ROF d'annata


Silvana Scaramucci

26 Ago 2003 - Commenti classica

Come per il vino anche i festivals hanno le buone annate e questa del R.O.F. 2003 è stata particolarmente buona per la sagacia di intelligenti regie, per l'arditezza di alcune sperimentazioni scenografiche, per l'intrepida scelta di rappresentare – a distanza di soli quattro anni – l'impegnativa Semiramide, per il rigore filologico che caratterizza ogni produzione della Fondazione Rossini, mantenuto anche negli stravolgimenti più vistosi degli allestimenti. E non solo. Buona – come non si era verificato nelle ultime edizioni, ad esempio quella dello scorso anno – l'esecuzione orchestrale di entrambe le formazioni: l'Orquesta Sinfonica de Galicia e l'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna che, ottemperando ai guizzi delle non facili direzioni di Alberto Zedda, anche direttore artistico del R.O.F. e del m.o Carlo Rizzi che, si sa, è capace di giuocare con la bacchetta, nondimeno del m.o Jesùs Lòpez Cobos, più perfettino e più aderente alle partiture rossiniane, hanno incantato nelle pertinenze delle entrature strumentali – degli ottoni in particolare che nel repertorio rossiniano la fanno da padrona – e nella duttilità armoniosa delle tonalità le gremite platee dei tre templi pesaresi, il Palafestival, l'auditorium Pedrotti, il teatro Rossini. Alla musica – ma non solo a questa – sono andati gli applausi più calorosi dello scelto pubblico internazionale che frequenta da XXIV anni il R.O.F..Questa edizione ha consacrato regina il mezzosoprano Daniela Barcellona, già emersa da tempo a Pesaro come grande ma che ha dato il meglio di sè anche come performance nel difficile ruolo di Arsace, senza un minimo cedimento nelle quattro ore della Semiramide. Accanto a lei un soprano d'eccezione in Darina Takova-Semiramide, un promettente tenore in Gregory Kunde- Idreno, un poderoso Coro da Camera di Praga diretto dal m.o Lubomìr Mà ti che ha incentrato, forse più del dovuto, l'attenzione del pubblico anche per la ieraticità dell'atteggiamento scenico esaltato dalla essenzialità stilistica del bianco dei costumi studiati da William Orlandi. La Semiramide di questa edizione ha confermato più di ogni altro spettacolo – il cartellone 2003 ha registrato altre tre grandi proposte, l'Adina, il Comte Ory, lo Stabat Mater – quale ruolo ricopre il R.O.F. a livello internazionale per accuratezza e specificità . La perspicacia della regia di Dieter Kaegi ha operato una moderna trasposizione del capolavoro rossiniano riuscendo a cogliere quanto di universale sopravvive ancora nell'eredità storica delle civiltà del medio oriente. E' così che la storia della leggendaria regina, la più dissoluta e rotta al vizio dell'antichità precristiana, ha offerto spunti per una rilettura del melodramma tragico dell'originario libretto di Gaetano Rossi che hanno additato le complessità culturali e politiche che intrigano ( o impantanano) l'attuale situazione medio asiatica. Il progetto di luci curato da Roberto Venturi additante il dominio dell'astronomia assiro-babilonese, il rigore delle scenografie giuocate sull'assolutezza del bianco e nero, lo sfavillìo dei costumi ( entrambi a cura di William Orlandi) dei protagonisti in opposizione al rigore glaciale dei Magi-Coro hanno risposto con accentuata coesione alla filosofia registica, restituendo smagliante freschezza e leggerezza di sviluppo a un melodramma di per sè davvero impegnativo oltrechè per il cast anche per il pubblico. Alcuni, essenziali espedienti meritano cenno: le sale da giuoco, l'immensa tavola rotonda del consulto dei Magi, le bandierine di ogni popolo che era-è assoggettato all'antica e nuova Semiramide. Davvero un gran capolavoro dove la bacchetta del m.o Carlo Rizzi ha liberato tutto il suo estro di brillante esecutore rossiniano.
Non così ha entusiasmato la pur buona rappresentazione di Adina. L'aspettativa del pubblico per la regia di Moni Ovadia, altro talento di estrose creazioni registiche, non è andata oltre il giusto apprezzamento per un lavoro che ha ricalcato fin troppo gli schemi classici dell'originaria impostazione, sia nei costumi che nella scena ( a cura di Giovanni Carluccio) fissa evocante l'harem-serraglio in cui il cast – Joyce Di Donato-Adina, Raul Gimènez-Selimo, Saimir Pirgu-Alì, Carlo Lepore-Mustafà , Marco Vinco-Califo – si è mosso con compostezza di performances, dando però il meglio in campo vocalistico. Molto apprezzata l'esecuzione musicale dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta dal m-o Renato Palumbo.
Più estrosa la regia di Lluis Pasqual per Le Comte Ory, ambientato su una scenografia d'interni lussuosi e sanguigni, piuttosto carica nelle scelte di scene e costumi risultati un po' kitsch e sensuosi fin troppo. Il cast vocalistico – dove figuravano due stelle del R.O.F. – ha accusato cedimenti nella resa di Bruno Praticò – Raimbaud e dello stesso Juan Diego Florez – le Comte Ory, mentre ha evidenziato un astro nascente in Stefania Bonfaldelli, eccellente Comtesse di forte vena timbrica ed estensione modulare di ampio respiro.
Infine, ma non ultimo per l'entusiasmo che ha suscitato nell'affollatissima platea del Palafestival, un magistrale Stabat Mater diretto dallo stesso direttore del R.O.F., il m.o Alberto Zedda, eseguito con rara tensione emotiva dall'Orquesta Sinfonica de Galicia, dal Coro da Camera di Praga del m.o Mà ti, in cui le voci di Daniela Barcellona, Alastair Miles, Gregory Kunde, Iano Tamar hanno concorso all'elevazione dell'intera poetica musicale che caratterizza questa particolare composizione sacra del dissacrante Rossini.

(Silvana Scaramucci)


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