Recanati, il Premio torna all'antico


Fernando Romagnoli

3 Lug 2001 - Commenti live!

Il Premio Città di Recanati – Nuove Tendenze della Canzone Popolare e d'Autore, che si è tenuto nel borgo selvaggio dal 21 al 23 giugno, sotto lo sguardo lusingato del sempiterno Leopardi e che tenta nobilmente di ricucire la funesta separazione della musica dalla poesia , deprecata dal Sommo Poeta, è ormai adolescente.
Quella di quest'anno è stata infatti la XII edizione, condotta dagli ottimi Massimo Cotto e Paola Maugeri (confermata nel ruolo) e celebrata da un pregiatissimo doppio volume, un album fotografico dei primi dieci anni del Premio, presentato al Museo Civico di Villa Colloredo Mels.
Una pubblicazione raffinata ed elegante che ci restituisce, come in un flash back, in una pellicola che si srotola davanti ai nostri occhi, i volti innumeri di chi è passato di qua, possiamo dire la migliore poesia e la migliore musica italiana già affermata (Battiato, Dalla, i CSI) o, all'epoca aspirante tale (gli Avion Travel, Carmen Consoli ); per tacere di qualche prestigioso artista internazionale (Bob Geldof, Suzanne Vega ; quest'anno la fascinosa, elegante, carismatica Anggun, indonesiana). E insieme, il felice riscontro di una scommessa vinta: quella di due patron, Vanni Pierini e Piero Cesanelli, due autentici mattacchioni (così li ha simpaticamente apostrofati in televisione l'ottimo Michele Mirabella) che un'estate di qualche anno fa partorirono, sotto l'ombrellone, l'idea coraggiosa e temeraria di questa kermesse, che ha fatto della sonnacchiosa e appartata provincia marchigiana ( qui tutto è insensataggine e stupidità , aveva esclamato, furente il Poeta) un porto di mare, un crocicchio di inedite e stimolanti avventure poetiche e musicali.
Nell'archivio di Musicultura vi sono 1200 cassette. Sarebbe interessante , ha affermato il curatore dei volumi, il giornalista Edoardo Danieli, andare a studiare questi dodici anni di canzone d'autore, realizzare un fondo fonografico, farne materia di studio .
Per questa edizione (orfana dello sponsor storico, Guzzini, e penalizzata da un taglio dei fondi Regionali e pertanto più austera e raccolta) 800 cassette arrivate, scremate poi a 44. Dopo le audizioni live a Recanati, ne sono state scelte 16. Il Comitato Artistico di Garanzia (formato da prestigiosi nomi della musica e della poesia nazionale), insieme a Radio Rai 1, a Stream TV (che ha trasmesso in diretta le tre serate) e alla giuria dei navigatori in rete di Internet, hanno in fine selezionato le otto nomination: Paola Angeli e Marco Anzovino (Radio 1 Rai); Ermanno Castriota e Riki Maffoni (Stream); Alessia D'Andrea e Amalia Grè (Internet); Silvia Dainese e OZ (Comitato Artistico). L'etichetta Amiata Records ha edito il relativo CD, con i sedici brani finalisti.
Diamo dunque un'occhiata ai giovani talenti, che si sono affacciati a questa vetrina, che hanno calcato speranzosi le tavole del palcoscenico, augurando loro di non andare ad ingrossare l'esercito degli artisti delusi, che si dibattono in un limbo, senza mai salire alla luce.
Perchè questo, purtroppo, è da dire: in questi anni a Recanati abbiamo visto sfilare cantautori ispirati, musicisti talentuosi, voci assolutamente magiche. Una per tutti, da brivido: Carolina Caruso. Qualcuno l'ha vista? Qualcuno sa dov'è? Qualcuno ha per caso sue notizie? E di Andrea Marzi, soltanto per citare un altro disperso ? Perduti, finiti in fondo al mare (dei ricordi). Forse soltanto il capostazione piemontese Gianmaria Testa può dirsi un naufrago fortunosamente (meritatissimamente) emerso (ma il merito è dei Francesi, mica nostro!).
Ci sarebbe, su questo tema, da parte di chi di dovere, vasta materia su cui interrogarsi e da battersi il petto, fino a sfondarselo, mentre un Sanremo sempre più debordante, dagli schermi televisivi e da ogni dove, ci sommerge con la sua musica gastronomica , con la sua zuccherosa melassa, con le sue canzoncine usa e getta, come un blob, un fluido mortale. Ma tant'è.
Dicevamo dunque degli artisti finalisti. Andiamo per ordine. Cominciamo dalla vincitrice, Alessia D'Andrea, ventenne di Cosenza, che si è aggiudicata, con il brano Per la mia strada , il premio-borsa di studio di cinquanta milioni, in base alle preferenze del pubblico presente in sala.
Diciamo subito che nel variegato ventaglio delle otto proposte (ce n'era un po' per tutti i gusti) la sua ci è sembrata la più scialba e anodina, la più scontata e banale (diremo Sanremese), la meno originale e incisiva.
Un motivetto gradevole e niente più, sostenuto da qualche sapiente nota jazz, da un arrangiamento piuttosto accattivante e un po' ruffiano , ma orfano decisamente di poesia e di buone vibrazioni :
Andando su per la mia strada
io ti vedrò
andando su per la mia anima
t'incontrerò.
Probabile, ma ancora, questa voglia che non ho
forse andando su per la mia strada poi, io mi perderò.

Ed è tutto. I suoi occhi verdi e la sua bellezza mediterranea (sui quali si sono esageratamente soffermati Gegè Telesforo, nel Back Stage, e Ernesto Bassignano, nello spazio di Radio Uno; Ce l'hai il fidanzato? , chiedevano impenitenti e impertinenti, forse per tacere d'altro e sviare il discorso) hanno fatto il resto, cioè il miracolo.
Così va il mondo , sentenziava il buon Verga, col tono di una constatazione fatalistica e rassegnata.
Forse siamo apparsi, con lei, un po' cattivelli; ma mentre la sua voce di brava canterina, senza infamia e senza lode, replicava il pezzo per la gioia degli astanti e della mamma gaudiosa al seguito, ci frullava ancora nelle pieghe dell'anima, come un battito d'ali d'uccello, e ci artigliava ancora la carne viva del cuore un'altra voce, questa si straordinaria, dolce, vellutata, struggente, emozionante, (ci è tornata in mente, in qualche passaggio, Billie Holiday) di Amalia Grè, impietosamente eliminata.
Ha qualcosa di sopra le righe, ho la pelle di cappone , ha confessato, rapito, alla fine della sua performance, Bassignano, tradendo una preferenza che era anche quella, indiscussa, degli addetti ai lavori , critici, giornalisti
Il suo brano, Io cammino di notte da sola , modulato sulle note di un jazz morbido, soffuso, racconta con poche, distillate e intense parole, ma soprattutto con la magica atmosfera creata dal prezioso strumento della sua voce e la sua raffinata ed elegante presenza scenica (la Grè vive a New York e vanta collaborazioni con gente del calibro di Betty Carter o Bobby Mc Ferrin) una vita d'artista/così altalenante/ma quello che creo/è importante per me :
Io cammino
di notte da sola
poi piango poi rido
e aspetto l'aurora.

E allora si capisce subito, di fronte a un'eliminazione così crudele (e a una vittoria, come detto, così opinabile) che il giudizio affidato al pubblico, entità astratta, mutevole, aleatoria, stipato in una ex bocciofila vestita da teatro dall'abile regia di Pepi Morgia, un pubblico dove si agitavano gruppi di pressione al seguito degli artisti (mamme, parenti, amici ) può risultare palesemente ingiusto, può tarpare le ali a splendide farfalle appena uscite dal bozzolo, che meriterebbero di volare lontano
Ma andiamo avanti. Un'altra voce femminile, Paola Angeli, ha vinto la targa della critica (che si è potuta esercitare soltanto sui quattro finalisti; anche qui c'è qualcosa da rivedere), assegnata da una giuria di giornalisti musicali: un assegno di tre milioni della SIAE.
Ha cantato, con bella voce, ( una nuova Alice , ha preconizzato Bassignano), una voce sapientemente padroneggiata e modulata (insegna, tra l'altro, canto moderno presso l'Accademia di voce e musica Arcanto di Bologna) col violino e piedi nudi , un brano che si inscrive nel solco del cantautorato nazionale, per la pregnanza poetica e per l'equilibrio realizzato tra parole, musica, interpretazione (un po' statica , in verità ). Un po' ballata folk, un po' melodia suadente, parole che disegnano uno scarto e una fuga da una vita di gesti usati, risaputi, rivissuti, senza fantasia , da avventure esistenziali fallite, appassite ( tutti uguali e sempre soli/anche in compagnia ) per rifugiarsi infine nel grande grembo della natura e nello spazio della propria interiorità :
Io non abito tra i vetri di questa città
la mia casa è un grande prato dietro un vecchio bar
giro solo a piedi nudi tra i papaveri
anche quando c'è la neve lei è amica mia

Notevole è stata anche la performance di Ermanno Castriota, di S. Giovanni Rotondo (FG), che ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto e vanta molteplici collaborazioni.
Violinista, sperimentatore, una sorta di Arlecchino post-moderno, un po' Laurie Anderson, un po' Alberto Camerini (ricordate Rock'n Roll Robot ?) un po' Renato Zero, quello effeminato, provocatorio, eccessivo delle origini; un'immagine, la sua, che sicuramente riempie il palco e buca lo schermo , ma che sa un po', ci sembra, di deja vu, con addosso la polvere del già visto, e del già digerito.
Ha presentato un pezzo niente male, poetico, originale, intrigante, Il mio nome , che forse il pubblico in sala, a differenza della critica, non ha apprezzato adeguatamente, proprio perchè sopraffatto e distratto , crediamo, da una forte presenza scenica e dal rincorrersi forsennato e ipnotico delle note di un violino suonato con assoluta maestria.
Parole, quelle del brano, in linea con la personalità dell'autore che le ha partorite, ruotanti intorno al tema dell'identità , della sincerità , dell'essere (uno, nessuno e centomila).
( )Il mio nome lo trasformo
cambiano le mode e un altro sono
non mi conoscono ma mi ricordano
un'estate fa senza nostalgia
( )
Il mio nome è come un giorno
passano le ore e cosa sono ?

Abbiamo apprezzato anche il brano presentato da Riccardo Riky Maffoni, Una grande rosa rossa , una lunga, tenera e disperata ballata acustica, sostenuta da un rock sano , robusto, con venature country, nella più pura tradizione on the road dei Dylan e degli Springsteen, con una vena di maledettismo e il senso incombente di una perdita, di una sconfitta, ma con la voglia struggente di sperare ancora:
Vagavo in cerca di un amico con cui parlare
della mia vita apparentemente fuori dal normale
i miei rapporti con le ragazze minorenni
della mia sopravvivenza a tutti gli inganni
di come ci si sente, a non guadagnarci mai niente
Volevo partire andare fuori cambiare nazione
Fino ad allora tutto mi pareva pieno di desolazione
I suoi complimenti sul mio nuovo lavoro
E il suo continuo cercare in me un tesoro
Ora un po' lo rimpiango, vedeste quando solo rimango

Ma non so quello che tu hai pensato
No non so perchè mi hai lasciato
Ma non so quello che tu hai pensato
e quella rosa non mi pareva più rossa

Un testo-racconto di ottimo livello, penalizzato da una voce un po' acerba, monocorde, da ripulire (che non vuol dire essere nostalgici del Bel Canto), forse ancora troppo giocata sui toni di una disillusione e di uno strazio indubbiamente sinceri, autentici, ma che detti così, senza particolari accensioni, senza scarti, rischia di risultare stucchevole e noiosa, quasi, malgrado lui, una posa .
E ancora: il gruppo bolognese degli OZ, nato su un progetto di fusione elettronica, pop e jungle, una bella band, viva, energica, affiatata, con un sicuro impatto scenico, che riesce mirabilmente a coniugare elementi del repertorio classico con tensioni e aspirazioni di stampo futurista.
Il loro brano, Ossa , è risultato molto suggestivo, felicemente ambiguo, inquietante, grazie soprattutto alla splendida performance di Alessandra Ferrari, la voce solista del gruppo, già vocalist di Paolo Belli, grintosa, scatenata, incontenibile sul palco, dolcissima, simpatica, disponibile fuori, (abbiamo avuto occasione di scambiarci quattro chiacchiere e di sorprenderla felicemente assalita da schiere di piccoli fans; le premesse ci sono tutte ):
La strada non si trova più ma spero che qualcuno c'è
La prego apra non stia lì dietro la prego apra solo un momento

à buio qui oscurità
è tardi ormai è tardi ormai

Su per la scala sento i suoi passi
e quel respiro come dei sassi

La porta non si apre più
è dietro me è dietro me

Gli altri due finalisti (eliminati) sono stati Silvia Dainese e Marco Anzovino.
La prima, ventiduenne, genovese, spiritosa, leggermente e simpaticamente (volutamente?) imbranata (nel siparietto al Back Stage con Gegè Telesforo) ha presentato, lei alla chitarra acustica, un pezzo, Cartone animato , originale e divertente, fin dall'attacco, che recita così:
Parto per la luna e mi porto
un po' di cioccolato e un po' di incenso
parto per la luna e mi porto
il mio materasso con la poltrona in stile
parto per la luna e mi porto
giusto 2-3 dischi con 2-3 foto

Ha ricordato la prima Carmen Consoli, ma in maniera più divertente , ha chiosato il buon Bassignano. Cartone animato dicevamo, il suo pezzo. Curioso: sembra lei stessa un po' un personaggio dei cartoni, con quella figura un po' sghemba e sgraziata, e (direbbe Paolo Conte) quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così , buffa e leggermente out .
L'altro, Marco Anzovino, di Piacenza, ventiduenne anche lui, ha presentato Viaggiando su Marta , un brano squisitamente pop, garbato e gradevole, nello stile melodico-sentimentale-cantautorale, senza tuttavia particolari guizzi poetici e sussulti emotivi.
I suoi riferimenti ideali, più che in De Andrè o De Gregori, ci sembra di rinvenirli, tanto per esemplificare, in Ramazzotti o Nek.
Ma il brano più alto e più ispirato della rassegna, davvero un autentico gioiello di poesia, come è dato raramente di incontrare, è sicuramente l'eccellente Le mie parole , di Dino De Crescenzo, in arte Pacifico.
Ha strameritato, tra l'altro, la segnalazione come Testo più significativo tra i sedici brani finalisti, da parte di una prestigiosa istituzione culturale, il Premio Grinzane Cavour, con il quale è stato avviato un rapporto di collaborazione.
Raramente , ha confessato, sul palco, Samuele Bersani, le canzoni mi commuovono e fanno piangere .
Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi, pronti da scagliare,
su facce vulnerabili e indifese,
sono nuvole sospese, gonfie di sottintesi,
che accendono negli occhi infinite attese
sono gocce preziose, indimenticate,
a lungo spasimate e poi centellinate,
sono frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno
indirizzare ( )
[peccato tagliarla così!]
Resterebbe da dire degli ospiti, sfilati sul palco nel corso delle tre serate. Vi accenniamo soltanto. Abbiamo infatti preferito dare spazio e voce ai giovani finalisti, ai nuovi autori-interpreti, privilegiando una linea che è stata anche quella del Premio, quasi un ritorno alle origini, dopo qualche edizione un po' pasticciata .
L'irruzione della televisione aveva infatti, negli anni scorsi, un po' stravolto lo spirito autentico della manifestazione (quello di proporre all'attenzione nuovi talenti) gettando piena luce sugli ospiti, già illuminati , dal successo e relegando, di riflesso, in secondo piano i giovani artisti, ghettizzati, oscurati , costretti ad esibirsi in orari decisamente improbabili.
Gli ospiti dicevamo. Cominciamo dai poeti, Claudio Damiani con la sua poesia piana e sferzante, quasi didascalica, classica, infine, e col suo linguaggio teso alla trasparenza delle emozioni (E. Trevi) e Giuseppe Conte (disponibile alla chiacchierata) con la sua lirica introspettiva, che scava nei temi eterni del mito e della natura e canta l'esistenza, il desiderio, la passione, nel lento trascolorare delle stagioni ( la poesia ci ha detto, è il canto dell'universo ).
E poi i musicisti, e i cantanti.
Dall'inossidabile Gino Paoli, col suo pedigree da uomo vero e la sua aria da marinaio appena sbarcato (Gianfranco Baldazzi), che ha attaccato con Sassi , canzone fine anni '50, quasi un manifesto contro il conformismo canoro imperante all'epoca e chiuso col surrealismo di quel cielo che si spalanca ancora sul soffitto di una stanza (come per dire: sono ancora qui, sono passati tanti anni, ma so ancora scaldarvi il cuore); da Gino Paoli, dunque, ad Alessio Bonomo, talentuoso, sensibile, delicato, intenso cantautore della Nouvelle Vague; dalla Tammuriata di Scafati, a metà strada tra la Compagnia di Canto Popolare e la Racchia di Sarnano (più quest'ultima in verità ) agli eccellenti ed esplosivi Quintorigo, alla originale e coinvolgente ricerca canora, in bilico tra tradizione e innovazione, degli à stmamò. E ancora: da Max Gazzè, Bandabardò, Paola Turci e Lina Sastri, eccezionalmente insieme in un antiretorico omaggio a Renato Carosone (straordinaria la Sastri, che ha stregato il pubblico prima con Maruzzella , poi con Malafemmena , del Principe De Curtis, quest'ultima) a Samuele Bersani, che ormai non ha più bisogno di presentazioni (è semmai lui a presentare gli altri: vedi Pacifico), incoronato da una Targa Tenco e sorretto da un talento immenso, spiritoso, simpatico, disponibile (ci ha consigliato l'ultimo album dei Rem); da Anggun (alla quale abbiamo accennato) capace di incantare, stupire, ipnotizzare, all'iperdadaista, crittogrammatico e fantasmatico Pasquale Panella, orfano come noi, più di noi, di Lucio Battisti, che si è materializzato (evento!) ed esibito in un reading con trio jazz, un divertente pot pourri, un minestrone di parole, una insalata mista di pezzi di canzoni in libertà ; per finire con Francesco Tricarico, personaggio anomalo, atipico, genialoide, che sembra capitato lì per caso, piovuto da un altrove, con il suo fare appartato, un po' ingenuo, un po' spaesato (intervistarlo è un'impresa), con le sue lentezze indicibili e la sua lontananza siderale dal rutilante mondo dello Star System (questa di Recanati è la sua seconda apparizione pubblica).
Con la sua, soprattutto, vena cantilenante e autobiografica, intimista e fiabesca (ha cantato, al pianoforte, l'ormai famosissima Io sono Francesco ) capace di emozionare, di graffiare l'anima, di colpire al cuore:
Brilla brilla la scintilla brilla in fondo al mare
venite bambini venite bambine non lasciatela annegare
prendetela per mano e portatela via lontano
e datele baci e datele carezze
e datele tutte le energie

Chapeau! Sipario!

(Fernando Romagnoli)


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