Intervista all’attore Edoardo Carbonara
a cura di Francesca Bruni e Vincenzo Pasquali
9 Apr 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste
Francesca Bruni ha intervistato Edoardo Carbonara, conosciuto dal grande pubblico al cinema con il film di Stefano Mordini “La scuola cattolica” nel 2021; l’attore ha raccontato il suo percorso artistico, tra cinema, teatro e televisione, a partire dalle sue prime esperienze nel mondo della recitazione.
Tra cinema, televisione e teatro, Edoardo Carbonara è uno degli attori emergenti della nuova generazione italiana. Dalla formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, il suo percorso attraversa linguaggi e palcoscenici diversi. Lo abbiamo incontrato per parlare dei suoi lavori tra set e scena, del rapporto con i registi e di cosa significhi oggi costruire una carriera da attore.
INTERVISTA
Hai studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia e stai frequentando l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. In che modo queste due esperienze formative stanno influenzando il tuo modo di lavorare come attore?
Il mondo accademico ti mette in contatto con tanti creatori del settore: attori, registi, soprattutto nel teatro. Sono due esperienze molto diverse. Il Centro Sperimentale mi ha offerto una visione più approfondita del cinema, aiutandomi a comprendere a pieno tutti i suoi aspetti, perché per un attore è fondamentale conoscere chi ha intorno, oltre al proprio lavoro personale. L’Accademia, invece, è un’esperienza continua sul palcoscenico, in un momento in cui il teatro esplora molti linguaggi diversi. La formazione più grande, in entrambe le realtà, è imparare facendo: scoprire, sperimentare e confrontarsi con stili diversi nel minor tempo possibile. È una corsa, una vera e propria maratona concentrata in pochi anni… per fortuna!
Nel film La scuola cattolica di Stefano Mordini hai preso parte a un progetto cinematografico molto intenso e corale. Che ricordo hai di quell’esperienza e cosa ti ha lasciato come attore?
Intanto, è stato il mio primo set a 18 anni, in pieno periodo Covid, e il mio primo progetto importante: stavo ancora al liceo; quindi, è stato un vero e proprio ingresso nel mondo adulto, un passaggio importante nella “vita vera”, per me.
Come attore, il ricordo più forte è l’incontro con Stefano Mordini, un grande regista, che mi ha fatto capire quanto il cinema sia un lavoro profondamente collettivo. Quando uno ha delle insicurezze, più lavora in squadra, più riesce a divertirsi e a portare a casa un’esperienza autentica, senza crogiolarsi nei propri pensieri. Quella, secondo me, è la base per lavorare bene. Prima delle riprese abbiamo fatto infatti diversi giorni di preparazione, fondamentali per amalgamarci come gruppo.
Anche perché il gruppo è protagonista…
Esatto. Inoltre, parlare proprio di quella storia è stato per me molto importante, perché le due ragazze che hanno subito gli abusi sono della mia zona, i miei genitori conoscevano bene la storia, conoscevano il fratello della ragazza morta. Poter raccontare qualcosa di vero e tangibile è stato davvero significativo.
Hai lavorato anche con Gianni Amelio in Campo di battaglia. Com’è stato confrontarsi con un regista così importante e cosa hai imparato da lui sul set?
Nella mia breve esperienza con Gianni Amelio ho incontrato un vero maestro del cinema. A ogni inquadratura dimostrava una cura incredibile: è stato come vedere un artigiano del mestiere, e mi ha fatto pensare “se devo fare questo lavoro, vorrei sempre farlo così”. Mi ha insegnato a prestare grande attenzione a tutto ciò che avevo sul set, a partire dai dettagli più piccoli, come il costume.
Mi ha consegnato le battute su una lettera consigliandomi di nasconderla sotto il cappello da soldato, “come facevano i soldati una volta, custodendola come fosse una lettera d’amore”, mi disse. Anche se avevo un ruolo piccolo in quel grande sistema, ho capito che ogni persona, ogni dettaglio, ogni gesto contribuisce a costruire il film: tutto è importante. È stato davvero un grande regista.
Il pubblico televisivo ti ha visto in serie come La legge di Lidia Poët (per la regia di Matteo Rovere, Letizia Lamartire e Pippo Mezzapesa). Che differenze hai percepito tra il lavoro sul set di una serie e quello per il cinema?
La differenza principale è la velocità. Su un set televisivo bisogna essere pronti a girare molte più scene al giorno, il che richiede un’attenzione costante, grande autonomia e la capacità di ambientarsi subito sul set.
Insomma, bisogna essere pratici, pur mettendo sempre qualcosa di personale nel proprio lavoro. Matteo Rovere, ad esempio, ci ha accolto molto bene sul set e ci ha spiegato subito il funzionamento del meccanismo: un set veloce, con persone estremamente competenti. Il cinema, invece, ha tempi di lavorazione molto più dilatati.
In teatro hai partecipato a spettacoli come Kaputt diretto da Fabio Condemi. Che tipo di ricerca scenica c’è stata dietro questo progetto?
Kaputt nasce principalmente dal libro di Curzio Malaparte, scritto tra la Seconda Guerra Mondiale e il periodo post-bellico. Il lavoro scenico si è concentrato sul racconto della guerra, ma non sui bombardamenti: piuttosto, sui rapporti di potere tra i più poveri e i più ricchi.
Per me è stata una delle prime esperienze in cui l’attore diventa parte, mi viene da dire, di una grande pittura in movimento. Dal di dentro è difficile rendersene conto fino a quando non si vedono le foto o i video: allora si comprende davvero di far parte di questa “pittura vivente”. Il pubblico la apprezza tantissimo.
Con Utopie – Studio su Tre sorelle diretto da Liv Ferracchiati vi siete confrontati con un classico di Anton Čechov. Quanto è stimolante reinterpretare testi così iconici oggi?
I classici non finiscono mai!
Le grandi opere affrontano temi universali: ogni volta che qualcuno le legge nella propria epoca, quelle parole parlano direttamente al cuore, in modi diversi a seconda del periodo storico in cui ci troviamo. Tornare sui classici, studiarli, capire da dove nascono, è quindi estremamente utile.
Come attore, soprattutto a teatro, sto scoprendo quanto ci sia una ricerca storica e sociale dietro al motivo per cui un testo viene portato in scena: comprendere il contesto in cui un’opera è stata scritta aiuta a capire perché certe storie e certi personaggi vengono messi in scena in un determinato modo.
La conclusione delle Tre sorelle, per esempio, è molto in linea con il periodo storico attuale: i personaggi vivono un senso di vuoto culturale, di stallo. È un tempo di pace, ma i protagonisti si sentono ancora figli dei genitori e faticano a costruirsi un mondo e una voce propri. Nel nostro lavoro abbiamo cercato di capire cosa potessimo raccontare di noi stessi attraverso questa storia.
Hai lavorato sia in spettacoli teatrali sia in produzioni cinematografiche e televisive: cosa cambia per te nella preparazione di un personaggio quando sai che andrà in scena dal vivo rispetto a quando sarà ripreso dalla macchina da presa?
La differenza principale è il pubblico che hai davanti. Davanti alla macchina da presa il mio lavoro consiste nel vivere il personaggio e la scena in modo unico ogni giorno: quel momento non può essere replicato, quindi nelle tre, quattro, cinque, sei ore di riprese, anche per una sola scena, metto tutto quello che posso emotivamente.
Nel teatro, invece, il periodo delle prove è il più faticoso, perché non c’è ancora il pubblico con cui confrontarsi. Costruire uno spettacolo sapendo che qualcuno ti osserverà dal vivo ti costringe a concentrarti non solo su quello che senti, ma su quello che stai raccontando: la storia, il linguaggio, le parole devono arrivare a tutti, e devi capire come trasmetterle al meglio. E poi è incredibilmente divertente: se il pubblico arriva stanco e vuole godersi la serata, tu puoi creare un vero e proprio rapporto diretto, trascinandolo nel tuo mondo per quelle due ore di spettacolo.
Nel teatro spesso si parla di “verità” dell’attore, mentre nel cinema conta molto anche l’immagine. Ti è mai capitato di sentire questa tensione tra autenticità e costruzione del personaggio?
Quando ho iniziato al Centro Sperimentale avevo molte difficoltà con il rapporto con l’immagine: temevo che potesse “mangiarsi” tutto ciò che avevo da raccontare ed esprimere. Poi, pian piano, grazie agli incontri con insegnanti, registi e direttori della fotografia, ho capito quanto l’immagine sia potente e comunicativa. L’estetica, di per sé, racconta tantissimo e rimane impressa nella mente delle persone: è un linguaggio a sé.
C’è stato un periodo in cui ho deciso di tornare al cinema per studiare meglio questo aspetto, riscoprendo come i grandi maestri – Charlot, Buster Keaton, i fratelli Marx – riuscissero a raccontare tutto solo attraverso l’immagine e il corpo. È un linguaggio davvero fortissimo.
Molti tuoi lavori teatrali nascono da collaborazioni con compagnie e registi molto diversi. Quanto conta per te il lavoro di gruppo nella costruzione di uno spettacolo?
Tantissimo. Bisogna aiutarsi e avere molta pazienza.
Ogni attore porta un background diverso, soprattutto a teatro. I registi spesso lavorano sempre con le stesse persone, quindi quando incontrano attori nuovi devono costruire da zero un linguaggio comune. Se questo processo avviene in un gruppo che collabora davvero, poi diventa tutto più naturale.
Personalmente, so di avere delle lacune dovute magari alla mia giovane età e alla minore esperienza. Ma se c’è qualcuno nel gruppo che è davvero in ascolto, mi aiuta sul palcoscenico a colmare quelle mancanze.
Guardando al tuo percorso, finora, c’è un tipo di personaggio o di storia che ti affascina particolarmente e che vorresti esplorare di più in futuro?
Questa domanda sul personaggio è davvero ideale.
Per fare un esempio, penso a Mio fratello è figlio unico di Daniele Lucchetti. Quel tipo di racconto mi affascina proprio dal punto di vista umano: la storia di due fratelli che si dividono per divergenze politiche è molto intensa. Mi interessa esplorare personaggi che vivono una rottura con i propri rapporti personali a causa di scelte o convinzioni che, secondo me, non dovrebbero cambiare tutta la vita né allontanarti dalle persone a cui vuoi bene.
Penso che lavorare su personaggi così sia molto stimolante, come può esserlo lavorare su coppie complesse, per esempio come in Non essere cattivo con Marinelli e Borghi. Personaggi che, nel seguire la propria voce, si trovano a contestare la strada che si è costruita nella propria vita personale e nei rapporti con gli altri.
Molti attori della tua generazione sembrano muoversi tra progetti molto autoriali e prodotti più mainstream. Tu da che parte ti senti più vicino: alla ricerca artistica o alla comunicazione con il grande pubblico?
Per essere sincero, prima di Cuori pensavo: “vorrei fare solo una carriera autoriale, incontrare quanti più autori possibile”, perché non conoscevo bene il mondo televisivo. Girando Cuori, però, ho scoperto che la televisione ha una comunicazione molto diretta e importante con il pubblico.
Sono arrivati tanti commenti di persone che si sono emozionate o si sono riviste nelle storie raccontate. Per questo penso che, come attore, sia fondamentale fare entrambe le cose con la stessa intensità e passione. I mezzi sono diversi, ma l’obiettivo è raccontare storie, e quante più storie possibile, in modi differenti.
In questo momento, non mi viene da escludere né l’una né l’altra esperienza.
C’è stato un momento — su un palco o su un set — in cui hai pensato: “Ecco, è per questo che ho scelto di fare l’attore”?
Ho iniziato molto piccolo – lavoravo a teatro già a undici anni, ho fatto teatro di periferia, davvero tanta gavetta. Ma più che altro, mi sono innamorato di questo mestiere da spettatore. Vedere gli attori sul palcoscenico creare una realtà unica in quel momento, anche molto sopra le righe – e a me piace lavorare fuori dal naturalismo – mi ha fatto pensare: “Lo devo fare anch’io! Se non faccio questo, farò qualcos’altro, ma devo creare qualcosa! Ho un corpo, una voce, non mi fermo mai”. Da bambino ero iperattivo; a teatro ho potuto mettere in scena tutta questa energia, totalmente, e trasformarla in qualcosa di concreto.
Una volta, in uno spettacolo, prendevo una pistola immaginaria e la puntavo verso il pubblico, verso i genitori, perché i ragazzi in scena avevano problemi con le proprie famiglie. Alla fine dello spettacolo, un uomo mi ha detto: “Ero tra il pubblico e quando ha puntato la pistola, l’ha puntata proprio verso di me. Ho ripensato al mio ruolo di padre, e stasera passerò un po’ di tempo con mio figlio”. In quel momento ho capito che, ogni volta che salgo su un palco o davanti a una macchina da presa, posso raccontare qualcosa che, in un modo o nell’altro, cambia almeno una persona per un’ora, due ore. E questo è esattamente ciò che voglio fare.



Recentemente hai fatto parte del cast della serie televisiva “Cuori 3”; mi parli di Bruno La Rosa, il personaggio che interpreti?
Bruno La Rosa è il figlio del primario Luciano La Rosa, un ragazzo torinese che studia medicina. È una persona curiosa, appassionata di studio, che però ha affrontato, fin da piccolo, problemi fisici: si è ammalato di poliomielite, una malattia che negli anni ’50 colpiva molti bambini, e ha trascorso gran parte dell’infanzia entrando e uscendo dall’ospedale. Nonostante tutto, questo non ha mai frenato la sua voglia di stare “sempre in piedi”.
A differenza di molti ragazzi del liceo che a volte sognano di finirlo per non andarci più, Bruno desiderava andare a scuola, anche se la malattia glielo impediva per lunghi periodi. Ho scoperto un personaggio che cerca di non appesantire chi gli sta attorno con la sua condizione, cercando invece di essere un sostegno per gli altri e di nascondere il suo dolore. Questa caratteristica mi è sembrata molto tangibile anche nella vita reale: molte persone cercano di affrontare le proprie difficoltà senza trascinare gli altri nel loro dolore.
Un momento di crescita importante per Bruno arriva con Elena, una ragazza dolce ma anche molto diretta, che lo tratta come qualsiasi altro coetaneo, senza filtri, facendogli vivere un amore autentico. Con lei, Bruno può oltrepassare le barriere imposte dalla malattia, il polmone d’acciaio e la protesi della gamba, trovando finalmente leggerezza e vicinanza emotiva.
Tra cinema, teatro e televisione, quale direzione senti più vicina in questo momento della tua carriera e su quali progetti ti piacerebbe lavorare nei prossimi anni?
Sicuramente il prossimo progetto che farà Alice Rohrwacher: devo assolutamente chiederle di incontrarci, perché negli ultimi anni quel tipo di cinema è proprio quello che più mi affascina. Detto questo, al momento voglio fare quante più esperienze possibili, abbracciare ogni opportunità, conoscere più attori possibile, senza escludere nulla.
C’è qualcosa in pentola che ci puoi spoilerare?
Per ora no. Quest’anno farò – sempre con l’Accademia Silvio D’Amico – due spettacoli con Massimo Popolizio ed Emma Dante. Attualmente, quindi, mi sto curando molto del mio percorso teatrale.
L’intervista è finita, ti ringrazio tantissimo per la disponibilità. In bocca al lupo per tutto!
Grazie mille a voi… crepi!









Passione spontaneita’,sempre pronto ad afferrare tutto cio che di bello e utile incontra .nel suo percorso.
Continua cosi!