Sigur Ros: il suono del silenzio


Silvio Sbrigata

30 Giu 2003 - Commenti live!

Milano La cornice offerta dalla villa settecentesca è davvero suggestiva, e non poteva esservi modo migliore per inaugurare l'annuale edizione del Festival. Loro sono i Sigur Ros, poco più di un secolo in quattro, appena tre dischi alle spalle, collaborazioni con grandi nomi del pop-rock internazionale, ma soprattutto un futuro con tutte le premesse per essere pensato molto promettente. La loro carriera inizia nell'Agosto del '94 da un'idea di Jon Thor Jonsi Birgisson (il nome del gruppo, a meno dello spazio, è quello della sua sorella minore) chitarra e voce, il quale coinvolge nel progetto Orri Pall Dyrason batterista dal tocco vellutato, George Holm al basso e Kjartan Sveinsson alle tastiere e chitarra. Non è facile definire il loro stile. Forse è anche ingiusto e pericoloso cercare ad ogni costo di ricondurli al suono di altri, magari più esimi, colleghi. Pericoloso perchè si corre il rischio di forzare paragoni impronibili; ingiusto perchè di sicuro si penalizza l'intelligenza compositiva e la grande capacità innovativa dimostrate finora dagli islandesi. Basti menzionare il titolo del loro ultimo lavoro: ( ) . Sì, sono proprio queste due parentesi che danno un titolo. O meglio, esse impongono un ruolo attivo all'ascoltatore, perchè, dato che sono l'unico segno grafico dell'intera cover, a chi ascolta è lasciato il compito, per la verità non indinspensabile, di stabilire come chiamare il disco e le otto composizioni in esso presenti. Già perchè dice Jonsi, la cosa più importante della musica, è la musica stessa. Anche delle parole si può fare a meno: la voce se c'è, è uno strumento con la stessa dignità degli altri. Per questo motivo i quattro di Reykjavik hanno persino inventato un linguaggio, l'hopelandic, fatto di islandese, di inglese, di parole create ad hoc, ma soprattutto di vocalizzi. Dal vivo, oltre ad avvalersi della collaborazione del quartetto d'archi Amina, usano come mezzo espressivo anche le immagini, i giochi di luce ed i colori, offrendo uno spettacolo assolutamente inedito e di sicuro impatto emotivo agli spettatori. Lo dimostrano il numero elevato di applausi e la standing ovation finale partita mercoledì sera dai 2500 presenti a Villa Arconati, Castellazzo, frazione di Bollate. Per chi scrive è particolarmente difficile riportare la successione delle suite eseguite, banalmente perchè quelle dell'ultimo disco praticamente possono essere individuate solo dal numero di traccia sul cd. Non è allora follia scrivere che hanno inziato eseguendo la 7, la 8, la 3, la 1, la 4 con l'interminabile pausa che ne fa parte. Fra i tanti canoni musicali rivoluzionati, infatti, va contemplato anche l'uso del silenzio come forma espressiva. Chi li conosce non si meraviglia certo nel vedere Jonsi immobile con l'archetto da violino in mano, normalmente usato per far vibrare le corde della sua chitarra, mentre alla sue spalle scorrono le immagini della fredda islanda. Il susseguirsi dei brani ammalia, incanta, ipnotizza i presenti. Le suite vengono talvolta sfumate dolcemente, talaltra troncate in maniera brusca ed improvvisa, magari proprio quando chi ascolta si aspetta nuovamente il ritornello. Sempre ammesso che sia possibile individuarne uno. Proprio da questa loro capacità di innovare è nato il sodalizio con Thom Yorke, Radiohead, il quale dopo averli voluti come supporter della sua band a fine tourneè ha addirittura dichiarato di trovare ispirazione nel loro sound. Una serata, che chi ama la musica di qualità non avrebbe dovuto perdere, così come non sono da perdere gli altri grandi appuntamenti del Festival, tra gli altri, i P.G.R. di Gianni Lindo Ferretti, Alex Britti, Fiorella Mannoia e, per chiudere in bellezza, la strepitosa voce di Cassandra Wilson.
(Silvio Sbrigata)


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