Ricordo di Richard Avedon, uno dei più grandi fotografi del mondo


di Alberto Pellegrino

29 Nov 2023 - Arti Visive

In occasione del centenario della nascita del grande fotografo americano Richard Avedon, Alberto Pellegrino ne delinea, in modo approfondito, la sua ricchissima vicenda artistica.

(Le fotografie inserite nel presente saggio sono alcune di quelle già da noi utilizzate, con autorizzazione, in occasione dell’articolo sull’esposizione Richard Avedon. Relationships” presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo: https://www.musiculturaonline.it/msotra-di-richard-avedon-a-palermo/)

Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Richard Avedon (1923-2004), uno dei maggiori artisti della fotografia mondiale, fotoreporter, ritrattista e fotografo di moda. Dopo la laurea in letteratura presso la New York City High Schools, s’iscrive alla Columbia University per studiare poesia e filosofia, ma nel 1942 decide di abbandonare gli studi per arruolarsi nella Marina militare, dove gli viene affidato l’incarico di fare fotografie per documenti di identità, autopsie e foto di riconoscimento dei marinai caduti, un’esperienza che avrà una forte influenza sul suo futuro di fotografo. Trascorre qualche tempo a Parigi, quindi  ritorna in America e studia fotografia alla New School for Social Research di New York, dove insegna Alexey Brodovitch (direttore artistico della rivista di moda Harper’s Bazaar), il quale scopre il valore di questo giovane e ne apprezza la visione fotografica. Ha così inizio la sua collaborazione con Brodovitch, che decide di far entrare il fotografo nel gruppo della rivista Harper’s Bazaar. Il sodalizio durerà vent’anni e Avedon arriverà a ricoprire la carica di direttore.

Nel 1965 lascia la rivista ed entra nell’equipe di Vogue, dove rimarrà per 25 anni, ricoprendo l’incarico di direttore dal 1973 al 1988. Collabora inoltre con altre riviste prestigiose tra cui Life, The New Yorker, Vogue, e Look. Nel 1994 vince il “Prix Nadar” grazie alla nuova raccolta Evidence 1944-1994, oltre 600 fotografie che celebrano 50 anni di lavoro nel campo della moda, del ritratto e del fotogiornalismo. Nella sua lunga carriera fotografica ha ricevuto diverse lauree honoris causa e numerosi riconoscimenti, tra cui il “National Arts Award” alla carriera e il “Royal Photographic Society’s Special 150th Anniversary Medal and Honorary Fellowship”per il contributo dato all’arte fotografica. Le sue opere sono esposte in grandi musei come il Museum of Modern Art, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Centro George Pompidou di Parigi.

Richard Avedon e il mondo della moda

Avedon entra nel mondo della moda convinto che la fotografia abbia la capacità di tradurre in immagini la personalità dei vari soggetti, per questo sostiene fin dall’inizio che pose, pettinature, vestiti e accessori siano elementi vitali e rivelatori per differenziare e caratterizzare lo scatto di una persona. La rivista Harper’s Bazaar diventa pertanto la scena di uno confronto-scontro con i grandi fotografi Irving Penn e David Bailey, che lo impegnano in continue sfide creative. Avedon porta all’estremo il suo stile teatrale e coinvolgente nella convinzione che sfogliare una rivista di moda debba essere un vero e proprio piacere per l’occhio. I suoi scatti acquisiscono pertanto un carattere gioioso e leggero e in essi le sue modelle galleggiano nell’aria come degli angeli profani e questo stile lo rende un fotografo anticonformista, che rifiuta il mondo superficiale e infiocchettato della moda, che vuole dimostrare la sua indipendenza e originalità, per cui agli stilisti che mettono in discussione le sue scelte è solito rispondere: “Lavoro con attrici, non con delle oche o degli attaccapanni per vestiti”.  

A Parigi Avedon ha fatto proprio uno stile fotografico attento ai dettagli, alle luci, ai minimi particolari, al modo di muoversi e di atteggiarsi dei personaggi fotografati. Ha imparato a costruire un mondo fatto di donne bellissime con indosso abiti, gioielli, accessori colorati, che egli rappresenta con uno stile personale contrassegnato dalla fantasia e dalla creatività di un artista che va alla ricerca della perfezione e che trae espirazione dalla pittura, letteratura, canzone e cinema francesi.

Il mondo patinato della moda viene così rivoluzionato con l’abbandono delle consuete pose statiche, perché Avedon porta le sue modelle fuori dallo studio per realizzare ritratti “en plein air”, nei quali il movimento “gioca” un ruolo fondamentale. Egli ambienta i suoi scatti nelle strade delle città, nei teatri e nei bar, in mezzo alle altre persone, sempre attento alla realtà circostante ripresa con quel suo bianco nero netto e pulito, per cui i suoi servizi di moda diventano dei racconti pieni di vita, a volte fatti da più immagini in sequenza come fossero un film, per cui le sue foto di moda diventano icone del Novecento, pur mantenendo tutta la loro freschezza ed eleganza.

Sullo sfondo delle città il fotografo cattura i movimenti liberatori delle persone con cui lavora, le lascia libere di esprimere e di “giocare”, conferisce una nuova dignità alle “frivole” immagini della moda. La sua fotografia filtra la vita attraverso la raffinatezza dello stile, l’efficacia della luce, l’esaltazione una bellezza sensuale ma raffinata e mai sessista, con composizioni perfette che, senza nascondere l’artificio della tecnica, sanno creare intense emozioni e l’intima partecipazione dell’autore che avverte sempre il bisogno di conoscere il soggetto da vicino, di abbattere le distanze culturali e di classe: “Quando preparo un set per fotografare decido dove piazzare la macchina, quanto lontano dal soggetto, quale lente utilizzare…ma nello stesso tempo osservo cosa accade alla persona, come reagisce, quali gesti compie, quale espressione si disegna sul suo volto. Entro in relazione con chi ho davanti, mi diviene familiare…è come un ritmo che viene immortalato da un click”.

I due Calendari Pirelli

Avedon ha realizzato due edizioni del celebre Calendario Pirelli, facendo una eccezione al suo modo di fare, perché prima non aveva mai accettato di fare un simile prodotto, considerandolo inferiore alle sue qualità artistiche. Questa volta ha però accettato la sfida, spinto dalla voglia di introdurre anche in questo caso uno stile completamente innovativo rispetto alle precedenti edizioni di questo prestigioso appuntamento annuale.

Per l’edizione del 1995 sceglie solo quattro modelle di grande bellezza come Nadja Auermann, Naomi Capbell, Farrah Summerford e Christy Turlington e individua il tema delle quattro stagioni e avvolge i nudi tra nuvole di farfalle, foglie svolazzanti e rami che abbracciano i corpi per marcare un’immagine di bellezza mai volgare, per fare al contrario una serie di raffinate metafore, dove s’incontrano natura e femminilità, dove atmosfere rarefatte e quasi surreali s’incrociano con un erotismo sottile ma elegantissimo.

Nella edizione del 1997 Avedon usa un piccolo esercito di modelle, tra cui la nostra Monica Bellucci, per ritornare a privilegiare il ritratto senza mai banalizzarlo, alternando nudi e seminudi con abiti indossati, primi piani e piani medi, qualche piano americano o qualche figura intera, con le modelle da sole, in coppia o un trio, in pose mai banali, con sorrisi e contorsioni, con gli sguardi sempre dentro l’obiettivo tra il sensuale e il malizioso, concentrandosi sulla doppia personalità della donna: da un lato l’erotismo, dall’altro la raffinatezza e la fierezza femminile. Per questa serie, intitolata “Donne nel mondo”, sceglie modelle appartenenti a varie etnie con lo scopo di lanciare un messaggio contro il razzismo e il maschilismo, avendo voluto rappresentare “le Nazioni Unite della femminilità, le donne orgogliose del loro corpo, della loro bellezza, di se stesse”. In questo particolare mondo dei calendari d’autore Avedon non rinuncia a essere se stesso, per cui le sue modelle non sono dei manichini destinate solo a esibire i loro corpi bellissimi, ma le loro immagini rispondono a un progetto che si carica di significati. Nonostante si tratti di un prodotto pubblicitario, egli mette la stessa passione, lo stesso impegno umano che ha sempre caratterizzato il suo modo di ritrarre volti e corpi umani, conferendo dignità estetica a un mondo finalizzato al commercio e al profitto.

Il grande ritrattista

Sarebbe un errore considerare Avedon solo un grande fotografo di moda, mentre è anche un grande ritrattista che, fin dal soggiorno parigino degli anni Quaranta, ha studiato il linguaggio della fotografia europea e il linguaggio del cinema: “Avedon prima di tutto ha voluto scegliere un linguaggio: scattando foto di moda ha usato il film surrealista, gli spazi sospesi del futurismo, e naturalmente le immagini delle sequenze di scena. Tradiremmo Avedon se lo pensassimo solo come un estetizzante narratore, perché è ben altro” (Arturo Carlo Quintavalle).

I suoi ritratti sono caratterizzati dall’assenza totale di elementi di disturbo, con sfondi e ambienti che isolano il soggetto da distrazioni visive e danno libero sfogo alla cosiddetta “naturalezza” che non è mai casuale ma il frutto di una lunga elaborazione, per cui nei suoi scatti riesce a far emergere l’anima ed il carattere del soggetto, ne delinea la psicologia in un clima di austera semplicità. I suoi ritratti s’impongono per avere rivoluzionato i canoni estetici dell’epoca, perché l’autore punta a rappresentare esseri umani in carne ed ossa con le loro emozioni e peculiarità, siano essi personaggi pubblici o persone comuni.  Con il suo stile Avedon vuole mostrare la vera essenza di coloro che mette in posa, le loro debolezze, le loro imperfezioni, alla ricerca di una verità interiore che deve trasparire dall’aspetto esteriore, il quale deve diventare il riflesso di una realtà interiore. Avedon diventa l’autore di icone che hanno segnato l’immaginario di intere generazioni, sia quando ha ripreso star del cinema e dello spettacolo, sia personalità della cultura e della politica, grazie al suo approccio a una fotografia innovativa, appassionata e teatrale.

I suoi ritratti non sono il semplice frutto dell’osservazione e della tecnica fotografica, ma rappresentano degli atti creativi che riflettono la personalità forte e complessa di Avedon, il quale riesce a cogliere diverse e molteplici sfaccettature di un soggetto, pur mantenendo il suo proverbiale distacco, una distanza che talvolta può sembrare persino crudele, asettica, quasi ostile. Maniaco della perfezione, egli è solito scattare interi rullini prima di realizzare una foto ritenuta buona, collocando sempre la persona in una indiscussa centralità. I suoi scatti si caratterizzano per compostezza, perfezione formale, intensità, ma anche l’ironia e la leggerezza.

Richard Avedon e l’impegno civile

Avedon ha conquistato una fama mondiale con le sue fotografia di moda, ma anche con il fotoreportage che s’impone come un grande fotografo capace di raccontare la società contemporanea con gli orrori delle guerre, le malattie, la povertà, l’emarginazione sociale, colpendo con le sue immagini l’immaginario collettivo, distruggendo il quadretto idilliaco del suo Paese per riportarlo alla realtà, fedele al principio che ogni fotografia non è qualcosa di neutro ma “si traduce in una opinione”.

Il suo primo lavoro è The Observations (1959) con il commento dello scrittore Truman Capote, nel quale rivolge al Paese una specie di ammonimento per ricordare che ancora esistono drammatiche condizioni di vita. Seguono il servizio sulle catacombe di Palermo (1959), sui malati dell’East State Louisiana Hospital (1963), sull’assassinio di Kennedy (19639; il Nothing Personal (1964) con un testo di James Baldwin; un reportage sugli orrori della guerra nel Vietnam (1971). In Alice in Wonderland (1973) inventa nuove atmosfere con i personaggi che hanno pose e gesti studiati come in una rappresentazione teatrale. Avedon ha mostrato il suo impegno e la sua sensibilità per i diritti civili e per i problemi socio-politici in due volumi intitolati Ritratti del potere e Democrazia.

Nel 1985 pubblica In the American West 1979-1984, un capolavoro del suo impegno civile, nel quale racconta la vita dell’Ovest americano attraverso una serie di ritratti con soggetti appartenenti alle classi sociali più povere ed emarginate. Avedon da un lato esalta il valore dei diritti civili, dall’altro celebra il funerale inglorioso del mito americano e, con la sua capacità di penetrare nella personalità dei vari soggetti rappresentati, li spoglia delle loro difese psicologiche e li lascia “nudi” di fronte all’obiettivo, davanti al quale passa una folla di persone comuni, un popolo  di operai, minatori, cow boy, cassiere, camionisti, studenti, suonatori, piccoli impiegati, malati, disoccupati, giovani, anziani, vagabondi e disadattati. Avedon è come sempre un autore “spietato” verso i soggetti che riprende nelle loro “umane imperfezioni”; è un duro indagatore della realtà con immagini drammatiche messe in sequenza, prive di una didascalia o di una spiegazione. Realizza una galleria di volti che guardano dentro l’obiettivo senza mai abbassare lo sguardo: sono persone che non ridono o sorridono mai, ma che denunciano la propria solitudine per rappresentare l’immagine di un’America triste ma coraggiosa, povera ma orgogliosa, diversa da quel Paese narrato dai mass media, dove il dolore e la sofferenza sono negati, dove l’isolamento viene nascosto dietro una vita di massa presentata come l’unica possibile realtà.

“Avedon è stato uno dei più grandi esploratori del volto e del corpo nell’intera storia della fotografia…e il suo è un ribaltamento integrale delle sicurezze e delle presunzioni della fotografia umanista. Basta con la fiducia nell’imparzialità dell’occhio di vetro (Tutte le fotografie sono precise, nessuna è la verità)…In fondo si comportava come Henri Cartier-Bresson, che pure sembrerebbe stare all’estremo opposto dell’universo fotografico…Per entrambi, la fotografia sapeva svelare una realtà interiore: per il francese, la perfezione matematica delle forme involontarie; per l’americano, l’imperfezione dolorosa e fatale delle maschere umane, anche quelle meravigliosamente vestite” (Michele Smargiassi).

La sua eredità artistica e culturale

Richard Avedon non va avvicinato ai grandi fotografi di moda Helmut Newton, Cecil Beaton o Horst P. Horst, ma deve essere considerato un filosofo dell’immagine come Cartier-Bresson, proprio per la sua capacità nell’inventare un suo linguaggio della fotografia, per la logica dell’inquadratura, per l’uso della luce, per l’equilibrio della composizione, per la capacità di tradurre in un significato concettuale il significante fotografico in una continua dialettica tra realtà/finzione.

È stato un grande maestro della fotografia per aver sviluppato con estrema coerenza una sua poetica che ha saputo tradurre in immagini che richiedono un’attenta osservazione, perché suggeriscono stati d’animo e sentimenti, incoraggiano a guardarci dentro in profondità, ci invitano a vivere un’emozionante esperienza visiva. Le sue fotografie sono sempre incisive e scolpite come bassorilievi; hanno una chiave di lettura che serve a portare in superfice i lati oscuri del nostro io spesso dissimulato dietro la maschera del sociale.

Avedon, pur essendo stato un artista elitario, non è mai vissuto in una dorata solitudine, ma è sceso in mezzo alla gente per allargare la sua visione della società, per creare delle icone indimenticabili, che riflettono un mondo in continuo divenire, popolato da volti e occhi che ci guardano e diventano lo specchio nel quale si riflette lo sguardo di tutti noi. Non a caso ha sempre dichiarato di essere d’accordo con Roland Barthes nel sostenere che “la fotografia è prigioniera di due intollerabili alibi: da un lato, viene nobilitata come arte; dall’altro è un reportage e il suo prestigio deriva direttamente dal soggetto ritratto. Nessuna di queste due definizioni è corretta. Essa è un testo, un insieme di significati”.

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