“Vedova, oltre il colore. Etica ed estetica del segno” la Mostra


di Flavia Orsati

2 Ago 2022 - Arti Visive

Nella casa museo e del centro studi Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado (FM), fino all’8 gennaio 2023, esposizione della mostra “Vedova, oltre il colore. Etica ed estetica del segno”, a cura di Roberto Budassi e Daniela Simoni. L’abbiamo visitata e ve ne parliamo.

Poiché il mondo, nella sua caducità,
non vuole salvezza, ma giustizia. E la
vuole precisamente perché non chiede
di essere salvato. In quanto insalvabili,
le creature giudicano l’eterno.
 Giorgio Agamben - Pilato e Gesù

La mostra “Vedova, oltre il colore. Etica ed estetica del segno” è stata inaugurata, negli spazi della casa museo e del centro studi Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado, lo scorso 17 luglio, per durare sino all’8 gennaio 2023. L’esposizione, a cura di Roberto Budassi e Daniela Simoni, realizzata con la collaborazione della Stamperia d’Arte Albicocco di Udine e della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, indaga un aspetto dell’arte di Emilio Vedova forse meno conosciuto: quello riguardante la grafica e l’incisione.

I curatori della mostra si sono proposti il non facile compito di porre in dialogo spazi intimamente liciniani con alcune opere di Vedova. Partiamo dalle ragioni che muovono concettualmente l’esposizione, che Roberto Budassi e Daniela Simoni non ci nascondono affatto: etica ed estetica. Del resto, Emilio Vedova è stato tra gli artisti italiani dello scorso secolo che più hanno impresso una dimensione del fare di matrice morale e civile (in ultima analisi, etica) nel loro fervore artistico, in questo caso pittorico. Il segno estetico di Vedova è così carico di una duplice valenza, in modo che il significante – il gesto pittorico sulla tela – non stia mai solamente per se stesso.

La mostra si concentra sulla grafica, alla quale Vedova si dedica organicamente a partire dagli anni Sessanta, momento di fermento ideologico e di grandi proteste che sconvolgono anche il segno dell’artista, il quale si apre ad una grande ricerca e sperimentazione. Ad essere esposti sono circa 80 pezzi tra opere grafiche, pittoriche, libri d’artista e matrici, legati tra loro da un giudizio sempre vigile e attento su temi contemporanei; l’antologica sulla grafica è, tra l’altro, impreziosita dalla collaborazione della stamperia Corrado Albicocco, che ha intessuto un rapporto di fiducia pluriennale con l’artista veneziano.

Importanza va conferita all’aspetto alchemico ed esoterico dell’arte del Maestro, pur nell’aderenza al reale: il suo magmatico segno grafico sembra fuoriuscito da un universo di forze scatenate ancora in fase di definizione, come se il possibile fosse tutto ancora da formalizzare. Da questa specie di iperuranio di idee, emergono i fatti storici che l’artista ha il compito di eviscerare calandovicisi all’interno, evitando solo una attitudine nei confronti dell’esistente: l’ignavia.

La grafica è, probabilmente, un modo molto rapido ed istintuale di esprimersi: per Vedova, infatti, l’arte non ha solo valenza estetica, ma è strumento d’azione sulla realtà, tende a modularla e a mostrarne i lati profondi e oscuri, irrisolti e contraddittori. Ciò che colpisce della quasi totalità delle litografie è l’assenza di colore: l’artista opera prevalentemente in bianco, nero e in scale di grigio, virando raramente verso una sparuta gamma cromatica, fatta di colori primari. Lettera aperta è una di queste eccezioni: in cratofanie energetiche, ma strettamente terrene e, come già scritto, correlate al flusso della storia, una banda triangolare di colore rosso si inserisce a modificare l’entropia che catalizza l’esistere stesso di tali segni, donando loro senso e direzione. La scelta del rosso non è un caso: il rosso del cuore, della passione, del sangue, dell’ideologia. Vedova stesso sottolinea, del resto, come incisione e litografie siano due mere possibilità, da finalizzare appunto a stringenti esigenze espressive. L’immagine acquista quindi spessore ontologico, palesando conflitti e opposizioni, lasciandosi trascinare in balia del gesto, del segno e della materia stessa. Le visioni lucreziane e saturnine di forme come vettori di forze in costante conflitto dialettico si palesano all’ennesima potenza negli anni Ottanta, quando compare il ciclo degli Oltre. Lì, l’artista si propone di scardinare qualsiasi certezza, formale o ideologica, sottolineando che qualsiasi cosa può essere messa in discussione, compreso il sacro. Egli stesso afferma di aver preso il cerchio “per la gola”, sfidando la sacralità e tentando di sperimentare la prostrazione di un dogma, di mettere in relazione la perfezione che si chiude e le scissioni del mondo, soprattutto le sue non-centrature.

L’impegno civile continua negli anni Novanta, periodo della guerra civile in Bosnia-Erzegovina. Tra i tanti fatti drammatici, un episodio impressiona enormemente l’artista, tanto da sollecitare qualcosa nel suo immaginario: l’incendio della biblioteca di Sarajevo. Vedova decide di dedicare a tale dramma l’opera Chi brucia un libro brucia un uomo, di cui in mostra è esposto il bozzetto. Si tratta di un disco plurimo a base lignea, modellato con carta, pittura acrilica e combustione, la bruciatura del cauterio, della sofferenza che causa ogni guerra. Si tratta di una testimonianza di orrore e sdegno assoluti, che si estende non solo al presente ma a tutto il vento della Storia, tornando idealmente indietro sino ai regimi, ai roghi dei libri. Arriviamo alla sezione della mostra più vicina a Licini, quella degli angeli e della loro iconografia. Essendo tutti i lavori di Vedova una sorta di struttura della coscienza, l’angelo, sebbene non alter ego in senso stretto, come accade in Licini, è una sorta di soffio vitale latore di inquietudine, veicolata nella vita e nella storia con leggerezza ed etereità. L’angelo è qui infatti qualcosa che turba, forza l’ordine metafisico e stravolge la logica fenomenica, muovendosi sì all’esterno ma soprattutto nei recessi dell’animo, in un orizzonte a-logico che incarna il paradosso della precarietà dell’esistere. Le figure alate annunciano quindi un oltre, caricandosi di opposizioni, un po’ come accadeva al pittore di Monte Vidon Corrado: sono demoni e luce al tempo stesso, entificano ogni esistenza possibile, in atto e in potenza, fisica o trascendentale che sia. Non si pensi tuttavia che queste figure, più o meno eteree, siano angosciate dalla Storia: il legame è sempre serrato, la frenesia segnica, i pieni e i vuoti incarnano proprio l’etica dell’artista, il vento della redenzione, quantomeno ideologica, tra clamore accecante ed oscurità luciferina. Chi conosce Licini sa quanto, tra anni Quaranta e Cinquanta, l’angelo ribelle sia diventato un vero e proprio topos della sua pittura. Mentre, però, l’angelo liciniano ha una forte componente “errante, erotica, eretica” mai catartica, potremmo definire le figure angeliche di Vedova, non calcando la mano sul gioco di parole, “fulminanti, etiche, duali”, sorta di testamento spirituale, invito ad immergersi anima e corpo nel proprio tempo, senza però venirne eccessivamente sporcati, mantenendo quel fare etico, difficile da teorizzare e ancor più da mettere in pratica, anche nella dualità, interna ed esterna, nella consapevolezza che la vera interpretazione del mondo è sempre più difficile di quanto appare e, soprattutto, non conclude.

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