Il libro “Cuore” un breviario pedagogico degli italiani


di Alberto Pellegrino

17 Mar 2022 - Letteratura, Libri

Il saggio di Pellegrino cade in un momento in cui il libro Cuore di De Amicis viene “riletto” secondo i canoni della sociologia della letteratura e dell’antropologia culturale.

Dopo anni di stroncature è in corso una “rilettura” del libro Cuore di Edmondo De Amicis, interpretato non più chiave estetica e “buonista”, ma secondo i canoni della sociologia della letteratura e dell’antropologia culturale per capire meglio come questo libro, che ha venduto milioni di copie, sia stato un “breviario” pedagogico e spirituale per intere generazioni d’italiani, un “manuale” libro di formazione e d’iniziazione alla lettura per alunni e insegnanti, una “bibbia laica” lontana dalle parrocchie e dagli oratori a differenza di Pinocchio che faceva riferimento a un mondo piccolo borghese più legato alla Chiesa e alla morale cattolica fino al puto che il cardinale Giacomo Biffi ha scritto nel 1977 un Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”.

De Amicis, che ha sempre dichiarato di essere un giornalista prestato alla letteratura, è stato il primo a meravigliarsi per il successo internazionale del suo Cuore, il quale è stato stampato in centinaia di edizioni e tradotto in molte lingue del mondo (spagnolo, portoghese, polacco, croato, ungherese, rumeno, olandese, greco, tedesco, russo, boemo, francese, inglese, norvegese, danese, svedese, arabo, armeno e giapponese), a cui hanno contribuito alla sua popolarità anche diciannove film girati tra il 1911 e una serie televisiva realizzata nel 1984 da Luigi Comencini e considerata dalla critica un autentico capolavoro.

L’impegno socialista di De Amicis

Oltre alla facile ironia sui contenuti dell’opera, ci si è spesso dimenticati dell’adesione al socialismo di De Amicis, che è stato uno dei primi collaboratori dell’Avanti eche nei suoi lavori ha documentato un’Italia da poco unificata che presentava gravi problemi economici, un alto grado di miseria e di analfabetismo, un impellente bisogno di crescita intellettuale soprattutto per le classi sociali inferiori, per cui Cuore è diventato una “guida” per le nuove generazioni di un’intera nazione, un libro per ragazzi che ha avuto la capacità di parlare ai più giovani  e di essere un simbolo per gli adulti.

Cuore (insieme a I miserabili di Hugo) è stato un punto di riferimento per la sinistra di fine Ottocento/primi Novecento, perché l’autore si è apertamente schierato dalla parte degli umili e dei poveri anche in altre opere come Sull’Oceano (1889), nel quale parla della misera condizione degli emigranti italiani in viaggio verso le Americhe; le novelle Un dramma nella scuola sulla condizione delle maestre nella scuola elementare; La mestrina degli operai, storia di una giovane insegnante di estrazione borghese che si trova a lavorare in un corso serale frequentato dai lavoratori adulti. Infine Il Primo Maggio (scritto nel 1891 e pubblicato solo nel 1980) si può definire il primo dedicato agli ideali del socialismo, perché è la storia di un insegnante torinese che diventa socialista quando scopre la disumana condizione di povertà di milioni di proletari, ma per queste sue convinzioni politiche sarà emarginato, abbandonato dalla famiglia, licenziato e minacciato di morte proprio perché crede che l’educazione possa eliminare o ridurre disuguaglianze e ingiustizie sociali.

L’importanza pedagogica del libro di De Amicis

Si comprende l’importanza del libro Cuore se è collocato nel clima culturale di fine Ottocento, quando diviene il portavoce di una classe sociale italiana ed europea, trasmettendo un forte messaggio civile capace di superare l’ostilità del regime fascista che ha cercato di ostacolarlo per vie indirette, ma senza riuscire a emarginarlo, perché i maestri e i genitori hanno continuato a farlo leggere ad alunni e figli, perché il fascismo non aveva altri strumenti per sostituirlo.

Bisogna riconoscere che De Amicis è stato sempre un socialista umanitario coerente e un intellettuale che ha avuto il coraggio di schierarsi politicamente in anni in cui aderire al socialismo non era cosa facile, trovando la sua forza di penetrazione nell’essere una letteratura popolare come riconosce il pedagogista Antonio Faeti: “Cuore ha la specificità di un feuilleton molto ben articolato, con un abbondante dosaggio di morti, di feriti, di agonie. […] Da questo punto di vista Cuore è un libro perfetto (e) direi che non è più possibile considerarlo sotto un’ottica ironica, penso invece che sia venuto il tempo di considerarlo come è fatto e vederlo, non prescindendo dall’abbondanza dell’enfasi che sicuramente vi è presente, come un libro totalmente dalla parte dei bambini in una situazione, quella di allora, di descolarizzazione e di estrema trascuratezza dell’infanzia” (Avanti!, 23/3/1986).

Cuore non è stato certamente amato dagli ambienti cattolici conservatori che gli hanno preferito Pinocchio, ma per la borghesia liberale è stato un manuale di ideali positivi e di buone maniere; per la sinistra è stato considerato il breviario di una catechesi socialista, dove il militante ha ritrovato una coscienza civica, una prospettiva per un’Italia che era necessario riformare. Nel 1908 Filippo Turati, nel commemorare la morte dell’autore, ha definito “genuino” il suo socialismo e ha aggiunto che De Amicis è stato “un educatore dei semplici, un sublimatore raffinato dei sentimenti migliori nella moltitudine, un dirozzatore del gusto, il solerte dirozzatore di quella sana e profonda filosofia della vita…I suoi libri fecero più per la cultura di moltissimi, che non facciano centomila scuole nei comuni d’Italia”.

Secondo l’illustre storico della letteratura Alberto Asor Rosa questo libro ha influito sulla formazione morale e sociale di molte generazioni di alfabetizzati; ha ispirato un senso di appartenenza nazionale nei ragazzi delle varie regioni italiane da poco unificate; ha proposto una educazione sociale rivolta a tutte le classi compresa quella operaia; ha offerto un repertorio di modelli etici appartenenti al proletariato e alla piccola borghesia; è stato un “sussidiario” per guidare il Paese verso un futuro costruito sulla base di un “patto nazionale” tra borghesia come classe dominante e classi subalterne da integrare in un nuovo ordinamento culturale e politico per mezzo dell’educazione: “Esso fu uno degli strumenti più potenti di unificazione culturale e nazionale (intesa in senso antropologico e psicosociologico) sotto il segno dell’egemonia intellettuale della borghesia settentrionale, almeno per la parte di questa che aderiva a ideali d’illuminato e prudente progresso […] C’è dunque nel libro Cuore un’effettiva convergenza fra la tematica pedagogica e i caratteri della ‘comune’ moralità borghese dell’epoca, che ne fa per molti versi il ‘prontuario’ delle regole del comportamento accettabili, delle virtù da rispettare e dei vizi da rifiutare, dei miti patriottici e dei tabù sociali propri di quell’età: dal culto per il padre e la madre, e per la famiglia, inteso come un microcosmo sociale basilare, all’amore per la patria ‘simbolo’ politico e spirituale più che ‘realtà’ politica e sociale, della riverenza per l’esercito, pegno d’unità e d’indipendenza” (Storia d’Italia, vol. IV, tono II, Einaudi, 1975).

De Amicis ha fondato la sua visione della vita umana sui sentimenti di solidarietà, fratellanza, coraggio, amicizia, rispetto reciproco, gioia e dolore, tutti racchiusi nell’arco di un anno scolastico, dove riesce a far confluire il mondo intero. Al di là delle annotazioni moraleggianti dei familiari di Enrico Bottini (padre, madre e sorella), al di là dei Racconti mensili spesso troppo drammatici e segnati da un’eccessiva emotività, le pagine migliori sono contenute nel diario di un ragazzo della borghesia piemontese della fine dell’Ottocento, pagine che hanno insegnato a molte generazioni il rispetto di un codice d’onore, il rifiuto dell’egoismo e della meschinità, l’osservanza dei propri doveri, la delicatezza di sentimenti: “È una delicatezza, quella deamicisiana, che proviene dalla filantropia liberale e socialista, piuttosto che dalla charitas cristiana…Sul sentimento, scolorito a volte in sentimentalismo, è costruita tutta la pedagogia deamicisiana. È questo il suo segreto di laboratorio: avere indicato le oneste e caute aspirazioni di elevamento morale e intellettuale del gran pubblico, quegli ideali e quelle aspirazioni sono le modeste virtù quotidiane che stanno alla base, quando si costruisce una civiltà” (Antonio Lugli, Libri e figure, Cappelli, 1982).

Critici e detrattori di De Amicis

Fin dal primo Novecento, invece di analizzare il libro Cuore sotto il profilo sociologico, antropologico e storico, valorizzare le sue finalità educative, il mondo culturale ha continuato a considerare De Amicis un reazionario e un pedante testimone dell’Italietta post-risorgimentale. L’opera è stata sottoposta a dure critiche soprattutto per le sue limitate qualità estetiche, sottovalutandola.

Benedetto Croce ha classificato la sua opera “non di artista puro, ma di scrittore moralista, appartenente alla schiera di coloro che non tanto servono l’arte ma, in un certo senso, se ne servono”. Giosuè Carducci ha raffigurato il “dolce Edmondo” impegnato a irrorare di lacrime il mondo con il suo pianto gentile. Si è arrivati persino alle accuse di sadismo e si è scomodato Cesare Lombroso per dire che “i germi della pazzia morale della delinquenza non per eccezione, ma normalmente, nella prima età dell’uomo, come nel feto si trovano costantemente certe forme che nell’adulto sono mostruosità; dimodoché il fanciullo rappresenterebbe come un uomo privo di senso morale, quello che si dice dai freniatri un folle morale, da noi un delinquente nato”. Antonio Gramsci ha criticato la linea socio-politica dell’autore, che “nonostante le apparenze superficiali, è più servile verso i gruppi dirigenti in forme paternalistiche” (Letteratura e vita nazionale).

Secondo Bernardino Zapponi, Enrico Bottini è “un soggetto apatico, senza sensibilità e senza faccia, vive come in sogno in una Torino irreale popolata di personaggi- simbolo”, che rappresentano la Vanità, l’Invidia, gli affari, la Patria, la cattiveria; trova che il libro Cuore tragga il suo fascino strano e un po’ malsano da questo clima emblematico e onirico simile a “un funereo teatro di marionette…In questa assurda Torino tutta inventata, la famiglia Bottini è l’elemento scenografico di fondo, il fondale davanti a cui si svolge la recita, ed è come tutto il resto un fondale dipinto, arredato con le buone cose di pessimo gusto”.

Giuseppe Pontiggia considera l’opera segnata dalla presenza della morte: disgrazie di ragazzi, morti di operai, celebrazione del giorno dei morti ed relativa elegia cimiteriale, morte della madre, della piccola vedetta lombarda, del fanciullo di Sangue romagnolo…L’ultimo racconto mensile inabissa un ragazzo su un bastimento. S’intitola Naufragio. E l’ultimo capitolo si intitola Addio. Con che cuore potremmo dire arrivederci?”. Giovanni Arpino ha sostenuto che l’unico a non essere invecchiato è Franti il cattivo. “Possiamo riconoscerlo benissimo: sta sghignazzando nella curva di uno stadio, in un vagone della metropolitana, nel buio di una discoteca…Franti è, agisce, si moltiplica, fa massa, scrive sui muri, impone il suo linguaggio barbaro, si traveste, usa sovente il passamontagna, spaccia, rapina, spara, assalta. Però il suo prototipo aveva un suo codice: infatti mai si pentì, mentre i discendenti tradiscono, quando vengono presi piangiucchiano e solo in rari casi si comportano con la grinta e la durezza dell’avo…In fin dei conti riassumeva il lato peggiore di noi, faceva da parafulmine ai nostri desideri di peccato”.

La stroncatura più feroce del Cuore è stata fatta da Umberto Eco con il suo Elogio di Franti (1963), dove mostra tutta la sua simpatia per questo personaggio: “Franti sorride di fronte a vecchie inferme, a operai feriti, a madri piangenti, a maestri canuti, Franti lancia sassi contro i vetri della scuola serale e cerca di picchiare Stardi che, poverino, gli ha fatto solo la spia. Franti, se diamo ascolto ad Enrico, ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico è stereotipo, quasi deformante; chi ride così certo non è contento, oppure ride perché ha una missione. Franti nel cosmo del Cuore rappresenta la Negazione, ma – strano a dirsi – la Negazione assume i modi del Riso. Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride. Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma di virtù, la cui grandezza egli non può capire poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora di un cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa. […] L’unico modo di esorcizzare la scepsi negativa di Franti è quello di non accettarlo a priori […]. Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene all’ordine esistente e in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà col volto del Male, mentre in realtà il ridente – o il sogghignante – altro non è che il maieuta di una diversa società possibile. […] Dall’interno idilliaco della terza classe, egli irraggia il suo riso distruttore; e chi si aggrappa a ciò che egli distrugge, lo chiama infame […]. Franti viene troppo presto eliminato di scena perché si possa intravvedere quale reale funzione avrebbe egli svolto in questo quadro […] Eliminato dal contesto fantastico in cui viveva, Franti è accantonato dal cronista dell’Ordine e della Bontà: ed è supposto finire all’ergastolo, dove appunto si raccolgono i non-integrati. […] Noi sappiamo però che, al di fuori del libro, gli è stata lasciata un’altra possibilità: perché l’Ordine o lo si ride dal di dentro o lo si bestemmia dal di fuori; o si finge di accettarlo per farlo esplodere, o si finge di rifiutarlo per farlo rifiorire in altre forme”.

Dieci anni dopo Umberto Eco mitiga in parte il suo giudizio ma continua a pensare che l’unico personaggio positivo sia “Franti, la cui grandezza morale e le cui ragioni sentimentali e sociali emergevano a dispetto dell’acrimonia con cui l’autore e il suo piccolo diarista filisteo ce lo presentavano”, per cui Franti è presente nella Lettera a una professoressa dei ragazzi di Barbiana quando dicono: ‘Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate’. […] Franti capiva che non era né cattivo né stupido, e si rifaceva a una scuola a misura di subalterno, rifiutava Enrico come un Pierino oppressore e veramente diventava l’eroe positivo del nuovo “Cuore”, modello – speriamo – ai ragazzi italiani di domani […] Franti ora occupa le assemblee e impone la sua presenza[…] l’alleanza tra Franti e il Muratorino passava sopra la testa del maestro, anzi richiedeva come rituale fondante che al maestro fosse gettato, da tutta la classe, un calamaio in faccia. Occorreva correre ai ripari. Ci riuscì il provocatore, Nobis-Freda, e la borghesia italiana riuscì a crearsi un nuovo Franti sulla sua misura. Rileggetevi la stampa del Sessantanove, confrontate gli stilemi, fate sinossi di De Amicis e dei quotidiani. Firpo scrive che De Amicis è stato definito “sdolcinato, retorico, conformista, bozzettista di garbo ma superficiale, narratore dal fiato corto. E si è messa in forse la serietà del suo volgersi al nascente socialismo. Cuore è la somma di tutte le convenzioni del perbenismo indipendenti: il nuovo Franti è emaciato e torvo, e torvamente zoppica; amato visceralmente da una madre grigia e spettinata e da una zia piangente, scavezzacollo anarchico, non tira palle di neve ma fa il ballerino, il che è peggio. Gli identikit lo accusano, i tassisti lo inchiodano alle sue responsabilità. Si chiama Valpreda […] L’Italia è salva, Cuore ancora una volta trionfa”.

La rivalutazione dell’opera di De Amicis

Oggi la critica sta rivalutando un libro che, non solo è la testimonianza del suo tempo, ma continua a essere uno specchio in cui riflettersi.  Luigi Firpo ha scritto che, oltre al patriottismo, al rispetto per le istituzioni e alle effusioni del cuore, De Amicis “rivela anche aperture attente alla questione sociale: la scuola che ignora le sperequazioni dei ceti, l’esaltazione della nobiltà del lavoro, la solidarietà con gli umili, i drammi degli infortuni, dell’alcolismo e dell’ignoranza…Forse nell’86 si poteva ancora credere che la ‘questione sociale’ sarebbe stata risolta in virtù dei buoni sentimenti e di una generale riconciliazione, che accumunasse ricchi e poveri, benefattori e beneficiati. Ma a far comprendere ai ragazzi che la questione c’era, Cuore contribuì molto più di Labriola”.

Lo scrittore Luciano Anselmi ha sostenuto che “malgrado tutto e contro tutti, Cuore è rimasto un libro letto da intere generazioni di borghesi e di operai, e tale è oggi, in un periodo che ben poco concede ai ‘buoni sentimenti’ e all’altruismo che permeano ogni pagina del libro…Certo non è un libro che possa piacere ai fomentatori di violenze e ai falsi profeti delle lotte operaie…non è neppure un libro che amerebbero i capitalisti, né i disfattisti, i falsi eroi, i deboli per calcolo, gli avventurieri a buon mercato, le spie dei partiti politici. Ma allor visto che Cuore ha tanti nemici, considerato che non è ineccepibile né sul piano letterario né su quello della morale; considerato che è un libro piagnucoloso, superato dagli avvenimenti e dalla Storia, ci viene spontanei chiederci: perché ancora piace? […] Non sarebbe più onesto dire che, pur ‘minore’ come poeta e come scrittore, Edmondo conosceva l’uomo medio, le sue ansie, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti più profondi? Diciamolo. Il pubblico gli ha dato il posto che gli compete” (Questi critici senza cuore, Il Resto del Carlino, 13/1/1982).

La sociologia della letteratura ha messo in evidenza che De Amicis non ha voluto portare avanti solo una missione educativa, ma ha avuto una sua visione culturale e politica che traspare da tutti i suoi libri, dove si toccano i problemi più gravi dell’Italia post-unitaria: la miseria, le disparità tra nord e sud, l’analfabetismo, l’immigrazione, l’inadeguatezza dell’organizzazione e delle strutture scolastiche. Osserva e racconta gli affetti che i problemi sociali suscitano e pensa che la loro soluzione possa passare più dall’empatia che dalle riforme politiche. Questo non vuol dire che questo autore non abbia avuto una visione politica, perché si è sempre schierato con il movimento operaio; forse il suo è stato un socialismo paternalista più attento agli interessi particolari dell’individuo che a quelli generali della nazione, ma non si può negare che egli abbia messo la sua abilità narrativa a sostegno degli umili, dei proletari, di coloro che sono colpiti dalla disgrazia o da un destino ingiusto.

Il valore del libro “Cuore” secondo Marcello Fois

Alla rivalutazione di De Amicis ha contribuito il narratore e saggista Marcello Fois con il saggio L’invenzione degli italiani. Dove ci porta il Cuore (Einaudi, 2021), dove ha analizzato l’importanza educativa e sociologica del libro più letto e più criticato di tutta la nostra letteratura. Secondo Fois Cuore ha un valore normativo, perché propone la nascita di una nazione moderna basata sul valore dell’istruzione e della solidarietà sociale, un nuovo modello di cittadino capace di provare sentimenti nobili, di essere generoso e disposto al sacrificio: invece di essere infantili, egoisti, forcaioli, livorosi, gli italiani devono essere buoni e solidali, refrattari all’indifferenza e all’ignoranza. Nel primo Ottocento solo Manzoni aveva parlato della gente comune povera e dignitosa, delle differenze sociali, della necessità che una nazione civile debba fondarsi sull’uguaglianza delle leggi, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione come baluardo di difesa sociale e garanzia di cittadinanza democratica.

A dimostrazione del suo impegno sociale nel 1868 De Amicis ha pubblicato il racconto Carmela, storia una ragazza siciliana bellissima e pazza che si offre agli ufficiali di un reggimento, ma viene aiutata e curata da un giovane ufficiale e da un medico militare, eroi generosi che non agiscono per un tornaconto personale ma per solidarietà. Nel 1892 ha scritto Amore e ginnastica, l’unica opera italiana sulla emancipazione femminile con una giovane e procace insegnate di ginnastica in contrasto con la società borghese, un romanzo definito da Italo Calvino “il più bello, certo il più ricco di humor, malizia, sensualità, acutezza psicologica che mai scrisse Edmondo De Amicis”.

In molti hanno criticato i nostri difetti nazionali (Leopardi, Croce, Gobetti, Gramsci, Pasolini), ma De Amicis ha visto gli italiani come un popolo che può riscattarsi con la bontà, con i nobili sentimenti, con la riscoperta dei doveri civili e morali secondo una visione non populista ma socialista. Egli è riuscito a trasformare una classe scolastica nella società italiana, dove gli alunni sono il popolo e il maestro rappresenta “l’italianità”, un luogo dove si sperimenta l’accettazione del diverso, si cerca di abbattere pregiudizi e egoismi secondo una nuova utopia sociale, politica e culturale che forma un vangelo “laico” fondato sull’istruzione per tutti. Fedele alla sua utopia umanitaria, egli ha proposto una nuova società; ha disegnato nuovi modelli sociologici e antropologici; ha voluto “inventare” gli italiani, cercando di superare le immense differenze che li contraddistinguevano; ha scritto un’opera che non nasceva da esigenze letterarie ma da un impegno etico. Fois sostiene che, attraverso il suo libro-laboratorio costruito per fornire un modello tutt’oggi insuperato d’italianità, De Amicis ha voluto dire che il cuore “non è un muscolo, bensì un dispositivo linguistico e psicologico insieme”, che “tutte azioni che attengono al rapporto con la condizione umana e alla costatazione che la razionalità del rispetto della vita altrui non risiede nel tornaconto economico, elettorale, narcisistico, ma nella quantità di cuore che ancora abbiamo a disposizione” (Marcello Fois).

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