Intervista allo storyboard artist Giuseppe Cristiano


a cura della Redazione

17 Gen 2022 - Fumetti, Letteratura, Libri

Pubblichiamo l’intervista fatta a Giuseppe Cristiano, storyboard artist, scrittore e musicista. Abbiamo chiesto di raccontarci soprattutto delle sue opere letterarie.

Accogliamo sul nostro magazine Giuseppe Cristiano, storyboard artist, scrittore e musicista. Molte sfaccettature artistiche lo contraddistinguono e anni di lavoro all’estero insieme a collaborazioni internazionali. Lo abbiamo incontrato per conoscere le sue ultime pubblicazioni letterarie che usciranno a breve. Ecco cosa ci ha raccontato.

D. Ciao Giuseppe, so che tu hai lavorato principalmente all’estero. La curiosità ci porta a chiedere sempre, quali sono le differenze con l’Italia? Perché all’estero sembra sempre che tutto funzioni meglio?

R. Oddio ci sono tanti luoghi comuni e generalmente chi non ha vissuto all’estero ha generalmente quest’idea. Però una cosa è visitare un paese come turista e un’altra è viverci e quindi far parte di quella società. In ogni paese ci sono i rovesci delle medaglie, ma queste cose si scoprono man mano che ci si presentano e si realizza che alla fine tra le tante cose positive che ci sono apparse subito specialmente nei primi periodi sotto sotto ce ne sono tante altre che magari non vanno proprio bene. Dipende poi dalla personale esperienza di ognuno di noi e dalla capacità di adattarsi. Io dal canto mio non ho mai avuto problemi ed ho saputo sempre inserirmi ma ho conosciuto molta gente che pretendeva di vivere nel paese straniero esattamente com’era abituato da sempre sbattendo continuamente contro ogni cosa. È difficile elencare le differenze così in via generale però posso sinceramente dire che tornando in Italia tante critiche che ci buttiamo addosso ce le possiamo risparmiare per esempio dopo aver vissuto per tantissimi anni in Svezia posso assicuravi che il nostro sistema sanitario è parecchio superiore rispetto al loro che invece sembra essere elevato sempre ai massimi livelli di efficienza. Anche la nostra istruzione scolastica, i programmi, le università sono a parer mio, migliori. Io, per esempio, per anni ho avuto enormi problemi con poste e corrieri, sembra assurdo ma è vero e tante volte mi hanno creato problemi con il lavoro ma da quando sono in Italia non è mai successo che sia stato smarrito un pacco o una consegna ed io ne ricevo parecchie quasi quotidianamente. Quello che forse all’estero funziona diversamente e sicuramente meglio è la burocrazia. Forse molto meno contorta come da noi. Ogni cosa è risolta in rete senza tanti iter e complicazioni. Nel mondo del lavoro invece sono ancora tante le differenze perché il libero professionista in certe professioni è ancora molto spesso considerato quasi come un artista e quindi uno che ha un hobby, non un lavoro.

D. Oggi ti ospitiamo sulle nostre pagine soprattutto in veste di scrittore. Parlaci di come sei arrivato a concepire il tuo primo libro e di cosa trattava…

R. In realtà io ho iniziato la mia attività professionale proprio come sceneggiatore e autore più che disegnatore. Scrivevo storie per un paio di editori milanesi a fine anni ‘80: Internazionale Ediperiodici e la Edifumetto. Quelli che facevano fumetti per adulti per intenderci. Poi ho scritto alcune cose per riviste di tendenza di quegli anni tipo “Wild Boys” e “Paninaro”. Iniziai poi anche a disegnare fumetti e fare illustrazioni per giornali e riviste. Ma si trattava di poca roba, ero davvero agli inizi e siccome erano anche anni duri per l’editoria ogni qual volta che cominciavo a collaborare con qualcuno questi dopo poco chiudevano qualche testata e mi ritrovavo di nuovo punto e da capo. Comunque ho sempre lavorato a tante cose assieme, è una mia vecchia abitudine quella di non buttare mai nulla. Così ogni idea finiva in una cartellina e di tanto in tanto ci mettevo mano. Mi conservavo le idee che magari non interessavano agli editori e me le sviluppavo per me stesso. Così oggi mi ritrovo con, letteralmente, scatole di materiale. Pensa che quando ho traslocato con la mia famiglia dalla Svezia ho portato via 300 scatole e molte di queste contenenti l’archivio del mio studio. Uno dei miei primi libri completi è stato L’Appartamento che ho poi rivisto e pubblicato recentemente. Si basava appunto principalmente sull’esperienza di un giovane che subaffittando le stanze del suo appartamento si ritroverà ad interagire con tutta una serie di personaggi strambi, la storia è ambientata negli anni ‘90 ed è proprio quello il periodo quando la scrissi. In realtà nacque prima come sceneggiatura per un film ma quella è un’altra storia.

D. Summer Holiday è uno dei tuoi ultimi libri pubblicati: come mai ci sei molto affezionato? Cos’ha di particolare?

R. Questo romanzo a differenza de L’Appartamento è più biografico. Sono voluto ritornare un po’ indietro nei ricordi nostalgici delle vacanze estive trascorse in campeggio con la mia famiglia negli anni ‘80. È un romanzo di crescita, a volte comico e demenziale ma soprattutto ingenuo e spensierato così come era vivere in quegli anni. Anche questo nacque da un’idea per un film che però non fu capito, non erano ancora i tempi giusti per i revival nostalgici come adesso che basta nominare gli anni Ottanta e partono subito le serie TV.

D. Hai diversi libri in uscita in questi giorni. Ce ne parli un po’ in generale e poi magari li guardiamo più nel dettaglio?

R. Negli anni ho scritto un po’ di tutto e principalmente in inglese, vivendo all’estero. Alcune di queste storie però non si adattavano bene ad una versione estera. Difatti alcune ho dovute riscriverle interamente altre invece non credo che le tradurrò in Italiano, almeno non per il momento. Comunque ci sono alcuni romanzi che ho scritto partendo praticamente dai luoghi dove li avrei ambientati. Siccome da tanti anni lavoro per il cinema come storyboard artist ho l’abitudine di costruire le storie come fossero sceneggiature e allora mi creo la struttura immaginando i personaggi come fossero attori, mi creo infatti una lista e per ognuno di loro definisco il carattere, personalità etc. E poi procedo nello stesso modo con le location, le ambientazioni. Inizio con una sorta di mappatura della storia, faccio ricerche, raccolgo immagini. E poi costruisco le vicende, le connetto tra di loro. In certi casi ho già la linea generale della storia ben chiara, a volte ho la conclusione e non l’inizio. Insomma è tutto un lavoro abbastanza tecnico per far sì che poi tutto alla fine viene ben diretto e canalizzato nella storia. Quando lavoro con i registi per i film o le serie TV analizziamo le sceneggiature, le strutturiamo, a volte togliamo ciò che è superfluo e infine le visualizziamo cioè creiamo le immagini che andranno a raccontare la storia. Nei miei romanzi invece faccio il contrario, cioè parto dalle immagini che ho ben chiare nella testa e da lì comincio ad individuare gli elementi per poi creare la prima bozza che è per me la struttura della storia. Dopodiché si tratta solo di scriverla ma è tutto già ben incanalato.

D. Iniziamo dal racconto Il Parcheggiatore…

R. Avevo appena realizzato un video per un noto gruppo italiano, gli Avion Travel e fui invitato ad un programma in una TV locale. C’erano altri due ospiti: Fausto Mesolella appunto il chitarrista degli Avion Travel ed un attore, Michele Gaudiosi che aveva partecipato alle riprese di Guerre Stellari: Episodio 1 interpretando il ministro della Scienza, nelle scene girate nella Reggia di Caserta. La conduttrice, scherzando visto che eravamo riuniti tutti e tre ognuno per un ruolo diverso (regia, colonna sonora, attore) suggerì che magari potevamo fare un film assieme. Quella sera pensandoci sopra mi venne in mente una storia che alla fine si sarebbe potuta anche realizzare a basso costo. Ne parlai anche con Fausto e Michele al quale piacque e così buttai giù la sinossi e tornando in Svezia cominciai a lavorare sul budget, logistiche. Ricordo che volevo girarla in super16, un po’ in stile neo-realistico. Trovai parte del team e anche un paio di finanziatori ma dovetti fermarmi perché volendo girarla a Caserta non trovai nessun contatto o punto di riferimento locale. A quel punto rimisi l’idea nel cassetto ed abbandonai il progetto. Recentemente, grazie al trasloco, molte di queste cartelle sono riapparse e durante il periodo della pandemia ci ho messo mano convertendolo in romanzo.

D. Poi uscirà anche il libro intitolato Shitzilla – La nascita. Di cosa si parla in questo romanzo che so essere il primo capitolo di una trilogia?

R. Oddio, questo invece è più un progetto folle. Dapprima lo avevo immaginato per una graphic novel oppure un libro illustrato. Ho pensato a diverse soluzioni, anche quelle di un gioco da tavolo a dir la verità e poi, siccome la storia scorreva veloce, mi sono ritrovato a finirla ancora prima di decidere cosa farne. Il primo volume si è quasi scritto da solo. Si parla di cacca essenzialmente ma la storia è piena di riflessioni ed un pizzico di filosofia. Anche questo è un romanzo di crescita se vogliamo.

D. A questo punto vorremmo sapere qualcosa in più anche su Una storia di vile denaro

R. Questo invece è stato più che altro un esperimento di scrittura creativa. Mi sono trovato all’improvviso in una vicenda fastidiosa ed antipatica e così è partito un mio sfogo. Dapprima con una serie di appunti dove avevo deciso cosa volevo dire ma non come. E man mano che ci riflettevo decisi che potevo inserire nella storia degli elementi, anzi sono partito proprio da quelli e poi ci ho costruito la storia attorno. Sono partito da delle semplici “bustarelle” che un tale personaggio estorceva al protagonista e a quello ho aggiunto tradimenti e delusioni, false amicizie ed imbrogli. Il resto poi è stato facile. Per me la soddisfazione con questa storia è stata la semplicità nel metterla assieme ed il tempo di esecuzione.

D. C’è un genere particolare in cui si possono far confluire i tuoi libri?

R. Non credo, per certi versi cerco sempre di variare. Non sono io che alla fine decido il genere ma sono le storie che mi vengono in mente e che poi scrivo. Scrivo fondamentalmente di ciò che mi piace e mi interessa ma siccome ho tante passioni è quasi impossibile per me dedicarmi ad un solo genere.

D. Ci puoi parlare un po’ del tuo lavoro come storyboard artist?

R. Il lavoro di storyboard artist alla fine è il perfetto punto di unione tra tutte le mie passioni. La scrittura, il cinema, il fumetto e l’illustrazione. Fare storyboard significa visualizzare ed è quello che facevo già da bambino, quando leggevo un libro oppure vedevo un film avevo sempre il bisogno di visualizzarlo così a volte disegnavo il fumetto del libro che avevo letto oppure creavo il seguito del film che avevo visto. Mi appassionava il poter raccontare storie in disegni. Credo lo facciano tutti i bambini, io poi con il tempo ho fatto di ciò la mia professione, per quanto ci credessi in questa cosa. Ovviamente non è stato facile e nel corso degli anni ho attraversato diverse transizioni prima di arrivare al lavoro professionale dello storyboard artist. Diciamo che ho fatto la gavetta facendo un po’ di altre esperienze sempre legate alla produzione o all’editoria. Questa è una cosa che oggi si tende ad ignorare cioè la gavetta, l’esperienza. Sono vitali per un libero professionista e aiutano a crescere e migliorare. Il problema è che spesso oggi si vogliono raggiungere gli obiettivi il più presto possibile e si finisce invece con fallire ancora prima di cominciare. Questa professione, anche se non è molto conosciuta per chi non è dell’ambiente, è in realtà molto importante per le produzioni. Non solo per quanto riguarda la pubblicità che è la prima cosa che si pensa quando si parla di storyboard ma anche e soprattutto per il cinema, i video musicali, gli eventi, l’animazione e per i giochi. Serve a pre-visualizzare i vari progetti, per calcolarne i costi, per organizzare il lavoro, per coordinare i vari team etc. Si lavora gomito a gomito con i registi, i creativi delle agenzie, i direttori della fotografia. È un lavoro che dà molte soddisfazioni ma che può essere anche parecchio impegnativo. Richiede molte conoscenze tecniche, che fortunatamente si imparano anche sul lavoro e con il tempo. Molta flessibilità perché a volte le sessioni possono essere veramente intense e quello che viene richiesto è ai limiti delle capacità umane. Molta intuizione e fantasia perché in genere si visualizza ciò che non è scritto nella sceneggiatura e così via. È comunque una soddisfazione vedere nascere le scene pian piano con il regista ma anche il partecipare a progetti famosi come, per esempio, l’aver realizzato gli storyboard per il gioco di “Mad Max” che è stato uno dei miei eroi di gioventù.

D. Sull’argomento hai anche pubblicato diversi manuali di cui uno addirittura tradotto in cinese. Una bella soddisfazione immagino. Come è la situazione in Italia a riguardo?

R. Si, davvero una bella soddisfazione. Mi trovavo a Stoccolma e in quel periodo lavoravo presso una casa di produzione di cartoni animati (realizzammo tra le varie cose un video per i Radiohead, Paranoid Android) e riuscii a far inserire gli storyboard nel programma di varie scuole. Erano le prime volte, infatti, che si mostrava questo aspetto della produzione e parlo anche di scuole di cinema. Solitamente degli storyboard si faceva giusto qualche accenno. Io invece proposi dei workshop. Gli allievi cominciarono a chiedere testi sui quali approfondire e sinceramente non ne trovavo in giro così decisi di scriverne uno. Quello fu il mio primo manuale, ci furono tre edizioni perché era sempre esaurito. Dopodiché cominciai ad essere contattato da vari editori e negli anni ne ho pubblicati credo una dozzina tradotti in varie lingue. Credo di essere l’autore di manuali che ne ha pubblicati di più al mondo. In Italia sono ritornato da poco e sono al terzo manuale sugli storyboard in tre anni (l’ultimo uscirà credo per fine mese), credo sia un buon risultato.  Avevo cominciato a fare lezioni e workshop nella Accademie di Belle Arti (Foggia, Napoli) alla RUFA di Roma, alla Roma Film Academy di Cinecittà e stavo per cominciare a muovermi anche per festival e altre istituzioni ma si è fermato tutto dal 2020 con il primo lockdown. Ho fatto qualche workshop in remoto per scuole estere ma sinceramente preferisco farle in presenza così vedremo come si evolveranno le cose in futuro. C’è comunque sempre stato molto interesse e partecipazione.

D. Adesso sei tornato a vivere in Italia: come mai la decisione, dopo tanti anni, di rientrare?

R. Forse un po’ la nostalgia ma in generale è stato importante il fatto che io da anni lavoro in remoto con molti miei contatti. Così in realtà non sono più legato al luogo di lavoro come quando andai via più di venti anni fa. E dopo aver vissuto per due decenni e più all’estero, principalmente in Svezia, avevo proprio bisogno di cambiare clima. E poi con la nascita di mio figlio ho pensato che vivere in Italia gli avrebbe sicuramente stimolato anche la passione per l’arte così come lo è stato per me quando mio papà mi portava in giro per paeselli e musei. Abbiamo tanta arte e cultura ovunque ci giriamo ma anche semplicemente come cambia il paesaggio da regione e regione. Per me tutto ciò era fantastico quando ero piccolo e vedo con piacere che mio figlio apprezza ogni cosa con grande meraviglia. Ovvio che riprenderemo a viaggiare quando sarà possibile ma fortunatamente adesso non dobbiamo prendere un aereo per goderci un po’ di sole.

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