Celebriamo il 25 aprile con i versi di Franco Matacotta


di Alberto Pellegrino

24 Apr 2021 - Commenti altre arti

Celebriamo anche noi il 25 aprile con i versi di un grande poeta marchigiano oggi quasi dimenticato, Franco Matacotta, che ha vissuto da protagonista la guerra e la resistenza.

Milano è liberata il 25 aprile 1945

La celebrazione della festa nazionale del 25 aprile 1945 è un dovere civile e morale, perché bisogna ricordare soprattutto ai più giovani, i quali per loro fortuna non hanno vissuto il dramma della guerra e della Resistenza, che in quel giorno l’Italia ha ritrovato la propria dignità e il proprio onore, ha riconquistato la libertà dopo gli anni della dittatura fascista. Per onorare questo evento, che sta a fondamento della nostra Costituzione repubblicana, abbiamo scelto i versi di Franco Matacotta, un grande poeta oggi quasi dimenticato, il quale ha vissuto la tragedia della seconda guerra mondiale e ha partecipato di persona alla guerra partigiana, lasciando alcuni versi come testimonianza di quella dura lotta per la riconquista della libertà.

Fisarmonica rossa

Sulla polvere gialla delle strade

piomba la notte come un toro nero

sul girasole della testa cade

fitta la grandine dei pensieri.

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Le case sotto l’ago della luna

gemono come pazze gatte in amore,

io già galoppo in braccio alla fortuna

rossa di dentro, rossa di fuori.

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La terra danza danza, è un subbuglio

di viscere di catrame di nebbia di ossa,

dentro il velluto carnale del buio

suona una ubriaca fisarmonica rossa.

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Suona, lombrico, suona, già il tuo morso

fruga come un veleno nella pelle,

ma il cuore in petto balla come un orso

sotto i cembali azzurri delle stelle.

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Batte il martello rosso dei mie canti

nel notturno fragore dei disastri,

lasciatemi vivere, e il passato si schianti

con i cubi del mare, con le sfere degli astri.

Il partigiano Pertini in un comizio tenuto a Milano

Canto popolare del patriota marchigiano

Fucile e baionetta l’ho gettato

Sputando sangue e fiele ad una svolta

Al mio paese sono ritornato

Per riabbracciare i cani d’una volta.

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Ah più non credo, più non spero in nulla.

Troppe certezze sono già cadute.

Addio, vacca rognosa, o Roma, culla

D’angeli neri e rosse prostitute.

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E qua chi cerco? Dove sono i campi

Perduti nei crepuscoli viola?

Nel fragoroso turbine dei lampi

Ritrovo la mia casa vuota e sola.

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Sono fuggiti mio padre e mia madre

Fuggito è il gatto, fuggito il cavallo.

Salvo allo scempio delle folle ladre

È restato a cantare solo il gallo.

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Almeno nelle botti il vino austero

Fosse rimasto alla mia gola secca.

Presso la chiesa un cane magro e nero

Su una chiazza di sangue a lungo lecca.

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Trac! Dalla finestra dirimpetto

Qualcuno ha sventagliato la mitraglia.

Un ragazzo col capo entro il petto

Sanguina in mezzo al fango ed alla paglia.

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Madonna mia, Gesù. Una donna ha urlato

Nel labirinto fetido dei vicoli.

La succosa nipote del curato

Sta alla finestra per rifarsi i riccioli.

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L’amico sputa fuoco sull’amico.

Il fratello è in agguato del vicino.

E devo torturarmi se il panìco

Non c’è più per sfamare il canarino?

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No, non posso più piangere, non posso

Più gridare né a Cristo né alle stelle.

Che colpa abbiamo se ci scroscia addosso

La risata frenetica e ribelle?

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Siamo accecati d’odio e di dolore.

Mordiamo a sangue l’aria dura e avara.

Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,

O Italia, cagna nera, patria cara!

Reparti partigiani sfilano a Milano il 25 aprile 1945

Ballata del partigiano

Non riconosco mio padre e mia madre

Non ricordo più il mio nome

Io sono nato in mezzo alle squadre

Non so quando né come.

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Ieri ero un fanciullo

Giocavo alle stelle e alla vita

Oggi il mio solo trastullo

è la pallottoliera del mitra.

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Cammino sopra la terra

Come su un pavimento di lampi

All’odio e al dolore fo guerra

Non c’è nessuno che scampi.

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Faccio io saltare i ponti

E spezzo le strade ferrate

Io taglio i fili dei monti

Atterro le tigri blindate.

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Col riso di gelatina

Faccio schiantare i colossi

Con lagrime di benzina

Accendo i bengala rossi.

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Non so perché né come

Ho ancora fede e bontà

Ho ritrovato il mio nome

Mi chiamo Libertà.

Le donne hanno partecipato alla Resistenza

Franco Matacotta (Fermo 1916 – Genova 1978)

Il rosso del sangue sparso durante la guerra e la lotta partigiana è il filo conduttore di Fisarmonica rossa e di Canzone di libertà, dove il poeta usa un linguaggio duro e tagliente, fatto d’immagini cariche di dolore e di sconforto morale di fronte alle lotte civili che egli sente come ferite sulla pelle. Nel corso della seconda guerra mondiale sembra che poeti e narratori vogliano distaccarsi da una realtà fatta di violenze, rappresaglie e massacri, ma alcuni intellettuali decidono di parlare, perché si rifiutano di vivere in un società segnata da persecuzioni e distruzioni, dilaniata dagli odi e dalla sofferenza delle classi sociali più povere.

Matacotta con i suoi versi racconta l’esperienza di un partigiano che nella provincia marchigiana vive a contatto quotidiano con la morte, mentre intorno la realtà che lo circonda sembra dominata dal silenzio delle coscienze: l’uomo è come “murato”, non parla e non guarda. In questa atroce fissità e desolazione Matacotta fotografa il baratro di dolore e di morte nel quale è precipitata l’Europa, seguendo le logiche spietate della guerra, che egli giudica non una conseguenza ma una causa del disprezzo per la vita, dell’odio e dell’assenza di giustizia sociale.

Il poeta usa la lirica come mezzo di riflessione, ponendo domande destinate a rimanere senza risposta, perché non ci sono soluzioni di fronte a una realtà impregnata di sangue, segnata dalle persecuzioni, dall’efferatezza delle torture, dallo sfregio e dal vilipendio dei cadaveri. Si vive in un mondo segnato dalla morte, privo di solidarietà e di pietà (L’amico sputa fuoco sull’amico”), dove chi era un amico può diventare un avversario da combattere, perché la guerra civile spezza l’universo dei rapporti sociali consolidati nel tempo; produce schieramenti contrapposti, violenze intestine, spaccature all’interno dello stesso gruppo sociale. Matacotta trasmette un messaggio forte e senza retorica nella speranza che il Paese possa un giorno riconquistare la libertà e la democrazia. Guarda con fiducia a quei giovani impegnati nella lotta partigiana, a volte massacrati dai nazifascisti: essi sono i nuovi martiri, i testimoni di quegli ideali fondati sul riconoscimento dei diritti e delle libertà che un giorno saranno garantiti dalla Costituzione repubblicana.

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