Intervista all’attrice Elena Radonicich


a cura di Francesca Bruni

5 Giu 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Francesca Bruni ha avuto l’onore ed il piacere di intervistare al telefono l’attrice Elena Radonicich. Eleganza, sobrietà e un grande talento l’hanno resa una delle attrici più amate dal pubblico.

(Per “Cercasi tata disperatamente” foto di Andrea Miconi dell’Ufficio stampa Pepito Produzioni)

Elena Radonicich al Festival di Cannes 2018

Attrice intensa, versatile e capace di attraversare con naturalezza cinema, teatro e televisione, Elena Radonicich si è affermata negli anni come una delle interpreti più interessanti della sua generazione. Dai ruoli drammatici alle produzioni internazionali, il suo percorso artistico è caratterizzato da una costante ricerca espressiva e da una particolare attenzione alla complessità dei personaggi che porta in scena.

Ha raccontato per noi la sua interessante carriera caratterizzata da molteplici ruoli colti interessanti e mai banali.

Personalmente intervistarla è stato estremamente emozionante perché è un’artista che emana profonda sensibilità, grande umanità e rispetto per l’altro.

INTERVISTA

Quando hai capito che avresti avuto del talento per la recitazione?

Domandona! Ho capito presto che recitare mi dava gioia: fin da piccola avevo un’indole votata all’espressione, anche in altre forme, come il canto ad esempio. Ricordo che alle medie facevamo degli spettacoli e stare sul palco mi dava una grande felicità.

Il talento, però, è una parola molto sfaccettata. L’idea che abbiamo del talento – mio o degli altri – cambia continuamente: da un lato non è qualcosa di fisso, dall’altro è estremamente evidente quando lo riconosci negli altri. Riconoscere il proprio, invece, è più complesso. Sinceramente, non è stato questo a spingermi verso questo lavoro. A guidarmi sono stati la gioia e, soprattutto all’inizio, lo sguardo degli altri. Da ragazza, l’opinione altrui aveva un peso importante: le persone che ho incontrato lungo il mio percorso hanno fatto da specchio, incoraggiandomi ad andare avanti. Hanno visto prima di me qualità che io stessa non riconoscevo e mi hanno dato il coraggio di proseguire su una strada che, forse, da sola non avrei intrapreso.

Il tuo percorso come attrice è passato molto dal teatro al cinema ed alla televisione; in che modo il palcoscenico ha influenzato il tuo modo di interpretare i personaggi davanti alla macchina da presa?

Il palcoscenico è un punto di partenza per chi sceglie di fare questo mestiere, anche come lavoro su sé stessi. È una dimensione in cui puoi diventare padrone del tuo canale espressivo: del corpo, della voce. È anche il luogo del confronto immediato con il pubblico, a differenza del cinema. Qualche tempo fa qualcuno mi ha detto che fare teatro è come esibirsi dal vivo, se fossi una cantante, mentre il cinema è come incidere un album, anche bellissimo, che poi le persone ascoltano nella loro cameretta. L’emozione, per chi lo fa, è ovviamente molto diversa.

Non so dire esattamente in che modo il teatro mi abbia influenzata. Credo che siano forme diverse e non vorrei dover scegliere tra l’una e l’altra: le amo entrambe. Sono arti diverse, ma sorelle, entrambe di una potenza irrinunciabile.

Forse ciò che cambia, e che dal teatro può essere portato nel cinema, è la dimensione dello spazio e l’uso del corpo. A volte, soprattutto in prodotti audiovisivi non di alta qualità, la recitazione sembra ridursi al primo piano, come se tutto potesse passare esclusivamente dagli occhi. In realtà, tutto ciò che accade dentro un attore passa attraverso il corpo.

Nel teatro, la parola è quasi l’ultima cosa che accade: prima c’è il corpo che crea un gesto. Questo principio dovrebbe valere anche nel cinema e nella televisione di qualità. Non sempre accade, ma la consapevolezza del corpo resta, probabilmente, l’insegnamento più importante: qualcosa che dovrebbe attraversare entrambe le arti. Il corpo è il nostro strumento, nella sua interezza, e non può essere separato o ridotto.

“Berlinguer. La grande ambizione”, 2024 (© Vivo film, Jolefilm, Tarantula, Agitprop)

Quando ti avvicini ad un nuovo ruolo, qual è il primo elemento che cerchi per capire davvero il personaggio: la psicologia, la voce, il corpo o la relazione con gli altri personaggi?

Non sono una persona molto metodica, quindi ogni volta è una sorpresa. Non è qualcosa che scelgo a tavolino né un metodo che applico sempre allo stesso modo. Leggo, e durante la lettura qualcosa dentro di me si accende, oppure no. Quando non si accende, è il momento giusto per rifiutare un lavoro: è un campanello d’allarme importante. Non è nemmeno una questione di qualità del testo, che può essere anche molto alta, ma di corrispondenza, di appartenenza. Credo che entrino in gioco dinamiche simili all’innamoramento, come in molte cose della vita: si avverte un’affinità che non è necessariamente somiglianza, ma qualcosa che accende una domanda dentro di sé. Mettere in scena quella domanda, forse, è la mia risposta a cosa sia un personaggio. Significa abitare uno spazio privo di risposte definitive, perché non credo si possano interpretare scelte chiuse, ma piuttosto affreschi: figure aperte, mobili, senza confini netti. I confini, semmai, si creano da soli all’interno della sceneggiatura, del film, della struttura in cui il personaggio si muove.

A volte la prima intuizione nasce dal modo di parlare, che porta con sé una voce e, in realtà, anche un corpo. Il modo in cui parli modifica la tua fisicità: cambia l’espressione del volto, la postura, il movimento. Come accade con le lingue straniere, parlare in modo diverso cambia anche il pensiero. In una sceneggiatura ben scritta, quindi, ogni personaggio ha un proprio modo di esprimersi, e questo implica già un diverso modo di pensare, a cui si aggiungono una voce e un corpo. Se dovessi individuare ciò che mi guida più istintivamente, direi proprio la voce e le relazioni. Non è un criterio fisso, ma se guardo a ciò che accade più spesso nel mio lavoro, probabilmente è da lì che parto.

Negli ultimi anni si parla molto di come stanno cambiando i ruoli femminili nelle serie tivù e nel cinema; secondo te, cosa è davvero cambiato e cosa invece si deve ancora fare per arrivare a nuove evoluzioni in tal senso?

L’espressione del femminile è ancora una strada enorme, piena di possibilità: c’è tantissimo spazio da immaginare e da esplorare. Il fatto che qualcosa sia migliorato non significa nemmeno lontanamente che siamo vicini a una reale uguaglianza, non solo in questo ambito, ma direi in generale.

Quello che si può fare è esercitare una forma di resistenza, ciascuno secondo il proprio ruolo e le proprie possibilità, creando spazi di espressione del femminile che non siano conformi e che non debbano più strizzare l’occhio allo status quo o alla cultura dominante in cui siamo cresciuti. È però una responsabilità collettiva: innanzitutto di chi produce, scrive e promuove un certo tipo di immaginario, ma anche degli autori, dei registi e degli attori. Credo che anche nel modo di recitare si possa — e si debba — evitare di aderire a certe rappresentazioni del femminile, quando non le si condivide. Resistere, in questo senso, è un atto necessario: si resiste per esistere, perché senza resistenza si finisce per soccombere. Le modalità, naturalmente, dipendono molto dai contesti. Esistono ambiti di avanguardia in cui questi cambiamenti sono già in atto da tempo. La vera sfida, però, è far sì che questa evoluzione permei anche tutto ciò che è più popolare, ciò che raggiunge il grande pubblico. Le avanguardie e le nicchie ci sono sempre state, così come la controcultura; il punto è riuscire a parlare a un pubblico più ampio. È nel terreno della cultura nazionalpopolare — la televisione generalista, il cinema commerciale — che si raggiungono i grandi numeri e dove, quindi, si può davvero incidere sulla cultura dominante.

“Dall’alto di una fredda torre”, 2023 (©Arianna Lanzuisi)

Sei stata una delle protagoniste della serie televisiva “La porta rossa”, dove interpreti il ruolo della poliziotta Stella Mariani, in cui si mescola crime, soprannaturale ed emotività; cosa ti ha affascinato di più di questo equilibrio tra generi quando hai lavorato nella fiction?

Quella serie è stata molto fortunata perché è riuscita a essere una sintesi tra diversi generi: aveva un’ambientazione particolare, una modalità di ripresa innovativa per il periodo in cui è uscita, una scrittura di qualità e un grande affiatamento tra cast e regia. È stata, almeno per la mia esperienza personale, un unicum.

Quell’occasione ha coinciso anche con un momento importante della mia vita privata, perché ho iniziato a girarla quando mia figlia aveva sei mesi. È quindi legata anche a una dimensione molto personale. È stata un’esperienza intensa, perché eravamo un gruppo molto unito, con molte persone con cui ancora oggi sono in contatto. È stata anche la prima occasione in cui ho avuto un contatto così diretto con il pubblico e con l’affezione che una serie può generare, soprattutto nel genere crime. Era interessante perché la serie seguiva non solo le linee narrative dei personaggi principali, ma anche quelle dei personaggi secondari — come il mio — che non erano semplicemente funzionali ai protagonisti, ma avevano archi narrativi propri, a cui il pubblico poteva affezionarsi. E questo è effettivamente accaduto. È stata un’esperienza molto positiva, intensa, faticosa e anche divertente.

Altre serie nelle quali hai interpretato ruoli di grande successo sono state “1992”, “1993” e “1994”, che raccontano momenti molto delicati della storia italiana; come cambia il lavoro di un attore quando sa di muoversi dentro una vicenda così vicina alla memoria collettiva del paese?

Girare quella serie è stato un grande privilegio. Eravamo in un contesto produttivo di altissimo livello, in una sorta di unicum: almeno in quel momento, era una delle prime serie con un impianto di sceneggiatura particolarmente solido, anche grazie alla presenza della figura dello showrunner. Gli sceneggiatori erano presenti sul set e riuscivano a garantire un’unità narrativa e identitaria molto forte. C’erano personaggi scritti benissimo. La sceneggiatura, firmata da Stefano Sardo, Ludovica Rampoldi e Alessandro Fabbri, quando l’ho letta ho pensato che fosse davvero una figata… e così è stato!

La serie racconta un momento cruciale della storia repubblicana italiana, anche se non è un documento storico: elementi di finzione si intrecciano con eventi reali. In generale, quando si affrontano temi così importanti, si percepisce sempre una responsabilità maggiore, e questa responsabilità fa sì che tutti i reparti lavorino con un livello di impegno più alto. Questo incide quasi sempre sul risultato finale. In quel caso c’era la sensazione di fare qualcosa di speciale, e questa sensazione si è rapidamente trasformata in consapevolezza. Era una serie con un coraggio espressivo raro, una volontà di fare una televisione diversa, che si distinguesse davvero.

Con l’arrivo delle grandi piattaforme in Italia, ho la sensazione che quello slancio si sia in parte ridotto. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma spesso i progetti nascono con maggiori “paracaduti”, e meno rischio. All’epoca, invece, c’erano molte prime volte: attori, sceneggiatori, registi. Una nuova generazione che si affacciava al settore.

Oggi, invece, le produzioni più interessanti sono spesso affidate a professionisti già consolidati, e si tende a ridurre il rischio creativo. Quella serie, al contrario, rischiava sotto tutti i punti di vista. Per quanto mi riguarda, abbiamo fatto qualcosa di molto bello: ne sono fiera e orgogliosa.

Hai collaborato spesso con l’attore Luca Marinelli, ti ricordiamo nel film per la televisione “Fabrizio De Andrè- Principe libero” del 2018 e recentemente nello spettacolo teatrale “La cosmicomica vita di Q”; cosa avete in comune e ci sono in previsione altri progetti insieme a Luca?

Questa è una domanda quasi personale! (ride, ndr) Nello spettacolo ho fatto una sostituzione: ho partecipato solo per un mese, ed è stata una delle esperienze più felici della mia carriera attoriale.

Con Luca abbiamo lavorato insieme e ci siamo conosciuti in Principe libero. È evidentemente un attore meraviglioso, quindi collaborare con lui è sempre molto stimolante. Come con tutti gli attori molto bravi, è una grande gioia lavorare insieme — non voglio dire cose scontate, ma è davvero così.

Cosa abbiamo in comune? Non lo so, e non voglio entrare nella sfera privata. Posso dire che nutro una grande stima per lui, come artista e come persona. Condivido profondamente il suo modo di concepire il lavoro e la vita dell’attore, il suo approccio al teatro e al lavoro in generale, come ho potuto vedere anche durante Principe libero. Credo che la sua visione sia un’ispirazione per molte persone, e mi sento molto fortunata e felice che i nostri percorsi si siano incrociati.

Speriamo di rivedervi insieme in qualcos’altro.

Ti ringrazio, è un augurio che sento di condividere. Spero che accada, perché sarebbe sicuramente un regalo.

Esiste un personaggio che hai interpretato che ti ha lasciato qualcosa addosso anche dopo la fine delle riprese o dello spettacolo teatrale?

Sì, esiste per tutti, per qualche motivo. Questo spettacolo a cui ho preso parte recentemente mi ha lasciato una grande gioia, un grande entusiasmo e una sorta di giovinezza, quasi infantile. È stata una sensazione bellissima, che è durata a lungo: sia mentre lo facevo sia dopo la fine del lavoro.

Gli attori spesso parlano della preparazione tecnica di un ruolo, ma molto meno di quello che succede dopo: hai mai avuto bisogno di “disintossicarti” da un personaggio particolarmente intenso?

No.

Bella questa risposta secca, molto chiara…

Io non credo che sia possibile diventare qualcun altro, né che l’attore faccia davvero questa cosa. Per questo non credo nemmeno che ci si debba “disintossicare” da un personaggio, o che esista davvero l’idea di non riuscire a uscirne.

Detto questo, dipende molto dal metodo di ciascuno. Ci sono certamente emozioni che possono rimanere dentro a lungo, perché il lavoro attoriale coinvolge anche il corpo: per alcune interpretazioni il corpo si modifica, come dicevamo prima, e questo può lasciare uno stato emotivo che non scompare immediatamente, né alla fine delle riprese né quando si scende dal palco. Ma niente che una doccia non possa portare via, ecco (ride, ndr).

Magari può sembrare un pensiero cinico, ma è molto vicino alla mia idea di gioco, che per me è una componente fondamentale di questo lavoro.

Recentemente ti abbiamo visto sul piccolo schermo nel film “Franco Battiato, il lungo viaggio” nel ruolo di Fleur Jaeggy, grande amica del cantautore; mi racconti di questa esperienza?

Fleur Jaeggy è una grandissima scrittrice, direi quasi mitica. Ha scritto libri straordinari, e grazie a questo film l’ho incontrata come lettrice: la conoscevo di nome, ma non avevo mai letto nulla di suo. Da allora l’ho scoperta e non credo la abbandonerò più.

Franco Battiato è uno dei miei cantautori preferiti, insieme a Paolo Conte e Lucio Dalla. Per me, come per molti italiani, rappresenta qualcosa di fondamentale.

In questo progetto ho lavorato con Dario Aita, che è un amico da molti anni: avevamo già collaborato in passato in un progetto piccolo ma molto bello, e ritrovarci è stato significativo, anche perché nel frattempo entrambi siamo cresciuti, sia professionalmente che umanamente. È stato molto stimolante poter lavorare insieme su qualcosa di importante, in un clima di grande stima reciproca.

Renato De Maria è un regista con cui desideravo lavorare da tempo; quindi, questa occasione è stata particolarmente preziosa. La sceneggiatura era molto solida e, pur essendo evidente quanto sia complesso raccontare la vita di Franco Battiato in un film di due ore — come del resto accade spesso nei biopic — mi sembrava che questo progetto avesse una sua cifra precisa. Il film, poi, ha trovato una forma ancora più definita nella regia di De Maria, diventando un oggetto cinematografico con un’identità forte e riconoscibile, capace di distinguersi da altri biopic televisivi. Credo riesca anche a rendere giustizia a una figura come quella di Battiato.

Sono molto felice di averne fatto parte. È stata un’esperienza inaspettata e molto bella, anche perché con Dario si è creata da subito una comunicazione molto fluida, grazie anche alla guida di Renato. Abbiamo condiviso un’intesa nel tentativo di raccontare un rapporto sottile e complesso, quello tra Battiato e Jaeggy, una forma di amore in qualche modo platonico, che raggiungeva dimensioni diverse da quelle più consuete delle narrazioni sentimentali. È stato proprio questo aspetto a renderlo interessante: non seguire le strade più battute, ma cercare un’altra forma possibile di racconto.

“Franco Battiato, il lungo viaggio, Aita, Radonicich, Malato (foto di Azzurra Primavera), 2026

Se fossi stata un’amica dell’artista, cosa avresti voluto dirgli?

Non gli avrei voluto dire proprio niente. Avrei solo voluto che facesse un concerto privato, con me sdraiata su un tappeto e lui che suona.

Nel film per la tv ” Cercasi tata disperatamente” (https://www.musiculturaonline.it/cercasi-tata-disperatamente-di-laura-chiossone-su-rai-il-24-maggio/), interpreti il ruolo di Marta, ragazza tenace che insegue i suoi sogni; nella tua vita reale hai avuto la stessa tenacia della protagonista che interpreti per divenire un’attrice molto affermata quale sei?

Non so se si possa definire tenacia non aver preso mai in considerazione alternative. L’orizzonte di ciò che si desidera cambia, crescendo. Gli obiettivi diventano meno sfocati, acquisiscono contorni più netti man mano che si avvicinano. La tenacia forse nel mio caso sta nello sforzo perpetuo di mantenere uno slancio puro e mai cinico, mai calcolatore.

“Cercasi tata disperatamente”, 2026

Il Filo conduttore tra i due protagonisti Marta e Lorenzo è fare i conti con il dolore, alle prese con una vita difficile e goffa; pensi che il successo ottenuto presso il pubblico sia dipeso da queste caratteristiche?

mi piace pensare che il film sia piaciuto perché si, racconta di difficoltà a relazionarsi e a trovare la propria strada e lo fa con gentilezza e goffaggine, ma lo fa provando a costruire un immaginario sul femminile, (adesso parlo del personaggio di Marta/Klara) che anche se di poco, scarta, si sposta dal cliché. E questo credo abbia una doppia valenza molto importante: innanzitutto l’orizzonte tanto semplice quanto essenziale di ampliare lo spettro in cui si muovono i personaggi femminili soprattutto nella tv generalista, regalando nuove opportunità di immedesimazione per il pubblico, che vede personaggi più contraddittori e dunque inevitabilmente più reali, e poi un meccanismo meno scontato e prevedibile che porta lo spettatore a stupirsi maggiormente di ciò che vede ed essere quindi, dal mio punto di vista, più “acceso”, più coinvolto nella narrazione, anziché abbandonato al placido scorrimento esclusivamente rassicurante di ciò che gli viene proposto.

“Cercasi tata disperatamente”

Marta è una donna che attraverso l’ironia nasconde una profonda paura ed insicurezza nell’essere sé stessa, questo ritratto secondo lei è lo specchio di ciò che teme la società di oggi?

L’ironia dal mio punto di vista è uno strumento necessario e imprescindibile. “Essere sé stessi”, qualunque cosa voglia dire, intanto non mi sembra un fatto statico, ma ovviamente in movimento e non credo che l’ironia funga da scudo. O meglio. Qualunque cosa funge da distrazione. Anche la retorica nasconde benissimo. Ma fra le due, non ho dubbi. L’ironia è meglio.

Ci sono nuovi progetti per il futuro?

Ho una serie per la Rai, diretta da Cosimo Alemà, in uscita su Rai 2, anche se non è ancora chiaro quando, dal titolo Estranei. Sto anche girando un film per il cinema, ma è ancora presto per poterne parlare.

Ti ringrazio tantissimo per questa bellissima intervista e per il tempo che ci hai dedicato.

Grazie a te, ciao!


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