Ottima edizione del “Macbeth” di Verdi a Fano


di Roberta Rocchetti

28 Nov 2022 - Commenti classica

Oltre all’armonica delizia estetica espressa da Pizzi, in questa edizione del Macbeth verdiano, è stata apprezzatissima la direzione del giovane talento Diego Ceretta e la splendida interpretazione di Lidia Fridman. Bravi tutti gli altri. Grande successo di pubblico.

(Fotografie di Marilena Imbrescia)

Macbeth è forse l’opera che più celebra e da forma all’horror vacui, quel sottile senso di incolmabile vuoto che a volte si impossessa dell’uomo e solo dell’uomo tra gli animali, e gli fa pensare di avere assolutamente bisogno di qualcosa per riempirlo, materiale o no, ma che serve per dimostrare agli altri e a sé stesso di esistere; in genere ci si accorge abbastanza tardi che l’unica cosa in grado di riempire quel vuoto sono l’amore e la bellezza donati, neanche quelli ricevuti, ma a quel punto di solito si è già col cerino in mano.

E col cerino in mano rimane Macbeth quando alla fine del suo percorso terreno grida l’inutilità della vita pervasa dal vuoto cosmico che lastrica il suo sentiero.

Il Teatro della Fortuna di Fano ha deciso di mettere in scena l’opera del vuoto esistenziale sabato 26 novembre all’interno del circuito voluto dalla Fondazione Rete Lirica delle Marche e che ha visto Pier Luigi Pizzi occuparsi di regia, scenografia, luci e costumi, si  è scelto di mettere in scena la versione parigina del 1865 omettendo però sia i ballabili che il coro Ondine e silfidi e optando per un solo intervallo tra i quattro atti per interrompere il meno possibile il flusso narrativo e la tensione drammatica.

Pizzi sceglie una scenografia digitale cupa ed essenziale, dagli accenti che ricalcano un gusto attuale e ben delineato, porte, varchi, cieli, terre desolate, vuoto. Qualcosa nella rappresentazione della foresta di Birnam ricorda i puntuti cipressi dell’isola dei morti di Böcklin e alcune apparizioni della Lady e delle streghe ci hanno fatto tornare alla mente Boreas di J. W. Waterhouse e una cupa versione di Primetemps di Romaine Brooks.

Indiscutibile, l’eleganza, il senso cromatico usato anche a livello simbolico, la capacità di evidenziare i contorni narrativi della vicenda senza orpelli ma senza rinunciare all’armonica delizia estetica espressa da Pizzi in questa edizione, un artista che non teme di rinnovarsi pur percorrendo la propria cifra stilistica.

Il regista ha seguito alcune direttive verdiane fedelmente, quelle nelle quali dice di voler che il fantasma di Banco sia in carne e ossa e non un fantoccio, o come quella in cui dice di volere le streghe come donne reali, (ma le tre Fatidiche Sorelle qui sono mimi di sesso maschile) certo è chiaro l’intento insito nelle indicazioni del compositore di aumentare il livello di inquietudine dello spettatore di allora facendo intuire che il male è dentro di ognuno di noi, che ciò che ci atterrisce è qualcosa del nostro quotidiano che improvvisamente cambia natura e con cui bisogna fare i conti, inquietudini che non è possibile esorcizzare portando sul palco un pupazzo dalle funzioni infantilmente catartiche, ma forse proprio per questo motivo e dati i mezzi attuali, qualcosa che evidenziasse un po’ di più la natura ultra-dimensionale e dunque terrorizzante del fantasma l’avremmo gradito, più che avere a che fare con un sano nerboruto che agguanta Macbeth per il collo fosse pure solo nel suo immaginario ormai tarlato dal rimorso, perché forse Macbeth insegna proprio questo, è ciò che non si vede, che non si sa, che non ha forma definita, che non c’è, ma che si insinua a creare vortici di vuoto nella normalità a incutere davvero terrore.

Dal punto di vista musicale il Macbeth di Gezim Myshketa è apparso capace ed espressivo, potente ma al contempo capace di dare corpo ai cedimenti emotivi e mentali del re senza pace, tormentato dalla propria ambizione alimentata da una consorte che Pizzi dice di vedere quasi come una delle streghe estrapolata dal gruppo, una loro estensione in incognito, quella Lady Macbeth che sul palcoscenico di Fano ha preso corpo e voce di Lidia Fridman, bellissima, eterea, perfida, insinuante, ottima sul piano vocale in grado di dare corpo alla propria voce in ogni registro e colmando quello grave di accenti agghiaccianti in grado di far trapelare il male che sgorga dalla sua indole luciferina.

Buoni anche il Banco di Gianluca Margheri, il Macduff di Matteo Roma, la dama di Melissa D’Ottavi che credo che presto vedremo in ruoli più centrali e il Malcom di Giuseppe Settanni.

Apprezzatissima la direzione di Diego Ceretta giovane talento che alla guida dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana ha colto ogni aspetto drammaturgico della vicenda con purezza di suono, ottimo come sempre il coro del Ventidio Basso diretto da Giovanni Farina.

Grande successo di pubblico con lunghi minuti di applausi per tutti i componenti del cast, ovazioni per i due consorti, per la direzione e per Pizzi che si è concesso generosamente ad un teatro pieno.

Macbeth

Melodramma in quattro parti
Musica Giuseppe Verdi
Libretto Francesco Maria Piave dalla tragedia omonima di William Shakespeare
Prima rappresentazione Firenze, Teatro La Pergola, 14 marzo 1847
Seconda versione riveduta Parigi, Théâtre Lyrique, 19 aprile 1865

Direttore d’orchestra Diego Ceretta
Regia, scene, costumi e luci Pier Luigi Pizzi
Assistente ai costumi Lorena Marin
Movimenti scenici Isa Traversi

Macbeth Gezim Myshketa
Banco Gianluca Margheri
Lady Macbeth Lidia Fridman
Dama di Lady Macbeth Melissa D’Ottavi
Macduff Matteo Roma
Malcolm Giuseppe Settanni
Un domestico di Macbeth/Il sicario/L’araldo/I apparizione William Corrò

II apparizione Francesco Campoli

III apparizione Fleanzio Giovanni Lanzarone

FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno
Maestro del coro Giovanni Farina Nuovo allestimento della Fondazione Rete Lirica delle Marche

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