Intervista all’attore Stefano Fresi


a cura di Francesca Bruni

19 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste, Senza categoria

Dalla musica alla costruzione dei personaggi, dal successo di Smetto quando voglio a Kostas: Stefano Fresi si racconta, in un’intervista telefonica con Francesca Bruni, tra libertà interpretativa, nuovi progetti e un’ironia capace di accompagnare anche il dolore. In attesa dell’uscita nelle sale di Un tranquillo funerale di famiglia il 29 ottobre.

Stefano Fresi (foto di Adolfo Franzò)

Un testo da affrontare come una melodia, una pausa che dà significato alle parole: per Stefano Fresi, la musica continua a essere una chiave essenziale del mestiere di attore. È da questo intreccio che prende avvio la conversazione, attraversando personaggi e linguaggi diversi, dalla commedia di Smetto quando voglio alle indagini di Kostas e de I delitti del BarLume. Fresi racconta il lavoro sul set, il piacere della composizione per il teatro e il valore dell’ironia nei momenti più difficili. Con uno sguardo al futuro e un desiderio preciso: lavorare con Paolo Virzì.

INTERVISTA

Il tuo percorso artistico nasce dalla musica, prima ancora che dalla recitazione. Quanto è stata determinante la formazione musicale nella costruzione della tua identità di attore? E riesci ancora a trovare il tempo per dedicarti alla composizione?

La musica ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale nella mia vita e nella mia formazione. Sono convinto che una formazione musicale aiuti moltissimo nella recitazione, perché le due discipline sono fortemente interconnesse. La musica ti dà il senso del ritmo, inteso proprio come alternanza di suono e silenzio. Nella recitazione, invece, non c’è un’indicazione precisa che ti suggerisca quanto tacere tra una frase e l’altra. Nella musica, al contrario, il silenzio è così importante da essere misurato attraverso le pause.

Studiare la musica e imparare a gestire questi tempi ti permette di affrontare un testo come faresti con una melodia: cercando di dare significato sia a ciò che hai appena detto sia a quello che stai per dire, misurando la pausa di silenzio che li separa. È qualcosa che la musica ti insegna e che poi porti con te nella recitazione.

La musica continua a essere parte integrante della mia vita e continuo a comporre. Ho un po’ smesso di lavorare nel mondo della pubblicità, anche perché ormai mi percepiscono come un attore e non mi propongono più questo tipo di commissioni. Ma va bene così, largo ai giovani! D’altra parte, questo mi lascia più tempo per dedicarmi a ciò che preferisco: scrivere musiche di scena per il teatro. Attualmente è in tournée Teresa la notte, uno spettacolo con Lucia Mascino che porta in scena le mie musiche. Anche La cameriera brillante, una commedia di Goldoni, sta girando per l’Italia.

La trilogia Smetto quando voglio ti ha regalato una grande popolarità, grazie anche a un personaggio diventato particolarmente amato dal pubblico. Quanto è stato difficile evitare di rimanere imprigionato in quel ruolo e dimostrare la tua versatilità artistica?

Devo dire che sono stato piuttosto fortunato, perché, se da un lato qualcuno mi ha proposto ruoli molto simili a quello di Smetto quando voglio, del tipo: «Ho avuto un’idea bellissima, tu sei un tossicodipendente…». Beh, molto originale, complimenti! Dall’altro sono arrivate tante offerte di lavoro in direzioni completamente diverse, anche al di fuori della commedia. E questo mi ha fatto molto piacere. Mi sono trovato a interpretare un frate del Trecento ne Il nome della rosa e un sacerdote in Cuori puri di Roberto De Paolis. Sono arrivati così tanti ruoli diversi che non posso lamentarmi!

Prendiamo Noi e la Giulia: a una visione superficiale, si potrebbe pensare che, dopo aver interpretato un fallito in Smetto quando voglio, mi sia ritrovato a fare lo stesso in questo film. In realtà, erano due personaggi profondamente diversi. Se ci pensi, in Smetto quando voglio il mio personaggio non era un fallito: era il sistema ad aver fallito. Lui era un genio. In Noi e la Giulia, invece, interpretavo un vero incapace, uno che era riuscito a far fallire un’attività che funzionava benissimo.

È appena arrivato nelle sale Sotto a chi tocca, diretto da Giorgio Pasotti, nel quale interpreti Enrico Boni. Come hai costruito questo personaggio e che cosa ti ha maggiormente incuriosito della sceneggiatura e del lavoro con Pasotti?

La costruzione del personaggio è avvenuta fianco a fianco con Giorgio Pasotti, che mi ha raccontato il film che voleva realizzare e il modo in cui intendeva portare sullo schermo il testo teatrale di Galceran, che lui stesso aveva interpretato a teatro anni fa. Abbiamo lavorato insieme per costruirgli una storia intorno, anche se nel film è possibile svelarne solo una parte, perché è pieno di colpi di scena e aspetti nascosti. Non vorrei rischiare di fare spoiler, come si dice oggi!

Lavorare con Giorgio è stato molto bello. È un regista estremamente attento, che conosceva a fondo il testo e il progetto. Ha scelto personalmente il cast, coinvolgendo proprio gli attori a cui aveva pensato mentre scriveva il film insieme allo sceneggiatore Federico Baccomo.

La sceneggiatura, tratta da un testo teatrale, mi è piaciuta moltissimo anche perché il metodo di lavoro sul set è stato diverso dal solito. Normalmente, al cinema giriamo tre o quattro scene al giorno, lunghe più o meno tre o quattro pagine ciascuna. Qui, invece, giravamo ventidue pagine al giorno, con piani sequenza più lunghi che richiedevano prima una prova teatrale.  È stato un approccio diverso dal consueto, che ha coinvolto tutti gli attori e che ci è piaciuto molto.

In più, il cast era composto da amici, quindi siamo stati benissimo.

Il 29 ottobre uscirà Un tranquillo funerale di famiglia, diretto da Massimiliano Bruno, con Diego Abatantuono, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi e Pietro Sermonti, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Una commedia che affronta la morte attraverso l’ironia e il grottesco: quanto è difficile far ridere il pubblico partendo da un tema così delicato?

Innanzitutto, stiamo facendo il remake di Funeral Party, una commedia di grande successo uscita nei primi anni Duemila, che ci insegna proprio questo: l’ironia può accompagnarci in ogni momento della vita, anche nei più drammatici, e forse è anche una chiave di lettura che ci aiuta a superare i momenti di tristezza.

Ricordo momenti di divertimento che sembrano quasi un ossimoro, se associati a un funerale. Eppure, mi è capitato di divertirmi durante alcuni funerali a cui ho partecipato, e questo mi ha dato la possibilità di ricordare un momento doloroso con un sorriso, anziché soltanto con dolore. Penso al funerale del mio amico Daniele Formica, un attore straordinario, la cui scomparsa è stata per me un grande dolore. A un certo punto, si faceva fatica a capire quello che veniva detto dal prete, che ha iniziato una predica in una lingua praticamente sconosciuta. Tra i presenti ha cominciato a serpeggiare un sentimento di ilarità. Questo ha trasformato un momento triste, quello dell’addio a un amico scomparso troppo presto, in un’occasione in cui siamo riusciti a sorridere. Ricorderò sempre quel giorno doloroso anche con un sorriso, perché l’ironia stempera il dolore e, secondo me, è importante.

La commedia di Massimiliano Bruno è una farsa in cui, durante un funerale, succedono mille cose.

Nella serie tv I delitti del BarLume interpreti Beppe Battaglia, accanto a Filippo Timi, Lucia Mascino e Corrado Guzzanti. Qual è il segreto della longevità di questa serie e quanto spazio lascia il set all’improvvisazione e alla creatività degli interpreti?

Andremo a girare la quindicesima stagione, la decima per me e la quindicesima per loro. Il cast è davvero affiatato e credo che il segreto della longevità della serie stia proprio nel fatto che racconta un giallo interessante per gli amanti del crime, che sono sempre di più, ma lo fa con il linguaggio della commedia. Così anche chi ama la comicità si diverte moltissimo.

C’è una componente investigativa vera e propria, con indagini avvincenti e credibili, che si alterna a momenti divertenti, grazie a Corrado, a Beppe Battaglia e alle loro idiosincrasie familiari, ma anche ai bambini, Alessandro e Atos Paganelli. Insomma, ci sono tanti momenti felici, ed è questo il segreto della longevità della serie.

Roan Johnson è un regista illuminato, che sa benissimo dove vuole arrivare. Ci lascia spazio per il guizzo creativo: se hai attori come Corrado, Filippo e Lucia, non puoi certo bloccarli! Quando una battuta proposta da un attore è pertinente e funziona rispetto a ciò che Roan vuole raccontare, ci permette di improvvisare e di sperimentare. Allo stesso tempo, però, è molto attento alla sceneggiatura: del resto, nasce come sceneggiatore. Non si tratta di andare fuori tema per strappare una risata a tutti i costi. Bisogna mantenere il focus sul significato delle scene, e lui lo fa sempre.

Con Kostas hai dato vita a un commissario molto diverso dagli investigatori tradizionali, tratto dai romanzi di Petros Markaris. Che cosa ti ha affascinato maggiormente di questo personaggio e quanto ti riconosci nel suo sguardo critico sulla società contemporanea?

Mi è piaciuto moltissimo interpretare Kostas e sono felice di tornare a farlo tra pochi giorni. È un commissario che mi piace molto, perché è un burbero, ma solo con chi può permettersi di esserlo. Anche in casa mantiene a volte questi toni, ma sono sempre stemperati dal grande amore che prova per la figlia e per la moglie, in quest’ordine, perché stravede per la prima, pur essendo molto innamorato anche di Adriana. Con i colpevoli, invece, è inflessibile.

Mi interessa molto interpretare questo personaggio, mi diverte moltissimo. Inoltre, questo lavoro mi porta ad Atene, una città di cui mi sono innamorato già durante la prima stagione. Mi sono innamorato anche dello spirito dei greci, persone meravigliose con cui sono stato molto bene. Non vedo l’ora di ritrovarli, abbracciarli e conoscerne di nuovi. È un lavoro che mi piace moltissimo.

Di mio, in realtà, ho in comune con Kostas soprattutto il piacere di stare a casa con la mia famiglia e l’amore per il cibo. Sono un po’ meno burbero di lui, questo sicuramente, ma anch’io stravedo per mio figlio. Insomma, qualche punto in comune c’è!

(Foto di Jasmine Bertusi)

Nella tua carriera hai spesso interpretato personaggi ironici, ma attraversati da fragilità e contraddizioni profondamente umane. Ritieni che la comicità possa essere uno strumento più efficace del dramma per raccontare le inquietudini del nostro tempo?

Non si può dire che sia più efficace: è semplicemente diverso. Si può scegliere un linguaggio che porti maggiormente alla rappresentazione del dramma oppure cercare di stemperare i toni attraverso la commedia. Sono due punti di vista diversi da cui raccontare le storie, ma non ce n’è uno più giusto dell’altro.

Tra cinema, televisione, teatro e musica, la tua carriera continua ad arricchirsi di nuove esperienze. Dopo un periodo così intenso, quale direzione vorresti dare al tuo percorso artistico e quali nuovi progetti ti vedranno protagonista?

Non ho grandi desideri, nel senso che quello che mi piace è fare cose belle. Spero semplicemente che mi vengano proposti progetti interessanti. Ho voglia di fare un nuovo spettacolo teatrale, dopo Dioggene, che è andato benissimo e la cui tournée si concluderà ad aprile. Per il momento, siamo in attesa. Mi piacerebbe molto anche lavorare con Paolo Virzì, un regista che apprezzo molto. Vediamo cosa accadrà!

L’intervista è terminata, grazie davvero per la disponibilità!

Grazie mille a voi!

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