Intervista a Marta De Lluvia-L’esperienza “fragile” di essere cantautori


a cura della Redazione

20 Nov 2023 - Approfondimenti live, Interviste

Abbiamo incontrato e intervistato la cantautrice e poetessa Marta De Lluvia della quale ci siamo occupati, recentemente, all’uscita del suo ultimo lavoro “La festa che non c’era”.

Marta De Lluvia ha recentemente pubblicato il suo secondo lavoro in studio, “La festa che non c’era” (del quale ci siamo occupati qui:https://www.musiculturaonline.it/uscito-lalbum-la-festa-che-non-cera-di-marta-de-lluvia/ n.d.r.).

Musiculturaonline ha incontrato la cantautrice e poetessa recanatese, per una chiacchierata tra musica, poesia, vocazione al viaggio e all’accoglienza.

D. Ha vissuto a Lipsia, in Germania, e ha intrapreso diversi viaggi in Russia (Pietroburgo). Durante la permanenza in Germania e Russia ha collaborato con musicisti locali, quali sono gli incontri artistici che maggiormente l’hanno “segnata”?

R. In Russia ho registrato in studio alcuni dei miei primi brani con due musicisti di Pietroburgo. Niente che abbia retto la prova del tempo. Grazie a una conoscenza, ho avuto accesso al mondo dell’opera del Teatro Marinskij per un breve periodo (prove e spettacoli), ma solo da spettatrice. 

In Germania ho vissuto più a lungo, due anni. A quel tempo studiavo canto lirico e volevo perseguire quella strada, per cui le mie connessioni erano tutte nel campo della musica classica. Sicuramente la persona per me più influente è stata Reglint Bühler-Schorcht, soprano, la mia insegnante di canto del tempo. È fondamentalmente grazie a lei se ho avuto occasioni di cantare e collaborare con musicisti a Lipsia. Mi ha accompagnata a scoprire la mia voce, e tutto un repertorio meraviglioso, specialmente musica da camera. Il canto classico mi manca. Allora non ero pronta, ma adesso saprei bene da dove partire e mi piacerebbe ricominciare. Comunque, se non avessi “fallito” come cantante lirica e se non avessi mollato, non avrei mai scritto canzoni, sicuramente non come adesso.

D. Durante il suo periodo a Bruxelles si è legata, in particolare, a un gruppo di cantautori di varie nazionalità che ha come obiettivo lo scambio artistico e il sostegno alla musica indipendente. Vuole raccontarci questa esperienza?

R. È una delle esperienze più belle fatte a Bruxelles. Ci riunivamo una volta al mese, ogni volta qualcuno di noi ospitava il gruppo. Non era un gruppo chiuso, venivano spesso persone nuove, ma ad essere costanti e appassionati eravamo in cinque o sei. Già il fatto che ogni volta qualcuno aprisse la sua casa ad altri che conosceva poco o per nulla rendeva tutto questo un miracolo di incontro e accoglienza, ai miei occhi. Ognuno faceva ascoltare i suoi brani, gli altri commentavano, condividevano impressioni e idee, si parlava di possibili arrangiamenti, si discuteva. Era un’ottima occasione per mettere alla prova diversi aspetti dello scrivere, a partire da quello linguistico. Ad esempio, ho scritto alcune canzoni in inglese e francese e le ho fatte ascoltare al gruppo, in cui c’erano dei madrelingua, per capire quanto fossero credibili. C’erano poi dei cantautori molto preparati a livello musicale, con cui ho potuto discutere questioni più tecniche legate allo strumento o alle armonie delle mie canzoni. Un’altra meraviglia di quel gruppo, per me la più grande in assoluto, era poter entrare nella vita delle persone attraverso le canzoni. C’era un senso di fratellanza e di fiducia incredibili, perché tutti ci mettevamo a nudo e tutti vivevamo l’esperienza “fragile” di essere cantautori e di cercarsi nella musica.

D. Nel 2013 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie intitolata “In sé maggiore”. Ha altri progetti di poesia in cantiere? È una lettrice assidua di poesia?

R. Non ho progetti di poesia in cantiere per il momento. L’unico progetto è ricominciare a nutrirmi di poesia, a leggere in modo costante e approfondito come facevo qualche anno fa. Poi ci sono stati molti cambiamenti nella mia vita, bellissimi ma impegnativi, e non sono riuscita a tenere il passo. Scrivere poesia è come aprire un cantiere nell’anima e scavare, spostare, conoscere, stravolgere, fare e disfare le fondamenta. A volte la vita lo fa da sola, ti succede qualcosa e ti ritrovi in quel “cantiere” per forza. A volte, e ci vuole coraggio, bisogna decidere di scendere nella propria terra nuda e guardarla e lavorarla. È un processo molto faticoso, doloroso, bellissimo. Continuerò di certo a scrivere, ma non so cosa.

D. “La festa che non c’era” è un lavoro di grande profondità tematica. Vuole parlarci di come sono nati i testi?

R. Alcuni sono nati da circostanze e accadimenti personali: amori e disamori, ad esempio. Altri, da riflessioni sulla natura della vita e su vicende contemporanee. Sono testi scritti “a distanza”. Non parlano direttamente di ciò che li ha ispirati, ma raccontano per simbologia e per metafore. Non vogliono descrivere per far vedere, ma vogliono “colpire” per far sentire.  

D. In studio di registrazione è una da “buona la prima” o tende a ricantare finché non è soddisfatta?

R. Chiaramente ricanto finché non sono/non siamo soddisfatti (ci metto dentro anche il produttore artistico e i musicisti presenti). Di solito, però, non ci vuole moltissimo. Credo che una volta entrati nell’espressione giusta e nella giusta concentrazione, se si sa che cosa si vuole dire e come, gli aspetti tecnici seguono in modo abbastanza naturale. Quindi la parte impegnativa in studio, per me, è “accordarmi” dentro, più che fuori.

D. Di “Cercasi Miracoli”, contenuta nell’ultimo lavoro, ha detto: “Questa canzone è una preghiera laica. Nasce da una sensazione di assoluta impotenza, impotenza dalla quale si può soltanto implorare un miracolo.” Il miracolo che chiederebbe in questo particolare periodo?

R. Mantenere accesa la luce. La mia personale, certo, ma quella della generosità, del buono, il senso di unione almeno nelle realtà che vivo. Sa, ci sono molte iniziative per piantare alberi in tante zone del mondo e riparare al disboscamento, all’urbanizzazione, prevenire catastrofi naturali. Ecco, lo stesso vale per ogni valore. Per me il miracolo sarebbe riuscire a seminare il bene, dietro al male che sradica.

D. Tre aggettivi per definire la sua musica?

R. Viscerale, alata, coinvolgente.

D. Il tratto principale del suo carattere?

R. Accoglienza.

D. Ci sono delle suggestioni filmiche che, negli anni, hanno influenzato la sua musica?

R. Non credo in maniera diretta. Mi sono rimaste dentro, scolpite nella mente alcune immagini dai film di Andrej Tarkovskij. Sono così cariche di significati, di silenzi, che ci penserò su per tutta la vita.

GRAZIE!

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