La “Carmen” del Balletto di Milano incanta Ancona (con qualche riserva)


di Elena Bartolucci

11 Mar 2026 - Commenti danza

L’intensa rilettura coreografica andata in scena al Teatro delle Muse non convince pienamente per atmosfera e interpreti.

(Foto di Aurelio Dessí)

Ancona – domenica 8 marzo, al Teatro delle Muse, il numeroso pubblico presente ha accolto con grande entusiasmo la rilettura coreografica della Carmen, sulle celebri note di Georges Bizet, portata in scena dal Balletto di Milano.

Lo spettacolo, con coreografie di Agnese Omodei Salè e Federico Veratti, propone una versione della storia costruita in due atti e quattro quadri. Fin dalle prime scene emerge una particolarità inaspettata: l’introduzione del Destino, Alessandro Orlando, una figura quasi metafisica dai tratti luciferini. Questo personaggio guida l’azione, preannuncia il tragico epilogo e accompagna la vicenda dall’inizio alla fine, orientando l’incontro tra la protagonista e i due principali uomini della sua vita, Don José ed Escamillo.

Dal punto di vista coreografico, lo spettacolo si sviluppa attraverso una successione di quadri dinamici, in cui si alternano momenti corali e intensi pas de deux. Più convincenti sono apparsi gli elementi legati al linguaggio del balletto classico rispetto a quelli di matrice più contemporanea.

L’esile danzatrice protagonista, Giusy Villarà, non emerge pienamente come figura magnetica e simbolo di femminilità. Pur dimostrando notevoli qualità tecniche, non riesce sempre a esprimere quell’energia e quella seduzione indomabile che caratterizzano il personaggio di Carmen.

Di gran lunga più espressiva è risultata invece la danzatrice nei panni della dolce Micaela, Annarita Maestri.

Notevoli anche le prove dei ballerini maschili rispettivamente nei ruoli del tormentato Don José, Mattia Imperatore, e del carismatico torero Escamillo, Gianmarco Damiani, (quest’ultimo protagonista di diversi assolo di grande livello).

Nel complesso, la Carmen del Balletto di Milano si conferma una buona proposta, pur con qualche limite in termini di fluidità narrativa e intensità passionale. Gli intermezzi all’interno di ciascun atto sono sembrati talvolta ripetitivi e non sempre è stata valorizzata la virtuosità tecnica che il pubblico forse si aspettava dalla compagnia. In alcune scene di ensemble, inoltre, i ballerini sono apparsi poco focalizzati e non perfettamente all’unisono.

L’essenziale impianto scenico, curato da Marco Pesta, privilegia una dimensione evocativa ma non sempre riesce a trasmettere una forte carica emotiva.

I costumi di Federico Veratti contribuiscono invece a delineare l’atmosfera iberica senza scivolare nel folclore più scontato, grazie a una interessante varietà di tessuti e colorazioni a tema.

La musica resta senza dubbio la protagonista più potente dello spettacolo e guida con efficacia le emozioni dell’intera vicenda. La storia, pur coinvolgente, riesce tuttavia a restituire solo in parte tutta la complessità di una delle eroine più celebri della storia dello spettacolo.

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