegliere di farlo e acquisire. Imparare a parlare quella lingua è un’esplosione di potenza, non è una remissione di potere, non è una rinuncia, è un allargamento della nostra potenza.
È interessante il fatto che comunque hai documentato questo discorso attraverso dei personaggi incredibili, centrali, anche dando la possibilità a chi magari non è dentro a certe conoscenze — come il concetto di maschio nella Bibbia, agli inizi della Genesi, poi Zeus, Ulisse, un personaggio come Geppetto. Anche gli accostamenti, in qualche modo, nel libro cercano quasi di raccontare una storia di come siamo arrivati a essere come siamo, e allo stesso tempo la possibilità di evolvere, come hai detto.
Esatto, questo è un po’ il motivo per cui l’identità passa per una narrazione: noi siamo ciò che ci raccontiamo di essere. La narrazione passa attraverso i narratori, cioè quelli che ci dicono chi siamo, per cui la Teogonia, la Bibbia, l’Odissea, Calvino… i narratori sono quelli che sintetizzano in una storia parabolica l’identità delle persone. Quindi ho voluto ripercorrere quella storia mitologica per vedere se il problema che abbiamo noi maschi oggi fosse già in nuce in queste narrazioni apparentemente maschilistiche, e ho ritrovato e messo in luce quella contraddizione che, in quel racconto, nessuno aveva visto.
Perché il problema qual è? Che questa atrofia, questa incompetenza emotiva maschile è un problema che i maschi hanno sempre vissuto, perché è come dire: “sei mancino ma non puoi usare la mano sinistra”. Un mancino che non usa la mano sinistra soffre, anche se l’hanno convinto che è sbagliato usarla, perché ha comunque un istinto a usarla. È la società che gli vieta di usarla, quindi quella sofferenza di voler usare la mano sinistra resta lì, e anche se è maschilista sentirà una tensione muscolare in quel braccio. E questo è quello che io sono andato a intercettare all’interno di quei racconti.
Ulisse, che è un racconto meraviglioso, ha un problema che probabilmente Omero aveva individuato, ma che non poteva trattare in maniera palese perché la società glielo impediva. E quindi sono andato a trovare tutte le contraddizioni in questi racconti che conosciamo tutti, per dire che questo problema non è che ce l’abbiamo noi adesso: ce l’abbiamo sempre avuto. E ce l’abbiamo — parto simbolicamente dal racconto delle origini, della Genesi — perché in qualche modo la nostra civiltà parte da lì. Già dal primo racconto c’era un problema che non abbiamo visto, e anche in Zeus c’è un problema che non abbiamo visto. Quindi, se questo problema esiste dalla notte dei tempi, è bene che noi, che adesso sappiamo che c’è, lo affrontiamo e non pensiamo che ci sia qualcuno che voglia snaturarci. No: c’è qualcuno che vuole dirci “puoi scrivere con la sinistra se vuoi”.
È quello poi che emerge molto bene dal libro, che io ti auguro faccia molto successo. È uno strumento utile per parlare di queste tematiche oggi. È un tuo regalo che ci hai fatto, in qualche modo.
Grazie mille, mi fa molto piacere, perché io sento molto lo spirito di servizio. Credo che l’artista — e in particolare lo scrittore, ma anche l’attore — sia un servitore pubblico, un operatore di servizio pubblico, esattamente come un insegnante, un medico, un vigile urbano. Il nostro settore è l’identità, le emozioni, la natura umana. Quindi noi siamo quelli che raccontano alla società chi è la società e, allo stesso tempo, dovremmo in qualche modo aiutare la società a risolvere i problemi.
Secondo te, nel mondo dello spettacolo contemporaneo c’è ancora spazio per il silenzio, l’attesa e la costruzione lenta di una carriera?
La risposta è quasi obbligata. Nel senso: noi possiamo pure pensare di non aspettare, ma tanto il tempo è incontrollabile. Io quest’anno sono riuscito a realizzare il film Se ami qualcuno dillo: ci ho messo vent’anni, ho cercato per vent’anni di fare questo film e ci sono riuscito solo quest’anno. Quindi posso pure non essere d’accordo sull’attesa… ma non decido io!
Ho capito il senso della tua domanda, ovviamente: ai ragazzi che sperano — perché è una speranza più che una scelta — di saltare le tappe, buona fortuna. Chi poi vuole fare una carriera istantanea, che possa essere un tiktoker o andare al Grande Fratello, può farlo tranquillamente, ma non è una carriera artistica, quella è un’altra cosa. Se si vuol fare una carriera artistica, c’è un percorso obbligato che è quello della ricerca su sé stessi, perché l’artista è una lente sulla società e può esserlo solo se in qualche modo ritrova in sé qualcosa che risuona nella società. Nel senso, io tocco un tema che mi riguarda personalmente, ovviamente da maschio, ma non sono l’unico maschio che si fa questa domanda. Ogni volta che individuo un problema mio personale che ha una risonanza sociale, ho trovato il tema di una mia opera.
Passiamo all’ultima domanda, che riguarda la situazione più in generale. Hai attraversato momenti molto diversi del panorama culturale italiano. Cosa senti sia cambiato di più nel rapporto tra arte, pubblico e industria?
Non sono sicuro di saper rispondere a questa domanda, nel senso che ci sono artisti, anche oggi, che escono e hanno voce e lo fanno con integrità e onestà intellettuale, come ci sono persone che frequentano lo spettacolo e che probabilmente non hanno neanche una vocazione artistica e lo fanno per puro intrattenimento. Hanno dignità di esistere entrambi.
Fare l’artista è un po’ più difficile, per un motivo molto semplice: i produttori, da un certo punto di vista, si occupano di mercato, e il mercato compra ciò che ha già venduto, cioè si ripete in qualche modo. Purtroppo, l’artista è un “prodotto” che non può ripetersi, perché altrimenti non è un artista. L’obiettivo dell’arte è essere originali, cioè fare una cosa che nessuno ha mai fatto. Quindi ripetersi ed essere originali non stanno insieme. Per questo è molto difficile per un artista vendere la propria originalità ai produttori. Forse è anche il motivo per cui ci ho messo vent’anni a fare questo film. È molto difficile spiegare a un produttore — che non è un artista e che quindi conosce solo ciò che ha già conosciuto — che tu hai capito una cosa che nessuno ha capito e che potrebbe funzionare. Perché non si fida. Il produttore deve avere un intuito e deve fare un grandissimo atto di fiducia quando produce un artista, perché non sa quello che farà l’artista. E probabilmente neanche l’artista lo sa fino in fondo: l’unico modo è rischiare.
Guarda quello che è successo, per esempio, a Margherita Spampinato con Gioia mia quest’anno. Io sono felicissimo non solo perché conosco Margherita e so in che condizioni ha fatto quel film, ma perché da quel piccolissimo film, fatto in sette e con due lire, le è arrivato un successo così grande che ieri era a Cannes insieme a Julianne Moore. È proprio Davide contro Golia. Però non c’è altro modo, perché nessuno gliel’ha prodotto quel film. L’ha detto lei stessa ai David: ha offerto una cosa a cui nessuno aveva mai pensato e quindi nessuno ha immaginato che potesse fare dei soldi. Gioia mia è un film fatto su un sentimento microscopico, che è la gelosia, l’innamoramento di un bambino per la sua babysitter. Nessuno ha mai pensato di fare un film su questo. Ci ha pensato Margherita e se l’è dovuto fare da sola per dimostrarlo.
Però poi questa è la bellezza dell’arte: non è che l’artista è un folle. L’artista è uno che vede una cosa che gli altri non hanno visto. Ma quando la realizza e la offre al pubblico, se è stato bravo, se ha talento, se ha anche fortuna, il pubblico la riconosce. Ed è questo che è successo con Gioia mia: Margherita ha visto una cosa che nessuno aveva visto, l’ha detta in una forma bella e il pubblico l’ha riconosciuta.
Ora, fare un film su un sentimento così piccolo non è più un azzardo, perché c’è un precedente. Quindi è molto difficile…
Io sono stato fortunato, anche se ho dovuto aspettare vent’anni, perché ho trovato dei produttori, tra cui Edoardo Leo; quindi, questa è stata la mia vera fortuna: qualcuno che mi ha dato fiducia. Mi ha detto: fai ciò che vuoi, mi fido che farai una cosa bella.
Ti ringrazio di questa bellissima chiacchierata. Ti auguro il meglio per il libro e il film, naturalmente.
Ah, vorrei aggiungere un’ultima cosa: il libro è legato a uno spettacolo che porterò in giro per l’Italia prossimamente.
Grazie mille. Grazie mille a te.






