Al Teatro delle Muse “Una notte sbagliata”: vittime o carnefici?


di Elena Bartolucci e Chiara Bartolozzi

21 Mag 2021 - Commenti teatro

Marco Baliani incanta e commuove con il suo ultimo spettacolo, Una notte sbagliata, incentrato sulla brutalità dell’uomo e sulla violenza gratuita.

(Le fotografie sono di Marco Parollo)

Ancona – Domenica 9 maggio, dopo un lungo periodo di fermo per i teatri il pubblico è finalmente tornato nella meravigliosa cornice de Le Muse di Ancona per assistere allo spettacolo di Marco Baliani intitolato Una notte sbagliata.

Dapprima l’attore ha vestito i panni di Tano, un uomo semplice ma fragile che, affetto da una evidente malattia mentale, vive con la madre e il suo cagnolino Uni, che ogni giorno porta a giocare nel parchetto vicino casa. Spesso parla da solo e si lascia andare a una sorta di flusso di coscienza interminabile che non sembra avere né capo né coda mentre aspetta seduto alla solita panchina. Il ritmo delle sue giornate è scandito prevalentemente dagli effetti che hanno sulla sua mente e sul suo corpo le medicine che è costretto a prendere e che spesso lo rallentano troppo anche nel reagire e nel parlare. Tutti, comprese le forze dell’ordine, lo conoscono e sanno bene che è un tipo innocuo. Eppure, basta un semplice pretesto per finire nel mirino di alcuni agenti di pattuglia che iniziano a pressarlo verbalmente e pestarlo a morte e che, infine, arrivano a usare la divisa che indossano per giustificare quel vile atto.

Potrebbe subito sembrare la rievocazione di un fatto di cronaca come tanti altri che si ascoltano al telegiornale, dove le vittime diventano semplici numeri e vengono così spogliate della loro effettiva esistenza come esseri umani. Non sono più un figlio o una figlia, un fratello o una sorella, una madre o un padre di qualcuno, ma vengono ridotte a una notizia.

Lo spettacolo non termina con la storia di Tano. In effetti è lo stesso attore a chiudere il cerchio quando in scena rievoca un ricordo di se stesso adolescente che viene picchiato fuori dal liceo solo per aver espresso il suo pensiero politico.

All’interno del racconto di Tano, Baliani è infatti anche voce narrante che cambia continuamente di registro e tono, permettendo così allo spettatore di fare lo stesso cambiando la prospettiva dell’intera storia. L’attore, infatti, è Tano e al contempo i suoi aguzzini. La sua narrazione acquisisce così una dimensione unica, ma corale che permette allo spettatore di entrare nella mente di ogni soggetto interpretato senza cercare di giustificare o prendere le parti di qualcuno in particolare. Si trasforma persino in un professore a cui nel corso di una conferenza vengono poste delle domande. Dalla platea alcuni spettatori-attori lo interrogano per comprendere come possa accadere che spesso in uomini comuni e rispettabili si scateni una furia cieca. L’animo umano è così sfaccettato e insondabile che è impossibile il più delle volte riuscire a trovare una spiegazione. Ciononostante, non bisogna mai rischiare di rassegnarsi a certi comportamenti colpevolizzandosi per la brutalità degli altri, perché non è affatto un difetto essere una vittima. L’assurdità della violenza e la crudeltà della natura dell’uomo sono delle tematiche difficili da comprendere a pieno. Come spiegato dallo stesso Baliani: «A me interessava riflettere su quel meccanismo che va al di là della casualità della sfortuna, dell’intreccio del destino che ti fa collocare nel posto sbagliato al momento sbagliato e chiedersi come mai gli esseri umani arrivano a essere così terribilmente persecutori rispetto a qualcuno che è inerme, quali dinamiche si innescano. Abbiamo una sensazione netta che ci sia un progressivo impoverimento della sacralità della vita, vedi i barboni che vengono incendiati per gioco dai ragazzini, altri adolescenti che perseguitano fino alla morte un pensionato solo per noia. Vediamo tutta una serie di integralismi e fondamentalismi che avevamo pensato sepolti per sempre, come se l’olocausto non fosse mai arrivato; è come se in generale in tutto il mondo occidentale ci fosse una sorta di cupio dissolvi e il desiderio irrefrenabile di accanirsi contro un capro espiatorio che deve essere un diverso, che sia straniero, nero, ebreo o omosessuale».

Una notte sbagliata è un’opera davvero cruda e intensa, strutturata su più livelli recitativi. L’attore è riuscito a calibrare in maniera egregia i diversi punti di vista dando anima, corpo e soprattutto voce a differenti storie e uomini.

L’ottimo lavoro di immedesimazione è stato coadiuvato in maniera eccellente dalla grafica e dal sonoro che hanno fatto effettivamente da spalla all’attore in scena da solo sul palcoscenico, in cui la scenografia asciutta ed essenziale ha in qualche modo rappresentato a pieno la cupezza e la brutalità di sfondo di quest’opera teatrale.

La regia è firmata da Maria Maglietta, scene, luci e video sono di Lucio Diana, gli evocativi paesaggi sonori di Mirto Baliani, i costumi di Stefania Cempini e i disegni di Marco Baliani.

Lo spettacolo è una produzione MARCHE TEATRO.

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