Intervista all’attore Fausto Russo Alesi
a cura di Francesca Bruni
17 Set 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Dalla complessità del personaggio Roberto nel film “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci, in uscita oggi 17 settembre nelle sale, al rapporto con Marco Bellocchio, passando per il teatro e per quelle sensibilità interiori che ogni attore porta con sé: Fausto Russo Alesi racconta, nell’intervista a cura di Francesca Bruni, il suo modo di vivere i personaggi, il bisogno di mettersi in gioco e la ricerca di un’arte capace di interrogare profondamente l’essere umano.
(Le foto sono state messe a disposizione dall’intervistato o sono dell’area press delle case di distribuzione dei film)
Con I figli della scimmia (https://www.musiculturaonline.it/il-film-i-figli-della-scimmiadi-tommaso-landucci-sara-nelle-sale-il-17-settembre/), presentato a Venezia e diretto da Tommaso Landucci, in uscita nelle sale oggi 17 settembre 2026, Fausto Russo Alesi si confronta con un personaggio, Roberto, attraversato da fragilità, contraddizioni e da un rapporto complesso con la propria idea di genitorialità. Un film che, attraverso il rapporto tra un padre e i suoi figli, mette al centro un tema universale: la difficoltà di amare davvero quando l’amore rischia di trasformarsi in aspettativa, proiezione e bisogno di controllo.
Nella conversazione, Russo Alesi parte proprio da questo ruolo per parlare del significato più profondo del suo lavoro: immergersi nei personaggi, mettere in gioco il proprio vissuto e, allo stesso tempo, esplorare ciò che ancora non si conosce di sé. Un percorso che lo porta inevitabilmente a confrontarsi con le proprie “crepe interiori”, quelle zone meno visibili dell’essere umano che, secondo l’attore, sono spesso la parte più interessante da raccontare.
Ma l’intervista attraversa anche il suo lungo e intenso rapporto professionale con Marco Bellocchio, dagli anni di Il traditore a Rapito ed Esterno notte, fino ai nuovi progetti teatrali e cinematografici. Russo Alesi parla inoltre del riconoscimento, del rischio del fallimento, della necessità di non snaturarsi e della libertà di scegliere soltanto i progetti nei quali sente di poter entrare completamente.
Un dialogo che restituisce il ritratto di un interprete profondamente legato al proprio mestiere, inteso non soltanto come professione, ma come possibilità di conoscersi, mettersi continuamente in discussione e provare, attraverso l’arte, a comprendere qualcosa in più della vita.
INTERVISTA
Partiamo da “I figli della scimmia”: che cosa l’ha colpita maggiormente quando ha letto per la prima volta la sceneggiatura di Tommaso Landucci? È stato il tema della famiglia, il conflitto interiore dei personaggi o qualcosa di più istintivo?
Mi ha colpito molto la qualità della sceneggiatura: è profonda, si muove su più livelli e, attraverso il tema della genitorialità, dà la possibilità di parlare di diversi aspetti dell’essere umano. Mi è sembrato che dentro ci fossero le vite conflittuali che ognuno di noi vive e che ciascuno di noi potesse riconoscersi in queste relazioni, che sono forse le più importanti in assoluto: le nostre radici, ciò che siamo e ciò che vorremmo trasmettere. Ma, essenzialmente, il tema che ho sentito più forte è quello dell’amore incondizionato.
Il film mette al centro il rapporto tra il figlio reale e quello ideale, la persona che un genitore avrebbe immaginato. Quanto è stato difficile entrare in una storia così delicata senza cadere nel giudizio sui personaggi?
È come se tutti avessimo aderito immediatamente a questa storia, alle possibilità che ci offriva di implicarci. I personaggi vivono le proprie ossessioni e i propri conflitti interiori e hanno bisogno, in qualche modo, di liberarsi di qualcosa, affrontando frontalmente la propria questione e provando a non controllare più, provando ad accettare profondamente ciò che hanno di fronte.
Credo che ognuno di noi, spesso, finisca per incanalarsi in strade che sono, per così dire, dei vicoli ciechi. Aprirsi davvero a chi abbiamo davanti e accettarlo profondamente è invece un grande atto di consapevolezza, di amore e di crescita. Ed è proprio questo che vivono i personaggi, un conflitto straziante di proiezioni: ciò che vorrebbero e desiderano è una realtà che non può essere esattamente come è nella loro testa. In questo senso, i personaggi dovranno confrontarsi veramente con la realtà.
Il suo personaggio, Roberto, è un padre che vive una situazione familiare particolarmente complessa. Qual è stato il suo percorso per costruirne la fragilità, ma anche la forza?
La bellezza di questi ruoli è proprio che si muovono su più strati, su più livelli. Ci sono i rapporti che entrambi i fratelli hanno con il padre (stupendo Luigi Diberti), ma c’è anche l’assenza della figura materna: una madre che non vediamo, ma che esiste in maniera forte dentro la loro sensibilità, dentro il loro modo di stare al mondo. E c’è il rapporto tra i due fratelli, il loro vissuto comune e visioni della vita differenti, la loro storia fatta d’amore ma anche di antichi conflitti e ombre, come del resto spesso accade nelle famiglie e tra fratelli. Nel rapporto con i genitori poi, per esempio, può succedere che un figlio abbia un rapporto più facile e diretto, mentre per un altro sia molto più complesso e faticoso per questioni caratteriali o ataviche incomprensioni. E tutto questo si riflette senz’altro anche nel modo in cui Roberto insegue il futuro del proprio figlio.
Ho costruito Roberto cercando ovviamente di sentire il più possibile queste questioni anche rispetto alla mia vita e alle esperienze che ho fatto. Mi piace molto il fatto che si possa parlare di questi argomenti in maniera non retorica, ma molto concreta. La conoscenza e l’accettazione vera di un figlio, il volerlo riconoscere per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse: tutto questo c’è e non è semplice. Si scontra con mille difetti, rigidità, impacci e anche con tutto quello che, probabilmente, siamo chiamati a mettere in discussione di noi stessi.
Roberto si confronta con il figlio in un momento molto delicato, quello dell’adolescenza, che è sicuramente una fase che ti mette a dura prova, fatta di contestazione e ricerca di identità e autonomia. È il momento in cui pensi di dover guidare tuo figlio secondo il tuo modo di vedere, mentre invece non è esattamente così. È un padre che ama il figlio e vorrebbe il meglio per lui, ma forse immaginando un figlio perfetto, inseguendo una certa idea di perfezione, ma che è forse una forma di controllo che non si emancipa dal giudizio.
Penso sia qualcosa di profondo che appartiene a tutti noi, a vari livelli e con diverse modulazioni, e con cui ognuno, prima o poi, deve confrontarsi. Non è per niente semplice e per questo Roberto fa anche molta tenerezza: non si nasce genitori, ci si diventa. Ti trovi a giocare quella partita facendo mille errori, ma quando hai davanti la forza di qualcuno che sa metterti realmente di fronte alla propria diversità e, in qualche modo, imporla, quella diventa una grande possibilità di crescita e anche una grande prova d’amore.
Nel film emerge proprio questo interrogativo molto forte: è possibile amare profondamente un figlio e, allo stesso tempo, fare i conti con il dolore per ciò che si era immaginato diversamente? Come si è confrontato con questa contraddizione da attore?
Io penso che noi attori ci facciamo veicolo delle tematiche che raccontiamo. Abbiamo la possibilità di guardarle, di attraversarle, di confrontarci con esse dentro il contenitore dell’arte. Credo però che solo chi vive veramente una determinata situazione possa essere consapevole fino in fondo di cosa significhi.
La possibilità per un attore è quella di immergersi dentro queste storie e provare a capire quanto ci riguardino e come possano risuonare in chi le guarderà. A volte puoi comprendere ed empatizzare profondamente con qualcosa, anche quando è molto distante da te… un tentativo di immaginare e raccontare qualcosa che ti emoziona in maniera molto forte… o esorcizzare la paura di quella cosa…
La vita a volte è meravigliosa, altre volte è molto difficile, ma avere il coraggio di affrontarla significa anche trovare la forza di guardare, fino in fondo, ciò per cui vale la pena viverla.
È questo viaggio di conoscenza che mi auguro quando entro dentro i personaggi e dentro le relazioni che raccontano. Io credo ci sia grande bellezza nella profondità di ciò che racconta questo film.
Quanto della sua esperienza personale, anche semplicemente emotiva, è entrato nella costruzione di Roberto? E c’è qualcosa di sé che ha preferito tenere completamente fuori dal personaggio?
No, ho messo tutto quello che risuonava in me rispetto a queste relazioni: le relazioni genitoriali, il mio essere figlio, il mio essere padre. Ho cercato di mettere il più possibile ciò che sono le mie percezioni, i miei difetti, ma anche le mie aspirazioni. Ho cercato di portarli dentro il personaggio e di renderli visibili.
Spesso crediamo di fare qualcosa con i migliori intenti, pensando che sia il modo migliore per esprimere il nostro amore. Invece, a volte, guardando davvero le cose, possiamo renderci conto che dobbiamo aggiustare il tiro. Anche vedere i propri errori può aiutarci, persino sorridendo dei nostri errori e delle nostre inettitudini. Però, ripeto, non nasciamo genitori. E quindi tutto questo mi piace guardato con estrema empatia, con tenerezza, quasi con un abbraccio.
Il rapporto tra i personaggi di Roberto e Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio, è uno dei nodi centrali della vicenda. Come avete costruito la tensione e l’ambiguità del loro rapporto?
È stata una scoperta felicissima lavorare con Riccardo. Ha fatto un lavoro strepitoso ed è stato davvero molto bello incontrarci, visto che non avevamo mai lavorato insieme. Abbiamo subito sentito che le tematiche che stavamo raccontando e il nostro rapporto erano qualcosa che risuonava in entrambi. Abbiamo trovato un aggancio segreto. Ho avuto la fortuna di conoscere un attore sensibile, divertentissimo e molto in ascolto. Ci siamo divertiti molto e ci siamo anche emozionati, ed è stato tutto estremamente naturale, senza bisogno di dirsi troppe cose. Anche nel film, le cose più importanti passano attraverso i silenzi e la percezione di antiche gelosie e differenze caratteriali. Diventi adulto e a volte non hai più la forza o il coraggio di affrontare il conflitto con le persone più vicine e così lasci correre, lasci che le cose rimangano come sono, con una sorta di pacifico compromesso.
Invece, proprio grazie a questi figli meravigliosi, i due fratelli riescono ad arrivare a confrontarsi davvero, anche in rapporto con un padre, così presente e da cui forse è difficile emanciparsi fino in fondo. Credo che questi confronti siano qualcosa che ci emoziona molto, nonostante gli anni che passano e nonostante ognuno abbia ormai pensieri e problematiche differenti – alcune, come nel caso di Dario, anche più difficili e faticose da affrontare – è qualcosa di estremamente importante, bello e coraggioso. Alla fine, hai la sensazione che questa famiglia ci sia, che esista davvero e che sia qualcosa che sostiene tutti loro.
Il film affronta anche il tema della disabilità senza trasformarlo semplicemente in un elemento drammatico. Quale attenzione avete avuto, sul set, nel raccontare questa realtà evitando stereotipi o facili semplificazioni?
Andrea è un ragazzo meraviglioso, così solare, e anche la sua famiglia è una famiglia meravigliosa. Lui ci ha proprio catturati. Era strafelice ogni giorno di girare, non si stancava mai ed era estremamente presente. Questa sua presenza è stata qualcosa con cui tutti ci siamo confrontati e ha messo subito le cose in chiaro: via qualsiasi orpello, via qualsiasi cosa che fosse controllo o artificio. Bisognava semplicemente stare lì, nel reale, nel concreto, nel tentativo di comunicare.
Andrea è estremamente comunicativo. E anche Tancredi è un ragazzino meraviglioso. Questi due figli ci hanno coinvolto moltissimo!
Tommaso Landucci arriva alla sua prima opera di finzione dopo il documentario e porta nel film una materia molto intima. Che regista ha trovato sul set? E che cosa l’ha sorpresa maggiormente nel suo modo di dirigere gli attori?
Io ho trovato in Tommaso quello che poi vedo nel film. È un regista autentico, sensibile, con una visione molto precisa e un carattere ben definito nelle scelte che ha fatto. Non solo è capace, ma ha voglia di ascoltare, di costruire insieme, di mettersi in dialogo. Mi viene da dire che ho percepito un sentimento molto, molto sano nel suo essere regista. Questa è la cosa che sento più forte. Trovo che sia stato bravissimo, e che lo sia. Anche il suo documentario mi era piaciuto enormemente.
Quando ci siamo incontrati, ci siamo subito agganciati su un’emotività che, evidentemente, ci appartiene. È stato quindi molto bello lavorare in un set così organico, ma anche vivere tutto il contesto: la troupe, il cast affiatato a cominciare dalle figure femminili, interpretate da Lydia Liberman e Cristina Odasso. La produzione è stata accorta, sensibile, presente. Anche coraggiosa.
Lei ha lavorato con alcuni dei più importanti registi italiani, tra cui Marco Bellocchio. Tra tutti i film che ha interpretato per il Maestro, a quale è più legato?
È una domanda difficilissima, perché mi sento sempre estremamente fortunato ogni volta che Marco Bellocchio mi chiama e mi propone un ruolo. Devo dire che ne abbiamo fatti molti di film e, ogni volta, è stato un viaggio sempre più profondo.
Ci sono ruoli a cui sono particolarmente legato, perché sono stati viaggi davvero potenti e totalmente immersivi. Mi riferisco a Esterno notte, a Rapito, ma anche a Il traditore, perché mi è stato affidato un ruolo estremamente importante, che ha risuonato in me in maniera molto forte: quello di Giovanni Falcone. Questi tre film sono veramente nel cuore, perché ho imparato moltissimo e perché sono stati viaggi molto intensi. Ma ogni volta è una nuova sfida: il ruolo precedente è diverso da quello successivo. Sento sempre che c’è un rapporto che continua e si approfondisce, di ruolo in ruolo.
Per non parlare delle cose che abbiamo fatto a Bobbio, quindi mi riferisco ai corti. Quest’anno, ad esempio, abbiamo realizzato un nuovo corto insieme. Sono lavori a cui sono profondamente legato, nati in un contesto molto importante per Marco Bellocchio, quello della formazione, all’interno della scuola “Fare Cinema”. Sono progetti che non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni: il modo di lavorare è serio e totale.
Questa grande sfida di riuscire a raccontare l’umanità, i grandi sentimenti o le grandi questioni in poco tempo, attraverso una storia breve, è qualcosa di molto entusiasmante. È un po’ come accade con i racconti brevi dei grandi autori della letteratura.
La scelta di lavorare spesso con Bellocchio è stata casuale oppure trova con lui una particolare affinità?
Io mi ritengo sempre fortunato di essere stato scelto da questo grandissimo Maestro. Sicuramente c’è un rapporto molto profondo di stima e, adesso, anche di amicizia, di voglia di conoscersi sempre di più partecipando ai suoi grandi progetti visionari. Fa parte del suo cinema anche l’idea di approfondire, e in questo senso c’è qualcosa che mi appartiene.
Essendo un attore che si è formato con il teatro, spesso mi è capitato di lavorare in spettacoli che creavano delle vere e proprie famiglie: per due o tre anni si andava in scena e si faceva un viaggio insieme. Poi questa conoscenza faceva sì che ci si ritrovasse spesso in altri progetti. È qualcosa che Marco Bellocchio ha sempre praticato nel suo cinema e che, quindi, è molto vicino a quello che può essere l’approfondimento teatrale anche con gli attori.
Ed è qualcosa che possiamo riscontrare guardando gli attori che ritornano a lavorare con Marco Bellocchio: credo che questo sia molto bello e rappresenti una grande potenzialità, perché vuol dire che ci si è trovati bene, che si vuole approfondire, che c’è la curiosità di scoprire ancora qualcosa, che non ci si è saziati, in qualche modo, che c’è fiducia. Ed è estremamente entusiasmante.
Una possibilità di aderire e di sentirsi parte del grande progetto di un grande autore.
Nei suoi personaggi c’è spesso una forte componente di inquietudine e conflitto. Quanto di Fausto Russo Alesi c’è realmente nei personaggi che interpreta e quanto, invece, è un modo per liberarsi di parti di sé che nella vita quotidiana tiene nascoste?
Forse tutti e due. Sicuramente credo che un attore debba implicarsi, debba metterci il proprio vissuto, ma anche tutto quello che non ha esperito: i suoi desideri, la sua immaginazione come dicevo prima, il potenziale della sua immaginazione, la possibilità di mettersi nei panni degli altri, la possibilità di essere più cose, di portare alla luce anche parti più nascoste, di indagare e di indagarsi. Quindi, mi viene da dire, tutti e due.
Quello che mi interessa soprattutto, nell’interpretare un personaggio, è raccontare le sue crepe interiori. Mi interessa capire perché fa una scelta piuttosto che un’altra, perché agisce in un modo piuttosto che in un altro. Penso quindi che i conflitti siano una parte molto vitale di noi, passiamo la vita a cercare di risolverli e scioglierli quei nodi. Quindi credo che anche i personaggi debbano portare questo e, soprattutto, portare ciò che non si vede, più di quello che è visibile a tutti.
Ha mai rifiutato un ruolo perché sentiva che avrebbe toccato un nervo troppo scoperto, qualcosa di troppo personale? Oppure, al contrario, sono proprio i personaggi che la mettono maggiormente in crisi quelli che la attirano?
No, non ho mai rifiutato un ruolo per questo motivo. Ho rifiutato un ruolo quando sentivo di non poter dare nulla a quel personaggio, perché semplicemente non risuonava in me oppure perché il ruolo o il progetto non approfondivano abbastanza ciò che volevano raccontare. Quando sento questo, a volte preferisco rifiutare, perché penso che non potrei raccontare quel personaggio a 360 gradi. Mi piace potermi immergere totalmente nei ruoli e nei personaggi che interpreto e avere lo spazio per farli risuonare.
Quando sento che questa possibilità è in qualche modo sacrificata, o che un ruolo diventa soltanto funzionale alla storia, allora mi interessa meno.
Il successo e il riconoscimento nel cinema sono arrivati attraverso ruoli spesso molto intensi e non necessariamente “popolari”. Le è mai capitato di pensare: “Forse avrei meritato qualcosa di più”? E quanto pesa, per un attore, il bisogno di sentirsi finalmente riconosciuto?
Il riconoscimento è fondamentale per un artista. Se faccio questo lavoro è perché, parlando per me, non penso che vorrei fare altro. È quello che voglio fare in assoluto, perché mi fa sentire vivo, mi permette di essere me stesso e di raccontare delle cose di me attraverso il lavoro.
Nel momento in cui non sei riconosciuto, vuol dire che qualcosa non sta arrivando, che non c’è comunicazione, e questa è una questione molto complessa, che può anche far soffrire. Quando capiamo che c’è qualcosa che non arriva, qualcosa che ci riguarda e ci interessa profondamente e che abbiamo bisogno di far arrivare, credo dobbiamo trovare la strada. Se oggi non ci riesco, devo lavorare per riuscirci, per essere più incisivo, più chiaro, quanto più possibile visibile. Per fare questo, però, non bisogna snaturarsi, non bisogna andare in zone che non ci appartengono, dove saremmo come pesci fuor d’acqua. Bisogna stare nelle zone in cui ci si sente bene, a proprio agio, dove è più congeniale essere al meglio di quello che si è e di quello che si vorrebbe provare a fare.
Il nostro lavoro ci mette continuamente in discussione: sei sotto giudizio e il fallimento è sempre dietro l’angolo. Certo, l’investimento è talmente alto, talmente rischioso, da poter prevedere anche un fallimento. A volte, per esempio, bisogna fare un triplo salto mortale e il triplo salto mortale può non riuscire: anche se ti alleni tantissimo, quel giorno magari non ti viene e lo sbagli. L’importante per me è sentire la voglia di riuscire a fare qualcosa che è… fuori dall’ordinario e provarci ancora, insomma!
Credo anche però, che quanto più ci potranno essere porte aperte per poter fare ruoli capaci di sorprendere me e anche il pubblico, senza percorrere sempre le stesse strade, tanto meglio sarà. Penso che sia una cosa che vale per tutti.
A volte è difficile scardinare certi meccanismi, anche se sono felice delle cose che sto facendo e che ho fatto. Mi piace l’idea di poter scegliere profondamente i progetti: vuol dire mettersi al servizio di qualcosa in cui credi e, attraverso quello, provare a dare il massimo nelle tue interpretazioni.
Dopo Venezia e l’uscita de “I figli della scimmia”, quali sono i progetti ai quali sta lavorando e c’è un personaggio che oggi sente particolarmente vicino o che vorrebbe ancora interpretare?
Ci sono tante cose che voglio fare e che farò. Ci sono progetti che mi riguardano direttamente, nel senso che sono io il motore, e quest’anno infatti tornerò al teatro, dopo un anno di assenza.
Nel frattempo, continuerò a fare cinema e usciranno diversi progetti importanti che ho realizzato durante quest’anno. E spero di promuoverli! Mi piace che i progetti, una volta fatti, vengano anche consegnati e condivisi con il pubblico. Non parlo soltanto della visione del film, ma anche della possibilità di accompagnare i progetti, raccontarli, farli vivere un po’ anche attraverso la presenza in sala e l’incontro con il pubblico.
Dei progetti teatrali che stanno per prendere vita e di cui sono veramente felice, il primo sarà “Il Cappotto” di Gogol, che debutterà a dicembre, prodotto da Emilia-Romagna Teatro ERT -Teatro Nazionale e dal Teatro Biondo di Palermo e poi a seguire un grande testo di Dacia Maraini, “Notarbartolo, un uomo giusto”, prodotto dal Teatro di Napoli-Teatro Nazionale. Ne parleremo approfonditamente!
La ringrazio per questa interessantissima intervista. Le auguriamo il meglio!
Grazie a voi per tutto!







