Quattro nel ‘Novecento’, la Mostra a Macerata


di Flavia Orsati

21 Lug 2022 - Arti Visive

Nel Palazzo Ricci di Macerata abbiamo visitato la Mostra, a cura di Roberto Crespi, Quattro nel ‘Novecento’. L’esposizione, aperta fino al 2 ottobre 2022, indaga l’opera di due maestri (Francesco Messina e Primo Conti) e due allievi (Betto Tesei e Diego De Minicis).

Per determinare […] il limite in cui il
passato deve essere dimenticato, se
non vuole diventare l’affossatore del
presente, si dovrebbe sapere con
esattezza quanto sia grande la forza
plastica di un uomo, di un popolo o di
una civiltà, voglio dire quella forza di
crescere a modo proprio su se stessi,
di trasformare e incorporare cose
passate ed estranee, di sanare ferite,
di sostituire parti perdute, di
riplasmare in sé forme spezzate.
F. Nietzsche - Sull’utilità e il danno
della storia per la vita

In un momento storico in cui siamo abituati – per forza di cose – a pensare alla cultura come a un insieme di conoscenze tra di loro collegate formalmente ma intimamente scisse, abdicando con naturalezza, come fosse un vanto, a una feconda epistemologia della complessità, e a concepire il presente e i suoi “corsi e ricorsi” a compartimenti stagni, una mostra come questa può essere uno spunto di riflessione e di partenza per un processo di nuova analisi del modo di concepire il passato e, soprattutto, il presente, slanciandolo verso il futuro, in tutta la sua intricatezza e in tutte le sue corrispondenze, molto più labirintiche di quanto possa sembrare.

La presente esposizione, a cura di Roberto Cresti, aperta presso gli spazi di Palazzo Ricci di Macerata fino al 2 ottobre 2022, indaga l’opera di Quattro nel ‘Novecento’, due maestri e due allievi, i primi dalla vita lunghissima e disseminata di riconoscimenti, i secondi invece morti entrambi prematuramente, come bruciati anzitempo dalla verve vitale del tanto controverso Secolo Breve. L’obiettivo è mostrare sì le analogie, ma anche le differenze di linguaggio e di fare artistico, che sottendono e sottolineano le inquietudini di un tempo buio e ricco di complessità artistica.

Ma, prima di iniziare il viaggio indietro nel tempo, occorre entrare in atmosfera. Fortunatamente, in questo itinerario mentale ci vengono in aiuto le fotografie di Carlo Balelli, il quale immortala i paesaggi delle colline maceratesi intorno agli anni Trenta, accompagnati dalla musica di sottofondo del compositore, sempre maceratese, Lino Liviabella, e dalle note della sua Riderella, favola musicale del 1927. Per comprendere la mostra, tra manifesti pubblicitari d’epoca, eleganti abiti femminili dal gusto metafisico del tempo che fu, quando in ogni dettaglio ancora si nascondeva l’universale, e fiammanti Fiat 509, a metà tra velocità futurista ed estetica metafisica, sintesi perfetta, insomma, tra innovazione e tradizione, bisogna pensare che tutto questo non avviene nell’atemporalità sospesa di un tempo mitico ed idealizzato, ma accade circa settanta anni fa, non solo nel Novecento “cronologico”, ma anche nel Novecento ideologico e, soprattutto, artistico: si tratta del Novecento di Margherita Sarfatti.

Veniamo al dunque: gli artisti in mostra sono Francesco Messina (1900-1995), Primo Conti (1900-1988), Betto Tesei (1898-1953) e Diego De Minicis (1913-1942). Il prezioso percorso espositivo si snoda in quattro sale collegate circolarmente tra loro, come a “chiudere il cerchio” di un arco temporale ed esistenziale che ha visto incrociarsi il destino di allievi e maestri con il corso mastodontico della Storia. Gli artisti in mostra pongono in relazione la roboante estetica futurista della macchina alla resurrezione immaginativa del chiaro di luna, dando vita ad un lirismo poetico ed artistico che ognuno dei quattro declina a suo modo, acquisendo una peculiare ed unica impronta personale che rielabora sì i fasti, ma soprattutto i lutti (reali ed ideologici) del tempo in cui si sono trovati ad operare. Ad affiancare gli ormai antologizzati Messina e Conti, sorprende il valore ed il livello dell’operato di Tesei (jesino) e De Minicis (originario di Petriolo), ontologicamente marchigiani, anche nel loro ductus pittorico e scultoreo.

Francesco Messina, organico alla temperie Novecentista e maestro indiscusso della storia dell’arte che non ha bisogno di presentazioni, si pone in dialogo con i moti e le imperfezioni della realtà. Lo spirito ideologico del Novecento, stavolta non inteso come quello sarfattiano ma in senso propriamente storico, quello degli anni del Fascismo, ben emerge nella splendida sala dedicata a Primo Conti, in quadri come Il ratto delle Sabine, dove storicità spirituale e immanenza del mito, che si palesa nella sua forma fenomenica e quindi imperfetta, priva di trionfalismo e solennità, svelano con accento drammatico i sentimenti impressi sui volti scomposti da dolore e orrore dei protagonisti della composizione, non solo per la bruttezza del presente ma anche per il presentimento di ciò che verrà; tutto questo è riassunto in Giotto e Cimabue, sorta di ineloquente manifesto programmatico dell’arte di Conti: i due Maestri della storia dell’arte sono quasi dei manichini metafisici che hanno superato la metafisica stessa, indifferenti al moto futurista e scuri nei loro non-volti.

Le opere dei due artisti trovano eco nella produzione dei marchigiani Betto Tesei e in quella, seppur breve, di Diego De Minicis. Tesei, in particolare, nonostante sia figlio del suo tempo, è erede di un piccolo mondo antico di provincia che tarda a tramontare. Così, tra nudi di donna e un Atleta ritratto di profilo, emerge una sorta di organica riflessione sulla necessità, tutta interiore, di un ritorno all’ordine, di condurre un’indagine volta a scandagliare le piccole e semplici cose che popolano una casa borghese della prima metà del secolo scorso.

Infine, il più giovane dei quattro, de Minicis, spentosi a ventinove anni sul fronte russo, durante una delle tante battaglie della Seconda Guerra Mondiale, la battaglia del Don, il cui talento artistico era stato riconosciuto dallo stesso Messina. Ovviamente, per ragioni prettamente anagrafiche, il suo linguaggio pittorico non ha avuto modo di conoscere una fase matura e di sviluppare precipuamente tutte le sue potenzialità. Sappiamo, anche da quanto esposto, della sua predilezione per il femminile, declinato in tutte le sfaccettature, dalle più rassicuranti alle più sensuali, tema nel quale il Novecento artistico entra in punta di piedi e ne fuoriesce, agli occhi del fruitore, pienamente e personalmente sintetizzato. Qui il cerchio della mostra si chiude, trasmettendo al visitatore un ulteriore insegnamento – tanto forte per chi lo sa cogliere da farsi monito: siamo umani perché inseriti in un flusso, che non è solo quello della Storia, ma anche della Conoscenza tramandata, dell’esperienza individuale che acquista senso poiché punto di incontro dialettico tra tradizione e innovazione, di reciprocazione intellettuale tra visioni del mondo che devono necessariamente compenetrarsi e porsi in continuità, come del resto è sempre accaduto, anche con le rotture all’apparenza più radicali: per contestare qualcosa occorre conoscerlo, farlo proprio, averlo esperito sin dentro le proprie viscere ed essersi bruciati. E tale filo rosso non va reciso, pena lo sprofondare in una condizione che, purtroppo, ha dei punti di tangenza con quella attuale.

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