Piero Mioli a Pesaro per Rossini


di Andrea Zepponi

19 Ago 2022 - Commenti classica, Libri

Come disquisire in modo divulgativo, pertinente e interessante di musica e di opera lirica? Lo fa Piero Mioli in una conferenza, “Capolinea Rossini: tre fermate a richiesta”, per illustrare le opere del ROF 2022 e non solo.

Un musicologo che si offre al suo pubblico non differisce molto da un cantante che esibisce i suoi gioielli vocali soprattutto quando è un virtuoso della parola come il secondo può esserlo nel canto. Nell’intimo ambiente di una libreria traboccante di stimoli letterari, storici e critici, Il Catalogo di Pesaro, sabato 13 agosto scorso alle ore 18, il noto musicologo bolognese docente di storia della musica Prof. Piero Mioli ha dato un vero e proprio recital della sua arte espositiva con una conferenza dal titolo icastico CAPOLINEA ROSSINI: TRE FERMATE A RICHIESTA, un racconto della figura rossiniana che ha lambito in modo elegante, intelligente e interessante con una straordinaria capacità di sintesi, quanto si poteva fare in appena un’ora, le opere in programma quest’anno al ROF: Le comte Ory, La gazzetta e l’Otello. Parlare ancora di Rossini è necessario perché il suo mondo musicale reclama una sensibilità e delle conoscenze non così scontate anche per i melomani e per gli stessi rossinomani. Il Prof. Mioli è quanto di meglio ci si poteva aspettare per sentir parlare ancora del Pesarese e ci si chiede inoltre perché in tutti questi anni di ROF non sia stato regolarmente coinvolto dal festival nella illustrazione storico-critica della musica rossiniana; resta inteso che le sue pubblicazioni sono rimaste fondamentali e, direi definitive, fin dalla prim’ora: la più immancabile dagli scaffali dei rossiniani è l’Invito all’ascolto di Rossini (l’ultima edizione è del 2018). Peraltro sono ben ventinove gli anni che a Bologna nella prestigiosa Sala dell’Archiginnasio, dove si tenne la prima italiana dello Stabat Mater di Rossini, il Prof. Mioli commenta pubblicamente le opere che si danno al Comunale mettendo nel paniere anche qualche altra opera in programma alla Scala; Dentro l’opera è il titolo comune e generale delle innumerevoli conferenze dello storico che ha esordito, nel contesto più confidenziale ma non meno impegnativo di Pesaro, illustrando il suo metodo di delineare il profilo delle opere liriche nel merito della loro struttura musicale connettendola alla trama e senza incorniciarle in narrazioni contestuali come invece fa certa musicologia spesso ideologicamente viziata.

L’interesse per la performance elocutoria di Mioli è consistito proprio in questo: come disquisire in modo divulgativo, pertinente e interessante di musica e di opera lirica. L’abitudine di raccontare l’opera dall’inizio alla fine non va disgiunta dalla vita e dalla fortuna dell’autore, ma va anche misurata l’apertura alare tra drammaturgia e operosità artistica soprattutto quando si introduce un autore teatrale come Rossini di cui si devono dare le coordinate biografiche e altrettanto delinearne l’operosità nel corso della vita. Per Rossini c’è il problema che la produzione teatrale viene comunemente fissata dal 1810 (Demetrio e Polibio) fino al 1829 (Guillaume Tell) quindi all’incirca vent’anni, ma in realtà questo periodo creativo va rivisto in larga parte per le composizioni che Rossini mise a segno dopo questo presunto ventennio fino alla estrema Petite Messe Solennelle: musica sacra, pianistica, cameristica e di occasione. Rossini rimane sfuggente per molti aspetti e chi dice che andrebbe analizzata la sua corrispondenza epistolare, per avere una reale prospettiva sull’uomo e l’artista, può avere delle sorprese non sempre euforiche. La domanda che rimane latente per l’eccelsa figura di Rossini è perché abbia cessato di comporre opere liriche all’età di trentasei anni dopo essere diventato francese e aver composto opere di grande successo – il Comte (1828) ne è un esempio – gran parte della cui musica egli mutuava da suoi precedenti lavori italiani. Mioli ne spiega fin dal principio i termini che dirimono la questione usando sapidi aneddoti come quello dell’amico che bollava la Tebaldi come cantante rossiniana sentendola interpretare, ovviamente in disco, l’aria Selva opaca (Sombre forêt) del Guglielmo Tell. Ma il Guillaume Tell può definirsi opera rossiniana? Evidentemente no per Mioli e neanche per noi, semplicemente perché Rossini con quest’opera dimostra la sua capacità di sforare nell’estetica musicale romantica pur consapevole di essere l’epigono più illustre di un florido classicismo memore del glorioso passato barocco. È abbastanza chiaro come il musicista, escluse le motivazioni economiche da cui, giunto all’apice della ricchezza e del successo in Francia, era a dir poco esente, non potesse o non volesse più comporre per il canto lirico in un mondo musicale che si dirigeva a tutta dritta verso il realismo romantico, agli antipodi da quella decorata divisa belcantistica che egli aveva sempre indossato. Se poi ci si rivolge alla meticolosa e a volte indiscreta radiografia epistolare – deprecata da Verdi per i musicisti – che dovrebbe rivelarne le motivazioni interiori, si scopre che Rossini aveva pesanti problemi di ordine fisico e psichico: cardiopatie, diabete, sifilide e conseguenti ossessioni compulsive e depressive che lo indussero anche al tentativo di suicidio. Si può ben credere quindi che fosse esaurito nel corpo e nello spirito per cui non è solo una supposizione considerare la famosa pigrizia rossiniana, ricordata da Mioli, alla stregua di una delle tante maschere che Rossini si calava per superare le problematiche esistenziali, ma una certezza. Da qui il suo silenzio teatrale dagli anni ’30 dell’800.

L’andamento “bustrofedico” dell’eloquio di Mioli si è poi esplicato in contatti tematici tra una sinuosità e l’altra del discorso per cui l’apice della conferenza ha riguardato Otello e la sua atipica struttura musicale: sorprendente notare come la Gazzetta (1816) ha una notevole quantità di pezzi chiusi, mentre in Otello (1816) la distribuzione delle arie comprende solo tre personaggi: una per Otello, una per Roderigo e due per Desdemona. Citando Verdi, che preferiva fra tutte le sue creature Rigoletto, fatto in prevalenza di duetti, Mioli ha osservato che in Otello si verifica la stessa cosa: concertati a parte, il duetto tra Roderigo e Jago e quello di Emilia e Desdemona del primo atto in cui questa esordisce stranamente senza aria d’ingresso virtuosistica– è illuminante sapere che ciò accade anche in altri lavori costruiti su misura per la voce di Isabella Colbran la quale evidentemente aveva bisogno di scaldare la voce (anche in Semiramide opera italiana estrema di Rossini) – indi, nel secondo atto, ancora due duetti per Otello con Rodrigo e Jago, infine quello tumultuoso e temporalesco tra Desdemona e Otello del terzo prima del bruciante finale. La contiguità tra l’aria funambolica della fine del secondo atto e la struggente canzone del salice all’inizio del terzo per Desdemona è la vera situazione atipica per un cantante lirico e per il pubblico napoletano del tempo che decretò la palma a Rossini per la sua “filosofica” sapienza drammatica. Ciò coincide nell’epistolario familiare in cui egli parla del suo Otello come di «opera classica», quella «che io preferisco a tutte le mie» (19 agosto 1817). Quanto la categoria del drammatico sia evidente proprio attraverso i duetti nell’opera è una costante che Mioli ha evidenziato e offerto, tra il molto altro esposto e toccato, alla comprensione degli aficionados intervenuti e soddisfatti, come anticipazione rossiniana di tutta la “melodrammaturgia” futura.

Tra il pubblico la prof.ssa Simonetta Fraboni e il prof. Simone Di Crescenzo

Piero Mioli (Bologna, 1947). Musicologo bolognese, Piero Mioli insegna storia della musica, è consigliere dell’Accademia Filarmonica di Bologna e presidente della Cappella dei Servi; svolge attività di divulgatore e conferenziere. Ha pubblicato saggi e volumi su Martini, Gluck, Rossini, Donizetti, il canto e la cantata, un manuale di storia della musica, numerosi atti di convegno ed edizioni integrali dei libretti di Verdi, Mozart, Bellini, Rossini e Wagner. In quattro volumi e quasi 3000 pagine ha raccontato la storia dell’opera italiana nei suoi quattro secoli di vita. Con NeoClassica, Piero Mioli ha ultimamente pubblicato Giuseppe Verdi. Le nozze di musica e dramma.

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