Successo, a Parigi, per “Orfeo ed Euridice” di Gluck


di Alma Torretta

26 Set 2022 - Commenti classica

Al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi atteso debutto del contro tenore Jakub Józef Orliński in “Orfeo ed Euridice” di Gluck. Ottima prova di tutto il cast.

(Foto di ©Vincent Pontet)

Parigi 23/09 – Un’altra produzione del regista canadese Robert Carsen è di ritorno in questi giorni a Parigi (dal 21/9 al 1/10): oltre ai Capuleti e Montecchi all’Opéra de Paris Bastille, è in scena il suo allestimento dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, la prima versione italiana del 1762 per Vienna, malgrado il libretto e le locandine del Théâtre des Champs-Elysées diano, come si usa, il titolo in francese. Una regia che risale al 2018, qui ripresa da Christophe Gayral, che mantiene tutta la sua freschezza per quel che riguarda movimenti, scene e luci.

Un po’ troppo visti ormai, e tristi, invece i costumi dei protagonisti: Orfeo, in abito scuro con cravattina sottile, non si distingue dagli altri e Euridice ed Amore sono pure abbigliate in modo identico, sembrano in lutto anch’esse, malgrado i personaggi siano tanto diversi.

Ma la grande attrazione che sta riempendo adesso il teatro dei Champs-Elysées è l’astro nascente, il giovane contro tenore polacco Jakub Józef Orliński, al suo debutto a Parigi e nel ruolo che fu nel 2018 del grande Philippe Jaroussky, inevitabili quindi i paragoni. Orliński si dimostra subito dal canto potente, voce un po’ velata ma che si illumina nelle note alte, canto più energicamente drammatico e modernamente straziato che dolcemente e malinconicamente disperato e giocato sulle finezze, trionfa nella prova anche se per ragioni quindi diverse del suo più celebre predecessore.

Da dire subito anche che Orliński è supportato magnificamente dall’Orchestra e il Coro Balthasar Neumann diretti dal tedesco Thomas Hengelbrock, grande specialista del genere barocco, che hanno regalato un’esecuzione magistrale, precisa e vivida, della partitura, un’ora e mezzo di musica senza intervallo ma solo con qualche necessario e breve stop per i minimali cambi scena.

Al fianco di Orliński poi ha brillato anche il soprano svizzero Regula Mühlemann, una Euridice in cui si ammira innanzitutto la chiarezza e incisività della parola ben scandita, dal canto melodioso e sempre espressivo. Completa il terzetto d’interpreti, il soprano russo Elena Galitskaya, assai brillante nei panni di Amore, che garantisce il lieto fine malgrado Orfeo si sia girato a guardare Euridice.

La messa in scena di Carsen è, ancora più che in altri suoi lavori, con movimenti curatissimi e matematici, rispettando in tal modo la grande importanza che nella versione originale aveva già il balletto e recependo pure il contributo dei grandi coreografi del Novecento, in primis Pina Bausch, nel mettere in scena l’opera. Dall’ordinata fila del funerale iniziale, che emerge dal fondo si una superficie ricoperta solo di polvere, si stacca il carismatico Orliński/Orfeo, e si snoda a fluire tutta la storia che porta l’eroe nell’Ade, la semplice tomba che si trasforma in ingresso al regno dei morti, giocando sulle ombre, sui chiaroscuri, qualche fiammella, con l’apporto in questo caso più fondamentale che mai delle efficacissime luci dello stesso Carsen e di Peter Van Praet. Al lutto e alla disperazione subentra la speranza, e poi ancora arriva il tormento passando per il dubbio e la gelosia di Euridice, sino alla sconfitta e di nuovo alla disperazione coronata dalla celeberrima struggente aria “Che farò senza Euridice?” che Orliński canta con convinzione suicida. Il lieto fine toglie altezza tragica all’opera, ma non diminuisce il successo dello spettacolo decretato alla fine da calorosissimi applausi per tutti, dai cantanti ai musicisti.

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