“CAGLI. 1947-1959” a Roma


di Flavia Orsati

29 Apr 2023 - Arti Visive

A Roma abbiamo visitato la bella mostra Cagli. 1947-1959, aperta fino al prossimo 5 maggio, presso la galleria Antichità Alberto di Castro, in Piazza di Spagna.

Dentro al muro,
l’opportunità storica:
fuori la fantasia dell’infinito.
C. Cagli – Corsivo n. 13 

Presso la pregiata galleria Antichità Alberto di Castro, situata a Piazza di Spagna a Roma, è possibile visitare, fino al prossimo 5 maggio, l’esposizione Cagli. 1947-1959, a cura di Denise di Castro, Alberto di Castro, Gian Enzo Sperone e Yuri Tagliacozzo.

Un pregevole e mai tracotante dialogo tra antichità e modernità, che accompagna l’inquietudine dell’artista e dell’arte novecentesca in un pacato confronto con il moto del tempo, perpetuamente consolatorio: ecco come riassumere in una frase il contenuto di Cagli. 1947-1959.

Corrado Cagli nasce nelle Marche, ad Ancona, nel 1910, per morire nella Capitale nel 1976. La mostra indaga i dodici anni della sua attività artistica compresi tra 1947 e 1959, identificandoli come la fase più feconda della sua produzione e maggiormente segnata dalla multidisciplinarietà. In effetti, percorrendo le sale della galleria, è possibile trovarsi davanti alle opere più disparate dell’artista: dalle prove surrealiste incentrate sull’affascinante mondo dei tarocchi (con due interpretazioni delle lame I e X, cioè Ruota della Fortuna e Bagatto come Arlecchino) alle cosiddette “carte mute”, dalle indagini sul simbolismo primordiale alle sperimentali “impronte dirette” e “impronte indirette”.

Corrado Cagli

Il periodo dell’arte di Cagli preso in esame è quello dell’immediato dopoguerra, un momento in cui l’uomo deve ricomporre i frammenti, fisici e non, del mondo che lo circonda e riappacificare la propria anima lacerata. Un’epoca in cui – sulla scia di Adorno – è lecito chiedersi se, dopo Auschwitz, l’arte e la poesia possano essere ancora plausibili, o se esse si configurino piuttosto come un atto barbarico. L’arte tutta si trova ad interrogarsi, insomma, su quale sia la corretta modalità di rammemorare il recentissimo passato e di rendere il presente futuribile. Quelle di cui si sta parlando sono ferite profonde, che gli artisti operanti nell’immediato dopoguerra hanno tentato di sintetizzare, affidandosi non solo alla sfera della razionalità, ma soprattutto a quella della percezione. E forse la barbarie di cui parlava Adorno sta tutta qui. Tralasciando la periodizzazione storica, la sofferta e cruenta fine della Seconda Guerra Mondiale segna una vera e propria cesura, una barriera tra un prima e un poi, dalla quale deriva una sorta di ontologico e metafisico senso di colpa nella psiche di chi resta nei confronti di chi, invece, non ce l’ha fatta. L’arte di Cagli, in diverse misure, cerca di affrontare vis à vis tutte queste problematiche, sperimentando una epistemologia negativa che, tramite l’utilizzo sperimentale di diversi linguaggi, anche formali, dal primitivo al gestuale, dal materico al segnico, possa conferire un senso alle traumatiche esperienze del Secolo Breve, tra l’altro vissute, in parte, in prima persona. Cagli infatti, in quanto ebreo, nel 1938 viene costretto all’esilio a causa dell’imporsi delle leggi razziali anche in Italia e dell’intensificarsi della campagna antisemitica, riuscendo a riparare in America e partecipando, poi, nel 1945, alla liberazione del campo di concentramento di Buchenwald, uno dei più grandi della Germania nazista.

L’artista, dunque, anche alla luce della propria personale esperienza, ricerca un obbligo alla memoria come contrasto all’oblio che si stava imponendo nei confronti dell’orrore perpetrato, specie nella Germania postbellica, compiendo una mitopoiesi del passato e delle sue forme. Tale slancio non poteva, in un personaggio come Cagli, che prendere forma dalla poliedricità potenziale del suo essere e del suo legame con la psicologia e con la grande avventura orfica di fin de siècle, dalla cui degenerazione, a suo dire, hanno al contempo origine l’aridità morale di un mondo senza filosofia e privo di una estetica precisa, manicheisticamente diviso tra realismo e astrattismo e, più in generale, in una serie di opposizioni dicotomiche e binarie che non tengono conto della complessità del molteplice. La memoria resta, nella visione poetica dell’artista, un fattore fondante del fare arte, rivisitata alla luce del soggettivismo, che riesce a fare sintesi tra passato e presente, anche in un mondo ormai segnato dallo shock bellico, riuscendo ad unire ciò che ormai appare irreparabilmente disunito: “[…] mi sono rivolto ai metodi analitici per rivelare a me stesso la mia tradizione. Oggi quanto c’è di più moderno lo è in quanto remoto o estremamente antico”. Ecco allora che sono necessari gli automatismi psichici degli Arcani Maggiori, sorta di macchine filosofiche da consultare alla ricerca di simboli e archetipi, ecco che il primitivismo simbolico dei primordi non è vezzo manieristico o nostalgico nei confronti della società arcaica del bon sauvage ma scavo ermeneutico nella scissa interiorità e abissale profondità dell’uomo moderno; e dunque, allo stesso tempo, le “carte mute” segnalano l’accartocciarsi del mondo su se stesso, sulle proprie contraddizioni, e l’aggrovigliarsi, senza spezzarsi, dell’interiorità dell’artista, contraltare dell’interiorità dell’umanità tutta, nelle serie delle impronte che compenetrano spazio cromatico e volumi e li sovrappongono, e in Diogene e Angoscia, la cui linea continua va a creare sulla tela delle sofferte figure mentali, alla ricerca, nella notte del mondo, similmente al filosofo antico, dell’Uomo, in un periodo storico in cui è l’uomo, con il suo lanternino, a doversi fare luce da sé in un mondo buio. Faro di se stessi per sopravvivere alla mezzanotte ed avviarsi verso l’alba, come suggerisce il caos dell’opera di Cagli forse maggiormente antologizzata, Ça ira, dalla critica confrontata a quello che è Guernica per Pablo Picasso: un caos vivificante e allo stesso tempo terribile, dinamicamente vibrante ma che porta l’umanità ad un passo da un danno esiziale. Una avventura non sono esistenziale ma anche intellettuale estremamente tormentata, che porta l’artista a cibarsi però di stimoli onnivori: da suggestioni algebriche ed appartenenti alla geometria non euclidea a quelle della psicologia e della psicoanalisi, dal mito classico eternamente presente alle torsioni della recente storia. Tutto questo è racchiuso nell’opera di Corrado Cagli, in special modo nel periodo astratto, forse uno dei meno studiati ma estremamente denso di stimoli, di memoria che si fonde, in un senso del tutto moderno, con il presente, lasciando ai posteri un inquieto e mai pago interrogativo, vertente appunto sull’importanza del ricordo e sul modo di porre questo stesso in esame, sottraendolo, forse, al vaglio moralisticamente catalogatore della storia e lasciandolo aperta alle infinite suggestioni che l’estro artistico può generare.

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