Intervista all’attore Francesco Colella


a cura di Francesca Bruni

17 Ott 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Raggiunto al telefono da Francesca Bruni per Musiculturaonline, Francesco Colella racconta la sua idea di recitazione: ascoltare, abitare le contraddizioni dei personaggi e fare dell’incontro con gli altri il senso del proprio mestiere.

Francesco Colella (ph di Michelangelo Colella)

«Recitare è uno strumento di conoscenza, non una performance». Nelle parole di Francesco Colella c’è un’idea precisa del lavoro dell’attore: dare vita alle storie perché chi le guarda possa riconoscervi qualcosa di sé. Tra cinema, televisione e palcoscenico, il suo percorso si nutre di ascolto, attenzione alle contraddizioni e scelte che antepongono la sostanza dei progetti alla visibilità.

In questa intervista Colella riflette sulla responsabilità di rappresentare il male, sulla necessità di accogliere una sensibilità femminile anche nei personaggi maschili e sul valore civile dell’esperienza condivisa in sala. Dal legame con la compagnia Teatrodilina al ruolo di Portanova in Buonvino – Misteri a Villa Borghese, emerge il ritratto di un interprete per il quale il successo passa soprattutto dalla capacità di resistere e di continuare a cercare.

INTERVISTA

Molti dei suoi personaggi sembrano portare dentro una fragilità che emerge più dai silenzi che dalle parole. È una caratteristica che cerca deliberatamente quando legge una sceneggiatura o nasce durante il lavoro sul set?

Diciamo che non è una caratteristica che cerco razionalmente. Nasce sul set. La sceneggiatura fornisce delle tracce, che sono le battute del personaggio, ma si sa che dietro quelle battute c’è un mondo. Più che i silenzi, direi che è l’ascolto, o l’osservazione silenziosa di certe situazioni, a poter raccontare molto. Non c’è quindi una scelta o un calcolo ragionato: c’è un modo di vivere i personaggi così come, nella vita, forse ancora più delle parole, raccontano gli occhi, i silenzi, le assenze e le presenze.

Come il cinema di una volta, diciamo il cinema di Michelangelo Antonioni, ad esempio.

Io non ho la fortuna di fare quel cinema, però in qualche modo il modello alto è quello, diciamo.

Nella sua carriera ha attraversato cinema d’autore, serie televisive e teatro. C’è un linguaggio che oggi la mette maggiormente alla prova o che le concede più libertà creativa?

La libertà creativa è qualcosa di intimo che uno si porta anche all’interno di un film ben strutturato, dove si condividono le esperienze non solo con i colleghi attori, ma con il regista, gli elettricisti, i macchinisti, i direttori della fotografia, i costumisti. E, nonostante questo, dentro di sé si porta una libertà creativa, perché si è guidati da un personaggio. Poi “libertà” è una parola relativa, a maggior ragione quando si cerca di entrare in un mondo dettato da un personaggio. In qualche modo, la libertà sta proprio dentro questo pianeta che si cerca di espandere.

Forse il teatro mi permette una maggiore libertà di scelta, cioè di scegliere quello che voglio fare e condividerlo con il pubblico, di scegliere insieme alla mia compagnia le tematiche da sviluppare. Però io non faccio grandi distinzioni, da attore, tra teatro, cinema e televisione. Posso fare delle distinzioni di tipo linguistico, ma dal punto di vista dell’esperienza intima sono un attore che dà un’enorme importanza tanto a un piccolo spettacolo con pochi spettatori quanto a un film di grande produzione.

Spesso interpreta uomini comuni, lontani dagli stereotipi dell’eroe. Crede che il pubblico oggi abbia bisogno di personaggi più autentici e meno perfetti?

Io non penso che esistano personaggi perfetti: se esistono, sono scritti male oppure sono personaggi di cartone. Che io cerchi la fragilità in molti personaggi è vero, ma diciamo che sono dell’idea – poi se io riesca o meno in questo è un altro conto – che soprattutto in Italia la cultura e il sentire femminile siano ancora poco presenti. Non è che manchino soltanto i personaggi femminili: per carità, se ne stanno facendo e io stesso ho partecipato a tanti film che avevano per protagoniste delle donne, e questo mi ha fatto molto piacere. Però non basta parlare soltanto di donne o aumentare la presenza, nelle drammaturgie e nelle sceneggiature, di personaggi femminili sempre più protagonisti. Io penso che il femminino, o il femminile, debba essere introiettato anche dagli uomini. E sicuramente sono alla ricerca, anche nei personaggi, di qualcosa che sia femminile.

Lì, però, non si tratta di fragilità. Si tratta di una maggiore permeabilità dei personaggi ai fatti della vita, alle emozioni, alle sensazioni, a questo sentire che, proprio attraverso la fragilità, li rende più completi, più morbidi, più accoglienti. Personaggi nei quali c’è una maggiore raffinatezza nel comunicare piccole o grandi emozioni, e nei quali può aumentare la screziatura dei colori. Io vado in cerca di questo. Poi l’effetto del mio lavoro, ovviamente, non lo posso controllare, ma i principi dai quali cerco di farmi guidare, quelli sì.

Guardando ai suoi lavori, si ha l’impressione che scelga più i contenuti delle storie che l’opportunità di visibilità. Le è mai capitato di rinunciare a un progetto importante perché non la convinceva artisticamente?

Sì, mi è capitato. Più che a un progetto importante, però, ho rinunciato a progetti fortemente remunerativi, il cui contenuto mi sembrava così povero che, anche in momenti di difficoltà, in passato ho scelto di correre dei rischi e dire di no senza avere alternative. Non volevo che il mio lavoro fosse governato né dal denaro né dalla convenienza.

Detto questo, ho partecipato a progetti nei quali, per esempio, ho interpretato personaggi iniqui, capaci di compiere azioni orribili. Mi è capitato di interpretare diversi uomini di ’ndrangheta o di mafia e, nei confronti di questi personaggi, non ho provato alcuna emozione, né di pietà né di comprensione. Ho cercato, almeno in quei casi, e l’ho vissuta come una responsabilità, di suscitare nel pubblico una reazione di repulsione.

Sono convinto, infatti, che esistano nella realtà personaggi che si sono privati della propria umanità e che, proprio perché se ne sono privati, magari possono ancora esibirla o rappresentarla, ma dentro brancolano nel buio e nel vuoto. Sono persone che sopprimono l’esistenza degli altri, che cercano di esercitare il proprio potere attraverso il denaro e la violenza. E questi personaggi li ho rappresentati sentendo su di me la responsabilità di non perdonarli, neanche attraverso l’interpretazione, e di non attribuire loro una sorta di umanità che a volte può diventare un compromesso con il narcisismo dell’attore, con il desiderio di non apparire così… Per me era un modo di lasciarli liberi nella loro volgarità, nella loro iniquità, nella loro imbecillità, nella loro violenza.

Ogni attore, prima o poi, incontra un personaggio che continua ad accompagnarlo anche dopo la fine delle riprese. È successo anche a lei? E, se sì, con quale ruolo?

Guardi, mi succede. Per esempio, i personaggi di cui parlavamo prima non voglio né che mi accompagnino né che mi contaminino. Per questo, giorno dopo giorno, quando finisco di girare, dopo l’ultimo stop della giornata, vado a farmi una doccia, mi riposo e il giorno dopo li riprendo a lavorare. Poi ci sono personaggi che, a volte, sono uomini migliori di me e che, in qualche modo, hanno qualcosa da insegnarmi.

Non sono uno di quelli che si fa accompagnare dai personaggi, nel senso che rimane dentro un personaggio. Mi accompagnano piuttosto le storie di questi personaggi, e anche l’umore o l’atmosfera che vivo sul set mentre li interpreto. Più che di pensarci volontariamente, mi capita che siano loro a raccontarsi o a parlarmi, ma in una maniera molto semplice, molto umana, senza nessuna particolare tecnica attoriale.

Sei lì, hai delle scene da fare, dei personaggi da portare avanti, e loro hanno una propria umanità. È bello che questa umanità, laddove ha una sua luminosità, ti accompagni. Ci sono personaggi che ti educano sentimentalmente, un po’ come può accadere quando leggo un bel romanzo o un poeta. Però non saprei dare una preferenza.

Negli ultimi anni il confine tra cinema e serialità si è quasi annullato. Dal punto di vista dell’attore, quali differenze rimangono ancora nella preparazione e nell’approccio ai due linguaggi?

Il punto di vista dell’attore è relativo, perché, come le dicevo, cerco di fare al meglio e con grande serietà sia la serialità sia il cinema. Il problema, secondo me, riguarda piuttosto il punto di vista di chi fruisce di queste opere. Anch’io sono spettatore e, quando guardo una serie o un film al cinema, voglio poter riconoscere la differenza tra i due linguaggi. Il fatto che a volte questa differenza non ci sia, o non si voglia vedere, è un problema culturale.

Il cinema deve potersi distinguere ancora di più dalla serialità. Come mi è capitato di discutere con produttori, registi e attori, ho sempre sostenuto, e continuo a sostenerlo, che il cinema oggi sia molto più vicino al teatro di un tempo. Il cinema è spettacolo dal vivo nella misura in cui una comunità si aggrega attorno a un’opera, davanti a uno schermo. Che si tratti di uno spettacolo teatrale o di un film, quando ci sono delle persone attorno a te, che per la maggior parte possono anche essere estranee, ciò che arriva dall’opera – la commozione, le gioie, i dolori, le emozioni, l’eccitazione, le riflessioni – circola attraverso il pubblico. Quando questa esperienza diventa comune, anche se hai accanto un estraneo, ciò che senti, che vedi, che percepisci e su cui rifletti acquista una resistenza maggiore e diventa memoria.

Quando invece sei da solo a guardare una serie davanti a un computer, puoi commuoverti, turbarti, inquietarti, emozionarti, ma, se sei da solo, è più facile che quelle emozioni svaniscano. E allora, in questo senso, non voglio togliere importanza alle serie: voglio soltanto, sempre di più, pretendere da me stesso di distinguere fortemente questi due mondi. Quanto più si distinguono, tanto più ci si può dedicare, dal punto di vista artistico, poetico ed estetico, a qualcosa di più solido, di più forte anche sul piano espressivo.

Ogni spettacolo che aggrega una comunità diventa anche un atto civile. Ogni cosa che ti porta alla solitudine e, in qualche modo, all’intrattenimento nella solitudine, invece, no.

Il teatro richiede una disciplina diversa rispetto al set. Quando torna sul palcoscenico, cosa riscopre di sé come interprete?

Ho sempre bisogno di fare teatro con la mia compagnia, Teatrodilina, che ho fondato insieme a Francesco Lagi e di cui fanno parte Anna Bellato e Leonardo Maddalena. Quando allarghiamo la drammaturgia, si aggiungono poi anche altri attori. Il regista e drammaturgo è il più delle volte Francesco, anche se in passato abbiamo scritto alcuni testi insieme.

Ci capita di lavorare separatamente: Francesco è anche un regista cinematografico, così come gli altri attori prendono parte ad altri film. Quando però ci ritroviamo per fare teatro, abbiamo la possibilità di sentirci non soltanto attori, ma anche persone alla ricerca di un senso, che coltivano sentimenti. Se facessi solo film, mi sentirei una persona e un attore frammentato. Il teatro, invece, unisce con un filo rosso tutte le mie esperienze, come se appartenessero a un disegno misterioso, qualcosa che mi sostiene sia dal punto di vista umano sia da quello artistico.

Il teatro è fondamentale per me anche perché abbiamo la fortuna di poter fare un teatro nostro e coltivare una poetica personale. Spesso diventa un’esperienza trasformativa: nella vita capitano momenti di cambiamento, dolori, perdite, amori, oppure semplicemente esperienze legate al passare degli anni e alla maturazione. Elaborare queste trasformazioni esistenziali attraverso la nostra drammaturgia teatrale è per me fondamentale. È proprio questo che facciamo con la nostra compagnia.

C’è un regista con cui non ha ancora lavorato e che considera una sorta di “incontro mancato” o un desiderio per il futuro?

Non sto a fare il conto degli incontri mancati o delle porte chiuse: ogni incontro, per me, è una sorpresa. Ci sono autori italiani con cui mi piacerebbe sicuramente lavorare, ma dovrei essere io a ricevere la loro fiducia. Allo stesso tempo, conta molto la storia che ti viene proposta e chi te la propone. Se si tratta di un regista affermato, ormai noto per la sua visione, è certamente stimolante; ma mi piacerebbe anche essere chiamato da un giovane regista che sta cercando una propria visione e ha una bella storia da raccontare.

Certo, ci sono registi con cui vorrei lavorare, film che guardo e davanti ai quali penso: «Quanto mi piacerebbe esserci!». Non nego che nella vita di un attore possano affiorare, ogni tanto, delle frustrazioni, ma, francamente, non do loro troppo ascolto.

“Il Dio dell’amore”

Se dovesse scegliere un personaggio della letteratura italiana da portare oggi sul grande schermo, quale sceglierebbe e perché pensa che abbia ancora qualcosa da dire al pubblico contemporaneo?

Ultimamente provo una grande fascinazione, che potrebbe tradursi tanto in un progetto teatrale quanto cinematografico, per alcune personalità e alcuni uomini vissuti nel Medioevo o nel Cinquecento, che trovo straordinariamente contemporanei e capaci di parlare al presente in modo dirompente. Erano uomini dotati di una grande vivacità intellettuale e di una notevole libertà di pensiero, spesso coltissimi, con una bellissima inclinazione poetica. Attraverso le loro opere contribuivano a sviluppare quella lingua volgare italiana che è la nostra lingua primigenia, e mi piacerebbe riportare in scena o sullo schermo proprio quel tipo di linguaggio. Penso, per esempio, a Pietro Aretino e al modo in cui affrontava la sessualità: alcuni dei suoi testi oggi verrebbero considerati scandalosi. Creare cortocircuiti di questo genere mi piacerebbe molto. Mi affascinano anche alcune figure di monaci medievali, come san Giuseppe da Copertino. Sono personaggi e storie che trovo particolarmente stimolanti.

Naturalmente, ci sono anche autori più vicini a noi nel tempo: amo molto Italo Svevo, alcune novelle di Pirandello e altre di Giovanni Verga. È questo il tipo di letteratura italiana che mi interessa.

Nella serie televisiva Buonvino – Misteri a Villa Borghese il suo Portanova è un uomo che porta sulle spalle un dolore silenzioso, ma che riesce comunque a essere un punto di riferimento per la squadra. Come ha costruito questo equilibrio tra fragilità e autorevolezza?

Ho pensato che ci sono dolori che ci chiudono e che, in qualche modo, diventano delle prigioni. Eppure, a seconda delle scelte che facciamo intimamente, quegli stessi dolori possono anche aprirci agli altri. All’inizio Portanova è una persona chiusa, eppure riesce a percepire con grande sensibilità gli stati d’animo di chi gli sta intorno e a comprenderli. Sono convinto che, a volte, il dolore possa ampliare la nostra capacità di sentire e capire gli altri. Non succede sempre, ma quando accade è una bellissima opportunità di crescita umana. Ho scelto che per Portanova fosse così.

Portanova è l’anima più riflessiva del commissariato, un personaggio che osserva molto prima di agire. Quanto è stato stimolante interpretare un investigatore che affida più all’intelligenza e all’esperienza che all’azione la risoluzione dei casi?

Sono sempre stato affascinato dai personaggi che non si lanciano in una sorta di azione muscolare, soprattutto quando si tratta di poliziotti. Mi piace quando giocano al contrario, dando un’impressione di apparente invisibilità o ingenuità. Sono personaggi che trovo particolarmente affascinanti perché, quando devi conoscere o indagare su qualcuno, come nel caso di un poliziotto, mostrarti affidabile dal punto di vista umano può indurre il tuo interlocutore a rivelare cose che, di fronte a una persona più aggressiva, terrebbe nascoste.

Mi è sempre piaciuto molto, per esempio, l’ispettore Colombo. Mi affascinava perché si fingeva ingenuo, a volte persino un po’ stupido o distratto, e i potenziali colpevoli, convinti di essergli intellettualmente superiori, finivano proprio per questo per smascherarsi. È un’attitudine che apprezzo molto, anche nella vita, francamente.

Sopporto poco l’ostentazione dell’intelligenza, della cultura e anche della forza. Se c’è l’occasione di portare in scena o sullo schermo questo tipo di umanità, perché no?

Ci sarà un seguito della serie televisiva?

Non lo sappiamo ancora… Però ogni cosa richiede i suoi tempi.

La serie alterna il giallo al racconto umano dei protagonisti. Secondo lei, quanto è importante che il pubblico conosca anche le ferite e la vita privata di personaggi come Portanova, oltre al loro lavoro di investigatori?

È la cosa più interessante. Una cosa è ciò che siamo dal punto di vista sociale, i ruoli che ricopriamo nella vita e che, pirandellianamente, sono anche maschere. Riuscire a guardare dietro questi personaggi, attraverso il racconto della loro vita privata e delle loro ferite, significa allargare lo sguardo. Penso che il pubblico abbia bisogno di riconoscersi nell’umanità di certi personaggi e di capire che, in qualche modo, non è solo con le proprie ferite. Vederle raccontate attraverso le storie di altri può farci sentire meno soli e darci fiducia, mostrarci che certe cose, anche quando non possono essere superate, possono essere guardate da un’altra prospettiva e trasformate.

Negli ultimi progetti che ha interpretato sembra emergere un’attenzione particolare verso personaggi dalle molte sfumature emotive. Cosa cerca oggi in un copione perché scatti quella scintilla che la convince ad accettare un ruolo?

È ciò che mi ha sempre guidato nel mio percorso artistico. Cerco qualcosa che mi accenda, che mi trasmetta vitalità e produca risonanze interiori. Mi interessano le storie complesse, con personaggi che in qualche modo sanno perdere, che conoscono il valore della sconfitta e si trovano, loro malgrado, a fare i conti con il dolore, ma anche a vivere delle gioie.

Oggi, però, mi interessano soprattutto i personaggi alla ricerca di una luminosità, di una possibilità di fare qualcosa di buono per sé stessi e per gli altri. La cosa più interessante, per me, sono le cadute e il modo in cui ci si rialza. Naturalmente, sono molto interessato anche alle storie in sé, alla loro costruzione e alla capacità di inventare racconti che sappiano parlare al presente e, soprattutto, al pubblico.

C’è poi una cosa a cui tengo molto. Quando si guarda un film, un’interpretazione teatrale o cinematografica, oppure si legge un libro, può capitare che l’ammirazione per l’attore o per l’opera diventi eccessiva e si finisca per analizzare ogni aspetto con una sorta di compiacimento intellettuale. Succede soprattutto sui social, quando si discute dei grandi registi, dei grandi attori e del modo in cui interpretano un ruolo. È un lavoro che spetta ai critici, ma a volte ho la sensazione che, quando ci si sforza di dimostrare la propria intelligenza parlando di un film o di un attore, qualcosa non abbia funzionato. Per me, la cosa più bella è che, quando guardi un film, leggi un libro o osservi un attore, il tuo sguardo si allarga e si rivolge alla tua stessa vita. Attraverso quella storia e quell’interpretazione cerchi di capire qualcosa in più di te e della tua esistenza. È questo che conta davvero. Fermarsi all’ammirazione o all’acclamazione dell’attore significa perdere di vista il senso più profondo del nostro mestiere. Non è una questione di successo, ma del modo in cui lo intendiamo. Noi siamo persone che trasmettono storie, dei tramiti. Recitare o fare un film per dimostrare ciò di cui si è capaci, magari attraverso grandi virtuosismi, è un limite che non condivido. Ci sono istanze più alte e fondamentali di cui un attore o un regista deve farsi carico per riuscire a parlare a qualcuno. Con tutte le nostre risorse, cerchiamo di condividere qualcosa, di entrare in comunione con chi ci guarda, per raccontare la vita, le persone e ciò che ci accade, senza metterci al di sopra di niente e di nessuno.

Il pubblico la sta scoprendo sempre di più anche grazie ai suoi lavori più recenti. Questa maggiore popolarità cambia in qualche modo il suo modo di scegliere i progetti oppure continua a seguire esclusivamente l’istinto artistico?

Guardi, se c’è una popolarità e qualcuno mi ferma per strada, ne sono molto contento. Ho 52 anni, sono un uomo stagionato, quindi non è che stia lì a montarmi la testa! (ride, ndr) Quando ricevo belle parole sul mio lavoro, sento di essere riuscito a imprimere nella memoria di qualcuno delle vicende, dei personaggi, delle storie, ed è una cosa che mi fa piacere.

Non ho mai vissuto questo mestiere attraverso punti di svolta o cambiamenti radicali determinati dal successo, magari dal grande successo di un film o di un personaggio. Continuo a lavorare, passando da progetti importanti ad altri più piccoli dal punto di vista produttivo. Tutto questo compone un mosaico di cui posso soltanto stupirmi e sentirmi felice. Se qualcuno mi avvicina per dirmi «Ti ho visto, ho visto quel lavoro, complimenti», per me è già una grande soddisfazione.

Per quanto riguarda il mestiere, invece, credo che il vero successo sia la resistenza: riuscire ad andare avanti senza scoraggiarsi. Anche perché, per tante attrici e tanti attori, i motivi di scoraggiamento non mancano. In Italia esiste ancora una cultura troppo conformista, soprattutto nei confronti delle donne, ma anche rispetto alla fisicità degli attori. Lo ripeto: in certi film e in certe interpretazioni prevalgono talvolta inclinazioni eccessivamente «testosteroniche», troppo improntate a una mascolinità ostentata. Mi piacerebbe che si diffondesse maggiormente una cultura femminile, che riguarda tanto gli uomini quanto le donne, e che trovasse spazio sia nelle storie raccontate sia nelle interpretazioni.

Un’ultima domanda: con quale attrice donna le piacerebbe lavorare, con cui non abbia ancora mai lavorato, ovviamente?

Vedo talenti stupendi, e fare delle preferenze rispetto a un’attrice piuttosto che a un’altra non è semplice. Anche perché gli incontri spesso riservano delle sorprese. Recitare è anche un modo per scoprirsi e scoprire l’altra persona. Quando si affronta questo mestiere seriamente, senza viverlo come una semplice performance, può capitare di fare degli incontri umani profondi anche soltanto recitando.

È quello che è successo, per esempio, con Carolina Crescentini, con cui ho lavorato alla serie Mrs Playmen: è nata una bellissima sfida artistica con una splendida attrice, ma anche una conoscenza e un affetto umano. Carolina sa cogliere la sostanza umana delle persone. Mi è successo anche con Claudia Gerini e Margherita Buy, mentre ho conosciuto da poco Claudia Pandolfi sul set di una serie. Ogni set è un’occasione d’incontro, un pianeta nuovo da esplorare, così come accade quando si osserva un’attrice recitare da spettatori.

Ci sono tantissime attrici di enorme talento che vorrei vedere più spesso sullo schermo, che meriterebbero maggiori occasioni di lavoro. Per questo, più che indicare un nome famoso, mi piacerebbe lavorare anche con attrici che non fanno parte dello star system italiano, ma che possiedono un talento straordinario e dovrebbero avere la possibilità di esprimerlo.

Non è che non voglia fare un nome per paura di fare un torto a qualcun’altra: è che, davvero, gli incontri più belli li ho fatti recitando. Penso a Valeria Golino, Carolina Crescentini, Margherita Buy, Claudia Pandolfi, Claudia Gerini e tante altre. E poi c’è Anna Bellato, un’attrice straordinaria che fa parte anche della mia compagnia teatrale. Con Vanessa Scalera, invece, è nata una bellissima amicizia: l’ammirazione per un’attrice come lei si è trasformata anche in un affetto umano profondo. Sono esperienze che questo mestiere ti permette di vivere.

C’è però un caso particolare: io e Vanessa Scalera abbiamo partecipato allo stesso film senza avere una vera interazione in scena. Ecco, con lei mi piacerebbe collaborare proprio per questo. Ma le attrici con cui vorrei lavorare sono davvero tante. Credo che questa domanda non abbia una risposta precisa, perché, come dicevo, tutto dipende dalla conoscenza che nasce recitando. Recitare è uno strumento di conoscenza, non una performance.

Abbiamo finito, la ringrazio tanto della bellissima intervista!

Grazie a voi per le belle domande!

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