Paolo Fresu Trio al Blue Note


di Giacomo Liverotti

24 Apr 2023 - Commenti live!

Il Blue Note di Milano invaso dall’emozione nell’omaggio di Paolo Fresu al genio Chet Baker.

(Foto di Luca Rossato)

Vita misteriosa quella di Chet Baker: le molte mogli e amanti, la dipendenza dalla droga, la prigione, fino alla strana morte, arrivata cadendo (o venendo buttato) dal primo piano di un hotel ad Amsterdam. Ma soprattutto, la sua tromba e la sua voce: due lasciti inestimabili che sono giustamente entrati nel mito del jazz e continuano ad ispirare musicisti in tutto il mondo.

In Italia, se si parla di tromba jazz c’è subito un nome a delineare un’associazione quasi immediata: Paolo Fresu. Il trombettista sardo, forte di più di 40 anni di carriera stellare divisa tra la registrazione di album da solista e collaborazioni con numi tutelari del panorama italiano (Danilo Rea, Stefano Bollani) e internazionale (James Taylor, Dave Liebman), ha avuto a disposizione il palco del Blue Note a Milano per 3 giornate consecutive, “uno spazio che viene concesso raramente in un club europeo”, come ha sottolineato durante lo show. Dopo due serate dedicate alla presentazione del suo ultimo lavoro in studio “Ferlinghetti”, colonna sonora del docufilm “The Beat Bomb”, per il concerto finale, Fresu sale sul palco con il suo trio, il 13 di Aprile, per farci ascoltare un concerto incentrato sulla figura di Chet Baker, con musiche tratte dallo spettacolo teatrale “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker”, che nel 2018 ha girato l’Italia con più di 120 repliche. “Quando lo spettacolo è finito, ci siamo sentiti orfani di quelle sensazioni e perciò abbiamo deciso di continuare a suonare quei brani con il trio, anche se non più nella forma dello spettacolo teatrale” – spiega dal palco Fresu.

Il suo trio è ormai una formazione stabile, e i due musicisti che lo accompagnano sono comunque di qualità e talento straordinari: il contrabbasso di Marco Bardoscia, grande tecnica e versatilità, suona con l’archetto, batte il tempo sulla cassa dello strumento, esegue di tutto dalle melodie ai soli alle linee di walking; il pianoforte di Dino Rubino, sicuramente uno dei migliori artisti nel panorama jazz italiano, con una sensibilità fuori dal comune, competenza armonica, tecnica e improvvisativa da lasciare a bocca aperta. E poi lui: Paolo Fresu, le sue note finali tenute per tempi lunghissimi, l’alternarsi tra tromba e flicorno con pari sapienza e controllo dello strumento, l’utilizzo degli effetti (dal delay al phaser), e molto altro.

Un riadattamento dal repertorio dello spettacolo teatrale, dunque, ma non solo e non propriamente, perché c’è tanta improvvisazione, nel pieno rispetto della tradizione jazzistica, ma soprattutto c’è l’aspetto compositivo: i musicisti suonano quasi esclusivamente brani scritti da loro in occasione dello spettacolo e questo è davvero un valore aggiunto alla già incredibile amalgama musicale che si crea tra i 3. Le composizioni vengono principalmente dalle idee di Fresu e Rubino, ma poi sono lavorate da tutto il trio, e l’obiettivo principale non è tanto imitare lo stile del trombettista americano, quanto piuttosto scrivere qualcosa che Chet avrebbe suonato volentieri. “Ci piace pensare che Chet, se fosse stato qui, avrebbe voluto suonare questi brani con noi” – dice Fresu, ed è proprio questo elemento a creare un sentimento di grande emozione, per un musicista che non c’è più ma anche per la grandezza della sua musica, che gli sopravvive ancora.  

L’inizio del set è sulle note di My Funny Valentine, uno degli standard più associati a Baker, quello che lo ha reso famoso ad appena 23 anni, quando suonava con il quartetto di Gerry Mulligan, e che il musicista riproponeva in tutti i suoi concerti. (In rete è anche presente una storica esecuzione del brano a Torino nel 1959, accompagnato da Romano Mussolini al piano e Franco Cerri al contrabbasso). Tutto il resto del concerto è basato sui brani originali del trio, con vere e proprie gemme come Catalina, The Silence in my heart, Chat with Chet. Ma nel finale risuona per la sala del Blue Note, gremita dai fan del trombettista sardo, la voce di Chet Baker. Quella voce struggente che lo identifica tanto quanto il suo fraseggio trombettistico, e canta Blue Room. Il momento toccante viene suggellato dall’accompagnamento dei 3 musicisti, a conclusione dell’intero set. Nello spettacolo teatrale la registrazione della voce veniva lasciata a cappella e tutti, musicisti e attori, si fermavano ad ascoltarla. Per la trasposizione in concerto, invece, il trio di Fresu decide di accompagnare Chet, in quella che sembra la giusta chiusa di un viaggio nella musica dell’artista.

Fresu, di certo un’eccellenza italiana come poche altre, non smette di divertirsi e di emozionare, di scambiarsi botta e risposta con gli altri due musicisti e quando non suona batte il tempo sulla tromba o sul flicorno, così da non far sentire la mancanza di un batterista; quello che più resta, da una serata del genere, è il piacere che i musicisti condividono nell’improvvisare insieme e portare sul palco questo dialogo a distanza con Chet Baker ma anche l’unione emotiva che si viene a creare tra il trio e tutto il pubblico, la comunione di sentimenti e a tratti il rimpianto per una storia di vita difficile tanto quanto quella musicale è stata “limpida, trasparente, perfetta”.

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