Al Teatro alla Scala è tornata “L’Italiana in Algeri”


di Alma Torretta

21 Set 2021 - Commenti classica

Deliziosa, ma un po’ ormai datata, questa ripresa dell’allestimento di Jean-Pierre Ponnelle de “L’Italiana in Algeri”, primo appuntamento di un trittico rossiniano al Teatro alla Scala di Milano.

(foto credits © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala)

La Scala ha riaperto a settembre proponendo tre opere buffe rossiniane: L’Italiana in Algeri, che qui recensiamo; poi, a partire dal prossimo 30 settembre, un nuovo, molto atteso, Barbiere di Siviglia con sul podio il maestro Chailly, la regia di Leo Muscato e Mattia Olivieri nella parte di Figaro; e, infine, la ripresa del Turco in Italia firmato da Roberto Andò del 2020 che, a causa della pandemia, è potuto andare in scena solo una sera.

È sempre un piacere tornare a vedere una messa in scena che ha riscosso tanti successi a suo tempo, vedere come regge nel filo degli anni, in questo caso un allestimento nato nel 1973 che ebbe l’onore di aprire la stagione, unico caso di 7 dicembre “buffo” nella storia della Scala, ed ormai considerato un classico.  La ripresa è stata affidata a Grischa Asagaroff che del regista francese è stato assistente e che forse è stato sin troppo ligio nella ricostruzione perché alcuni movimenti e caratterizzazioni dei personaggi buffi sono un po’ troppo macchiettistici e oggi appaiono veramente datati, mentre scene e costumi, firmati sempre da Ponnelle, reggono meglio il passare del tempo trasportandoci in una Algeri elegantemente fiabesca, essenziale, dall’esotismo molto raffinato. Il pubblico, comunque, con in sala molti stranieri, ride alle trovate e sembra non volere niente di più o di diverso.

La parte vocale oltretutto è molto soddisfacente con la parte di Isabella affidata al giovane mezzosoprano francese Gaëlle Arquez, bel timbro brunito che sa essere di velluto, perfetto per una Italiana che è determinata, intraprendente, dura con Mustafà ma che sa anche essere dolcissima con il suo amato Lindoro, buona dizione, voce agile quanto basta ed il giusto piglio in scena completano e rendono godibilissimo e riuscitissimo il suo debutto nel ruolo anche se la voce non è grandissima. Nella parte di Lindoro si sono alternati Maxim Mironov e Antonino Siragusa, noi abbiamo ascoltato quest’ultimo, il tenore siciliano se la cava egregiamente, anche nei momenti vocalmente più impervi, voce non grande ma con i necessari trilli, sempre dolce e molto musicale. Nella nostra recita Mustafà è stato poi il basso-baritono ceco Adam Plachetka che ha sostituito all’ultimo momento Mirco Palazzi indisposto. Placketka ha fatto molto bene, perfettamente a suo agio e a livello con il resto della compagnia, in scena sembrava che si stesse divertendo lui stesso molto nella parte, disinvolto ed ironico nel tratteggiare il burbero Bey. A completare il cast il baritono Roberto De Candia, un buon buffo Taddeo, apprezzato dal pubblico; il soprano Enkeleda Kamani era Elvira, la sposa di Mustafà, dopo un inizio sottotono si fa notare ben squillante nell’insieme finale del primo atto; la giovane mezzosoprano bulgara Svetlina Stoyanova che interpretava la schiava Zulma attira invece l’attenzione sin dalle prime battute per il bel timbro ed appare molto promettente; il baritono Giulio Mastrototaro è infine pure lui un buon Haly, il capitano dei pirati algerini. Bene il coro diretto da Alberto Malazzi, anche se a tratti sembrava poco coinvolto e solo impegnato a eseguire il compitino.

Sul podio il maestro Ottavio Dantone ha guidato l’Orchestra della Scala con precisione, una lettura netta, forse fin troppo, come si avverte sin dalla sinfonia iniziale, l’effetto a volte è quello di un meccanismo freddo, di una struttura salda e precisa ma poco vitale, a parte qualche sussulto, troppo distinta dalla “confusione” sul palco, per quanto Rossini scriva sempre assai precise confusioni.

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